Detroit — Giro di vite di Bruxelles sull’industria auto cinese. Dopo aver atteso le elezioni per il rinnovo del Parlamento di Strasburgo, la Commissione Ue ha annunciato nuovi dazi che andranno a gravare sull’import di vetture elettriche. All’aliquota del 10%, ora in vigore, si aggiunge una ulteriore addizionale tra il 17 e il 38%.
La mossa si può leggere come avvertimento per aprire una trattativa con la Cina in vista delle scelte definitive della Ue in autunno. Pechino, che ha dovuto già fare i conti con un incremento dei dazi al 100% da parte degli Usa, accusa però l’Europa di «protezionismo», per aver «ignorato i fatti e le regole del Wto». Lin Jian, portavoce della diplomazia cinese, dice che è una «scusa» per imporre sovrattasse. Il rischio è una guerra commerciale. Pechino “si riserva il diritto di intentare una causa presso il Wto e prendere tutte le misure necessarie per difendere con forza i diritti e gli interessi” delle sue imprese, afferma il portavoce del ministero del Commercio He Yadong, nel corso del briefing settimanale. In concreto, potrebbe a sua volta alzare le tasse di importazione dei veicoli, ora al 15%.
La scelta non piace nemmeno alla Germania, che ha rapporti commerciali intensi con Pechino. «Non abbiamo bisogno di altri ostacoli nel commercio», ha fatto sapere il portavoce del cancelliere Olaf Scholz. L’Ungheria, che ha stretti rapporti con la Cina proprio nel comparto auto e batterie, si schiera con Berlino. E pure la Svezia. La Francia, invece, è favorevole e l’Italia applaude. Per il ministro delle Imprese, Adolfo Urso i dazi «tutelano la produzione europea» e puntano a «riaffermare in Italia l’industria automobilistica italiana». E spera che i dazi facilitino l’apertura di fabbriche cinesi in Italia.
L’incremento è stato deciso sulla base dell’indagine aperta sugli aiuti che i produttori del Dragone ricevono dallo Stato. «Beneficiano di sussidi ingiusti - dice la Ue - stanno causando un rischio di danno economico ai produttori europei». Nel 2023 un auto su cinque in Europa è cinese. Le importazioni di 438mila veicoli elettrici - comprese le joint-venture di Tesla, Bmw e Renault - hanno raggiunto i 9,7 miliardi.
Tre i livelli di dazi per le case incluse nel campione: per il colosso Byd quello più basso del 17,4%, Geely arriva al 20% e Saic tocca il massimo 38,1%. Le altre case che hanno collaborato all’indagine saranno soggette a un extra del 21%, mentre sarà del 38,1% per le società che non hanno fornito informazioni.
Il regolamento verrà pubblicato il 4 luglio e i dazi saranno riscossi solo se e quando verranno istituiti quelli definitivi, il 4 novembre, finito il rapporto. «Il nostro obiettivo non è chiudere il mercato europeo ai veicoli elettrici cinesi, ma garantire che la concorrenza sia leale», dice il commissario per il Commercio, Valdis Dombrovskis.
I grandi produttori del Vecchio Continente, da Renault a Stellantis, passando per Mercedes, Bmw, Porsche e Volkswagen, si sono sempre mostrati scettici. Il commercio libero ed equo «è essenziale per creare un’industria automobilistica europea competitiva a livello globale», dice l’Acea, il club dei produttori Ue . E Stellantis, partecipata da Exor che controlla anche Repubblica, sottolinea, avendo una joint venture con la cinese Leapmotor, che «in quanto azienda globale, crede nella concorrenza libera e leale in un ambiente commerciale mondiale e non sostiene misure che contribuiscono alla frammentazione del mondo».