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Il sentiero stretto delle Borse mondiali fra tassi e liquidità

(reuters)
Dopo gli scossoni dei mercati della scorsa settimana, si guarda all’ingente massa di denaro in giro per il mondo: oltre 104 mila miliardi di dollari, e agli utili che tengono. E le Banche centrali rischiano di rovinare la festa
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Stati Uniti batte Europa 35 a 7,5. Non è una partita di basket, ma i miliardi di liquidità che la Fed sta immettendo mensilmente sul mercato (con gli acquisti di titoli dal sistema) e quella che invece si appresta a drenare - da luglio e fino dicembre - la Bce, riducendo dello stesso importo il rinnovo dei bond in scadenza nel suo bilancio. Sembra il negativo della foto scattata nelle due riunioni ravvicinate delle Banche centrali dalle due sponde dell’atlantico: una ha allentato le maglie dei tassi (la Bce) l’altra li ha lasciati fermi (la Fed). Un tentativo di bilanciare la necessità di non commettere errori nella lotta all’inflazione senza soffocare troppo il ciclo. Il tempo dirà se la ricetta funziona, in un sistema finanziario di difficile lettura anche per i modelli econometrici più sofisticati.

Per ora, l’osservazione empirica dice che “la nave va”, citando Federico Fellini, sia in Europa sia negli Usa. In questo contesto, per ora le Borse procedono convinte anche se la setti…

Stati Uniti batte Europa 35 a 7,5. Non è una partita di basket, ma i miliardi di liquidità che la Fed sta immettendo mensilmente sul mercato (con gli acquisti di titoli dal sistema) e quella che invece si appresta a drenare - da luglio e fino dicembre - la Bce, riducendo dello stesso importo il rinnovo dei bond in scadenza nel suo bilancio. Sembra il negativo della foto scattata nelle due riunioni ravvicinate delle Banche centrali dalle due sponde dell’atlantico: una ha allentato le maglie dei tassi (la Bce) l’altra li ha lasciati fermi (la Fed). Un tentativo di bilanciare la necessità di non commettere errori nella lotta all’inflazione senza soffocare troppo il ciclo. Il tempo dirà se la ricetta funziona, in un sistema finanziario di difficile lettura anche per i modelli econometrici più sofisticati.

Per ora, l’osservazione empirica dice che “la nave va”, citando Federico Fellini, sia in Europa sia negli Usa. In questo contesto, per ora le Borse procedono convinte anche se la settimana scorsa, complice il risultato elettorale in Europa, ci sono state scosse di assestamento piuttosto pronunciate. Con meno slancio rispetto al primo trimestre (+6% l’indice dei mercati mondiali da gennaio a fine marzo, +9% da inizio anno, soprattutto grazie a Usa e Giappone) e con qualche sbandamento, in corrispondenza con le riunioni delle banche centrali, ma pur sempre in crescita.

Secondo gli esperti, la spiegazione è abbastanza semplice: il mare di liquidità in circolazione. Tanta, praticamente ovunque; sopra i 104 mila miliardi di dollari, prossima al massimo storico. L’antidoto migliore per qualsiasi scenario negativo sui mercati borsistici; anzi meglio, il propellente per la crescita. E, per inciso, anche fattore inflattivo, perché contribuisce a far crescere i guadagni di Wall Street e a gonfiare i portafogli dei consumatori Usa.

Eppure, su quegli stessi mercati, si sta lentamente insinuando il nervosismo. Per ora è un rumore sordo, a tratti difficile da percepire. Fatto di tanti segnali che indicano attenzione, se non pericolo. Da qualche ragione “collaterale” – il voto in Europa e segnatamente il maremoto francese – che ha smosso i mercati, obbligazionari e borsistici. E, infine, da un quadro geopolitico potenzialmente esplosivo, che finora non viene “prezzato” dalla finanza (se non in parte per la crescita delle quotazioni di alcune materie prime). Insieme alla considerazione di buon senso: difficile che i mercati salgano solo, ininterrottamente.

Certo, le motivazioni per essere ottimisti non mancano. L’aggregato monetario M2, che considera la moneta in circolazione e i depositi a breve termine (fino a due anni) gronda risorse. In Cina sale di oltre il 7% rispetto a un anno prima (e non a caso alcuni osservatori ritengono che potrebbe riservare sorprese positive in termini borsistici, dopo un periodo non breve di indici deludenti); ma vanno bene le cose anche in Europa (che dopo mesi di cali rispetto ai dodici mesi precedenti è tornata sulla parità) e negli Stati Uniti, dove la curva ha smesso di scendere ed è in ripresa. Stesso discorso se si guarda all’enorme patrimonio dei “money market funds”: dopo una piccola correzione in aprile, sono tornati a salire e a superare quota seimila miliardi di dollari. Cartucce pronte a sparare, benzina sul fuoco delle quotazioni di Borsa.

E i segnali di cautela? Non mancano nemmeno quelli (come si è visto la settimana scorsa). A partire dalla concentrazione del rischio: a metà degli anni Sessanta le prime 5 aziende dell’S&P superavano di poco il 20% della capitalizzazione mondiale di Borsa. Ora il mondo finanziario si è allargato, ma lo “strapotere” delle super-big Usa è cresciuto: le prime 20 società rappresentano circa il 60% del mercato mondiale. Fattore trainante - finché tutto cresce - incognita fragorosa se il trend si dovesse invertire per qualche ragione. Anche perché la concentrazione degli scambi su pochi campioni è esacerbata agli investimenti indicizzati, che amplificano tutti i fenomeni. E ancora: nonostante la crescita degli utili (che continua ad esserci) le azioni americane sono un po’ care, pur escludendo dal novero il Nasdaq, che farebbe saltare qualsiasi statistica.

Il discorso non vale per la maggior parte dei mercati europei, che complessivamente non sono ancora cari secondo i principali multipli di mercato (e men che meno lo è Piazza Affari) ma il Dow Jones per esempio è perfettamente allineato alla mediana su dieci anni dei rapporti prezzi/utili, quindi per non diventare caro le società devono continuare a macinare profitti. Inoltre il “premio al rischio” aggiuntivo, la remunerazione in più che offrono in media le azioni Usa rispetto alle obbligazioni è intorno all’1%, vicino ai minimi dal 2008 mentre, su tutt’altro piano, il debito americano cresce senza sosta, a un tasso nominale del 9% circa, ben oltre quello del Pil; (quindi, anche per gli Usa c’è un problema di sostenibilità del debito).

Infine, Warren Buffett ha in cassa un livello record di liquidità, in parte investita in T-Bill (i titoli governativi a breve termine degli Stati Uniti): è una sua vecchia passione, ma ora secondo gli analisti ha circa il 3% delle emissioni totali Usa a breve termine. Tanto “cash” si era accumulato solo in tre altre occasioni. Alla vigilia di altrettanti crolli di Wall Street. Nessuno ha sempre ragione, l’errore fa parte della statistica. E per esempio vendendo azioni Apple nella prima parte dell’anno Buffett ha rinunciato - finora - a una bella fetta di guadagni. Però questi segnali funzionano come spie luminose, che richiedono attenzione.

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