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L’assalto arabo ai green del golf americano

A suon di miliardi il circuito Liv controllato dal fondo sovrano Pif ha strappato alcuni dei migliori giocatori alla Pga. Tra ripicche e carte bollate, in campo anche la politica. Ma sullo sfondo si profila l’ipotesi del grande accordo
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Non è un appuntamento sportivo, come ci aspetterebbe nello spirito del golf, gioco fra i più nobili e tradizionalisti. Quella che vede schierati in campi opposti Liv, finanziata dal Public Investment Fund saudita, e l’americana Pga (Professional Golf Association) è piuttosto una guerra di colpi bassi, vecchi rancori, interventi della politica e dei tribunali che si traduce in uno “scontro di civilità” alla Samuel Huntington. In gioco radicate tradizioni, una scommessa economica sullo sport, settore in crescita grazie alle decine di milioni di persone live attorno a uno schermo.

Meno sforzo e più soldi

Un valore inestimabile, che attira investitori, fondi di private equity, imprenditori e fondi sovrani, come appunto il Pif saudita, circa 8-900 miliardi di dollari in dotazione, presieduto addirittura da Mohamed Bin Salman. Sappiamo che i sauditi hanno investito cifre prodigiose nel calcio e che corteggiano la Formula Uno. Il beneficio secondario dall’essere “proprietari” di una squadr…

Non è un appuntamento sportivo, come ci aspetterebbe nello spirito del golf, gioco fra i più nobili e tradizionalisti. Quella che vede schierati in campi opposti Liv, finanziata dal Public Investment Fund saudita, e l’americana Pga (Professional Golf Association) è piuttosto una guerra di colpi bassi, vecchi rancori, interventi della politica e dei tribunali che si traduce in uno “scontro di civilità” alla Samuel Huntington. In gioco radicate tradizioni, una scommessa economica sullo sport, settore in crescita grazie alle decine di milioni di persone live attorno a uno schermo.

Meno sforzo e più soldi

Un valore inestimabile, che attira investitori, fondi di private equity, imprenditori e fondi sovrani, come appunto il Pif saudita, circa 8-900 miliardi di dollari in dotazione, presieduto addirittura da Mohamed Bin Salman. Sappiamo che i sauditi hanno investito cifre prodigiose nel calcio e che corteggiano la Formula Uno. Il beneficio secondario dall’essere “proprietari” di una squadra può tradursi in popolarità, cosa di cui a Riad oggi si sente il bisogno. Ma Liv vuole affermarsi nel settore del golf e rompere le tradizioni. La sigla rappresenta il numero romano 54, il numero di buche che i golfisti devono giocare nei suoi tornei, contro le 72 previste dalla Pga. Meno sforzo e più soldi.

Possibile che questa volta i sauditi si siano spinti un po’ troppo in là? Forse fuorviati da un paria del golf in America come Greg Norman, ex campione di origine australiana, giudicato arrogante e arrivista? Possibile. Anche perché contro Greg Norman, Ceo e ideatore di Liv, la proposta alternativa ai campionati di golf americani finanziata dal Pif, si oppone Tiger Woods, simbolo della tenacia, del successo, del “sogno americano”, rimasto fedele alla Pga nonostante le “sirene” di Norman. A Woods sono stati offerti oltre 100 milioni per il passaggio di campo. Ma Tiger ha platealmente rifiutato diventando un eroe per il quale le tradizioni, la lealtà e il rispetto degli accordi prevalgono sul vile danaro. C’è da dire che Woods non ha problemi finanziari. Come giudicare, ha detto Woods, «chi volta le spalle alla Pga, alla quale deve tutto?». E Rory McIlroy, altro campione rimasto nella Pga nonostante offerte astronomiche, ha castigato i colleghi che hanno mollato preferendo i soldi al prestigio e alla tradizione: «Una scorciatoia che pagheranno».

Attirare i grandi campioni

Ma è questo il primo livello su cui si gioca la partita: attirare i grandi campioni. E il potere del denaro è in effetti molto efficace, come ha dimostrato Phil Mickelson, cinquantenne americano, mostro sacro del golf statunitense che ha vinto 45 tornei, tra cui un US Open, tre Masters e sei grandi premi. Quando Liv fu annunciata nel 2021, Mickelson definì i governanti sauditi come «temibili figli di mign... che hanno ucciso Khashoggi e giustiziato gente solo perché gay, per non parlare dei diritti delle donne». Non era certo il tipo di messaggio gradito a Riad, che voleva invece cavalcare l’immagine del riformismo auspicato da MBS. Ma tutto ha un prezzo. Pochi mesi dopo quelle dichiarazioni, Mickelson annunciava il suo passaggio a Liv per 200 milioni, quasi il doppio di quanto offerto e accettato da altri campioni come il britannico Dustin Johnson o Bryson DeChambeau (ha vinto gli US Open nel 2020) tutti parte del gruppo Liv e usciti dalla Pga.

Gli investimenti da capogiro

Forbes Magazine stima che i sauditi hanno investito complessivamente 2,4 miliardi nell’operazione e hanno aumentato di 370 milioni la “borsa” complessiva dei loro primi dieci giocatori, portando i loro incassi combinati a circa 650 milioni di dollari. Ciò significa che circa un quarto dell’intero investimento è andato a pagare soltanto i primi dieci giocatori. Troppo? Possibile: da una parte si dovrà dimostrare che l’investimento oltre al presunto prestigio porterà anche ottimi guadagni. Dall’altra i giocatori che hanno “tradito” hanno perso in prestigio e di conseguenza anche gli sponsor li hanno abbandonati. Al momento del suo voltafaccia per soldi Mickelson è stato abbandonato da sponsor del calibro di Kpmg, Callaway, Heineken, Amstel Light e Workday.

Uno schiaffo multiplo per il campione e la conferma che la partita attorno ai diritti e a chi prevarrà nella guerra del golf si sta facendo sempre più calda, ora anche sul piano politico e su quello giuridico. Per primo Liv ha citato Pga per concorrenza sleale. Pga ha rilanciato con un’altra causa contro Liv per averle strappato giocatori sotto contratto. Poi Pga ha impedito ai giocatori di Liv di giocare nei suoi tornei e a quel punto è partita una istruttoria contro Pga per concorrenza sleale.

E dire che l’anno scorso si stava per trovare un accordo in un incontro alla Bahamas. Poi tutto è saltato su alcuni dettagli. Forse anche perché Pga motivando sia sull’orgoglio che sul portafoglio alcuni importanti americani ha raccolto lo scorso gennaio 3 miliardi di dollari in un’operazione guidata da Fenway Sports, che controlla i Red Sox di Boston e che include il rapper Drake, LeBron James, star della pallacanestro, il tycoon Steve Cohen (proprietario dei Mets). Una riscossa di operatori sportivi che non potevano immaginare di vedere i loro tornei cadere in mano straniera. Con i 3 miliardi la Pga ha ottenuto una valutazione del suo business pari a 12 miliardi, contro i 2,4 dei sauditi. Ha anche offerto partecipazioni a decine di giocatori e ha aumentato i premi.

Ma Liv ha un asso nella manica: Donald Trump. I suoi campi erano stati banditi dal Pga tour dopo le vicende del 6 gennaio. E Trump, vendicativo, ha naturalmente approvato l’operazione Liv offrendo i suoi campi per i tornei. A questo punto manca solo Biden, si dice stia preparando uno spot in cui si vede Trump che tradisce l’America per soldi scegliendo i sauditi contro l’americana Pga. Trump fa campagna negativa tutto il tempo e Biden ha bisogno di mollargli una zampata. Lanciarla nel golf sarebbe solo un’altra delle straordinarie anomalie del nostro tempo. A meno che, in extremis e come sempre a sorpresa, non si mettano poi d’accordo.

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