Chi era Claudio Graziano. L’alpino ostinato che ha innovato la Difesa in Italia. E gettato le basi per quella comune in Europa
di Gianluca Di FeoIl generale Claudio Graziano è stata una delle figure più importanti nella trasformazione della Difesa italiana ed europea. Non solo per la rilevanza degli incarichi, dalle missioni in Libano e Afghanistan fino alla posizione di capo di Stato maggiore dell’Esercito, di tutte le forze armate e quindi di presidente del comitato militare della Ue. In mezzo secolo di servizio Graziano con l’ostinazione di alpino ha sempre portato avanti in tutte le sedi una visione riformatrice, che prendeva atto della realtà per cercare di innovare organizzazioni, equipaggiamenti e strategie.
Piemontese, si è innamorato delle Penne Nere a sedici anni ispirato dalle letture: “Giulio Bedeschi, …
Il generale Claudio Graziano è stata una delle figure più importanti nella trasformazione della Difesa italiana ed europea. Non solo per la rilevanza degli incarichi, dalle missioni in Libano e Afghanistan fino alla posizione di capo di Stato maggiore dell’Esercito, di tutte le forze armate e quindi di presidente del comitato militare della Ue. In mezzo secolo di servizio Graziano con l’ostinazione di alpino ha sempre portato avanti in tutte le sedi una visione riformatrice, che prendeva atto della realtà per cercare di innovare organizzazioni, equipaggiamenti e strategie.
Piemontese, si è innamorato delle Penne Nere a sedici anni ispirato dalle letture: “Giulio Bedeschi, Nuto Revelli, Mario Rigoni Stern: nel dopoguerra italiano - ha scritto nel volume “Missione”, realizzato con Marco Valerio Lo Prete due anni fa - ci fu un momento in cui gli alpini segnarono in modo indelebile anche la storia della letteratura nazionale. Iniziai a leggere i loro libri a rotta di collo: questi capolavori, uniti alla mia passione per le cime e per le valli del Canavese, mi chiarirono le idee su che tipo di militare sarei voluto diventare”.
In quelle pagine spiega anche quale sia stato il suo modello di comando: “Degli alpini mi colpivano il coraggio e l’altruismo, in montagna come sul campo di battaglia. Mi intrigava, infine, il rapporto tra militari di una simile tempra e i loro superiori. C’è un canto alpino che allude a questo elemento: “Figli di nessuno che noi siam, (…) ma se troviamo uno che ci sappia comandar e dominar, figli di nessuno che noi siam, anche a digiuno sappiamo marciar”. L’arte del comando come qualità che gli alpini stessi “trovano” e riconoscono soltanto nei veri “capi”. L’arte del comando, insomma, come sfida continua da vincere e non come acquisizione ottenuta in ragione di una serie di burocratici avanzamenti di carriera. Per un diciottenne che già si immagina futuro tenente, era un invito implicito a mettersi continuamente in gioco”.
Dal Mozambico a Hezbollah
Lo ha fatto in tutta la sua straordinaria carriera. L’esordio è nel 1992 con il battaglione Susa per ricomporre la pace dopo la guerra civile in Mozambico, nel cuore dell’Africa: un esempio luminoso dello stile italiano nel costruire il dialogo. Forse il compito più difficile è stata la gestione dell’operazione Litani all’inizio del 2007, subito dopo l’inserimento del contingente di caschi blu sul confine meridionale tra Libano e Israele permesso dalla mediazione italo-francese che aveva fermato gli scontri tra Israele ed Hezbollah. L’ingresso sul campo di battaglia di truppe internazionali richiedeva determinazione e diplomazia per separare i contendenti e aprire canali di comunicazione. Per riuscirci bisognava ottenere rispetto e fiducia dai rivali, che formalmente non avevano chiuso le ostilità: Graziano le ha mantenute fino a oggi, in entrambi i Paesi.
Ai vertici dell’Esercito
Arrivato al vertice dell’Esercito nel 2011, dopo un periodo come capo di gabinetto del ministro Ignazio La Russa, si è preoccupato sul migliorare l’addestramento e le dotazioni dei reparti in vista dell’impegno in Afghanistan: era stato capo della brigata che presidiava Kabul nel 2005 e conosceva bene la situazione. Allo stesso tempo ha tentato invano di mantenere viva la componente pesante, studiando un modo low cost di rinnovare, con i tank Leopard 2 ceduti a prezzi di saldo dalla Germania, le brigate corazzate azzerate dall’assenza di fondi: se le sue idee fossero state concretizzate, oggi si sarebbero probabilmente risparmiati miliardi.
Alla guida dello Stato maggiore dell’intera Difesa dal natale 2014, ha spinto per incentivare al massimo la trasformazione interforze - chiamata in gergo “joint” - cercando di razionalizzare mezzi e reparti: ad esempio, la proiezione dal mare delle truppe anfibie unendo i fanti di Marina del San Marco e i lagunari dell’Esercito. O l’interscambio tra caccia F35B a decollo verticale della flotta e dell’Aeronautica. Un modo di evitare sprechi e moltiplicare le capacità, sempre tenendo presente il rapporto tra militari e Paese, con un profondo rispetto dei principi costituzionali riconosciuto da tutti i partiti. “Mentre la società italiana attraversava una rivoluzione nel rapporto con le proprie forze armate - ha scritto nel suo libro -, queste ultime si trasformavano in maniera quasi altrettanto radicale. Abbandonata la leva obbligatoria generalizzata, per tante ragioni divenuta un onere non gradito agli occhi degli italiani, oggi i nostri uomini e le nostre donne in armi sono professionisti con un’approfondita formazione ed esperienza alle spalle, tra l’altro considerati in modo unanime protagonisti nell’opera di proiezione dell’influenza e dell’immagine dell’Italia all’estero”.
Le basi per una Difesa europea
Come presidente del Comitato militare di Bruxelles - una struttura fino ad allora con grande prestigio e pochissimi poteri - Graziano è stato l’uomo giusto nel posto giusto e al momento giusto. Nell’agosto 2021, davanti alle drammatiche immagini della ritirata Nato da Kabul, la commissione Von der Leyen ha deciso di creare una task force Ue in grado di svolgere autonomamente attività simili simili: cinquemila militari con ogni supporto aereo, navale, cyber. Il generale è riuscito in tempi rapidissimi a risolvere problemi tecnici, legislativi e diplomatici permettendo il varo del primo e unico embrione della Difesa europea, che ora la nuova Commissione dovrà rendere operativo.
Nel colosso navale
Da servitore dello Stato, in assenza di possibili ruoli istituzionali, nell’aprile 2022 ha accolto la nomina alla presidenza di Fincantieri, il colosso a controllo pubblico delle costruzioni navali, con lo stimolo di recuperare la passione giovanile per il mare - che da ragazzino gli aveva fatto pensare di arruolarsi in Marina - e la curiosità verso l’innovazione tecnologia: nonostante fosse un lettore accanito di saggi storici, era interessato a ogni nuova frontiera scientifica. “In un percorso professionale che reputo intenso e fortunato, per avvenimenti vissuti e incarichi ricoperti, infelicità e disillusioni hanno comunque avuto il loro spazio non secondario - ha confessato nel suo libro -. L’entusiasmo però è rimasto intatto: perché tanto dovrò ancora vedere e imparare, e poi perché – pur credendo in una qualche “ciclicità” della storia – ritengo che il motore ultimo dell’avvenire sia la determinazione di ognuno di noi. Convinto come sono, per citare il filosofo francese Henri-Louis Bergson, che “il futuro non è quello che succederà ma quello che faremo””.
Proprio per questo la sua fine ha colpito i suoi amici e i suoi tanti allievi, ammiratori della sua inesauribile energia e del suo ottimismo d’alpino ma consapevoli del solco scavato nella sua anima dalla lunga malattia e dalla scomparsa della moglie Marisa. Lunedì scorso, sul ponte della portaerei Garibaldi, si era confidato: “Ci sarebbero tante cose da scrivere per Repubblica, il mondo sta andando in pezzi. Ma io adesso la sera faccio fatica, sento il vuoto…”.