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In Europa non sono più terre rare

Con la scoperta in Norvegia del più grande giacimento di minerali per la transizione, Bruxelles lancia la sfida al monopolio cinese
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A inizio 2023, la scoperta di un giacimento di terre rare senza precedenti, nella Svezia settentrionale, venne salutato come un primo passo per rendere l’Europa indipendente dalle forniture di minerali fondamentali per la transizione energetica. Un anno e mezzo dopo, i festeggiamenti dovrebbero come minimo raddoppiare, dopo l’annuncio di una nuova miniera – sempre di terre rare, ma con riserve molto più estese – in Norvegia nella regione del Telemark, non lontano da Oslo. Si tratta di un potenziale di quasi 9 milioni di tonnellate, mentre nel sito svedese per gli esperti non si andrà oltre i 2 milioni.

Nel settore minerario è la notizia più importante degli ultimi mesi. Per l’Europa è di importanza capitale: dimostra che le iniziative della Commissione europea per assicurarsi risorse interne al Vecchio Continente stanno funzionando. E poco importa se la Norvegia non fa parte dei 27: così come avvenuto per gas e petrolio, il governo del Paese scandinavo ha già stretto accordi commerci…

A inizio 2023, la scoperta di un giacimento di terre rare senza precedenti, nella Svezia settentrionale, venne salutato come un primo passo per rendere l’Europa indipendente dalle forniture di minerali fondamentali per la transizione energetica. Un anno e mezzo dopo, i festeggiamenti dovrebbero come minimo raddoppiare, dopo l’annuncio di una nuova miniera – sempre di terre rare, ma con riserve molto più estese – in Norvegia nella regione del Telemark, non lontano da Oslo. Si tratta di un potenziale di quasi 9 milioni di tonnellate, mentre nel sito svedese per gli esperti non si andrà oltre i 2 milioni.

Nel settore minerario è la notizia più importante degli ultimi mesi. Per l’Europa è di importanza capitale: dimostra che le iniziative della Commissione europea per assicurarsi risorse interne al Vecchio Continente stanno funzionando. E poco importa se la Norvegia non fa parte dei 27: così come avvenuto per gas e petrolio, il governo del Paese scandinavo ha già stretto accordi commerciali con Bruxelles per assicurare forniture per i prossimi anni.

Grandi potenzialità

Sapendo di avere grandi potenzialità nel sottosuolo, una società privata norvegese, Rare Hearts Norway, nel 2016 ha dato il via alla ricerca e ha poi trovato un accordo con l’European Critica Raw Alliance, organismo che vede la Ue tra i suoi fondatori. L’operazione, in pochi anni, ha dato subito i suoi frutti. La scoperta nel comune di Fensfeltet, a un centinaio di chilometri dalla capitale, ne è la riprova, al punto che è stata incaricata una società indipendente di una stima complessiva per avere il via libera per un investimento che potrebbe impegnare fino a 870 milioni in dieci anni.

Due indizi cominciano a costruire la prova definitiva. Le scoperte in Svezia e Norvegia confermano che anche nel sottosuolo europeo si trovano risorse per alimentare l’industria della transizione, dalle rinnovabili alle batterie per le auto elettriche. Tecnologie che dipendono in buona parte dalle terre rare, minerali che contrariamente al loro nome si trovano in abbondanza nel sottosuolo mondiale, ma concentrate solo in pochi Paesi, al momento. E dove la Cina la fa da padrona, controllando tra l’80 e il 90% delle riserve stimate, a seconda delle ricerche.

I minerali fondamentali per la transizione energetica

Ma perché sono così importanti? Ripercorrendo la storia delle terre rare, con cui si indicano ben 17 elementi della tavola periodica, si scopre che si è tornati alle origini: furono individuati per la prima volta alla fine del Settecento proprio in Scandinavia. Dimenticati per un paio di secoli per la difficoltà della loro estrazione, con la trasformazione hi-tech dell’economia sono diventati fondamentali per lo sviluppo dei settori più innovativi, dalla telefonia cellulare alla mobilità elettrica, dai computer all’energia eolica e fotovoltaica.

I diciassette elementi

A renderli unici sono le loro proprietà magnetiche e conduttive: hanno consentito, per esempio, di ridurre le dimensioni dei device elettronici o migliorare le prestazioni dei magneti delle pale eoliche o degli hard disk. I 17 elementi indicati come terre rare rispondono al nome di disprosio, erbio, europio, gadolinio, olmio, lantanio, lutezio, neodimio, praseodimio, promezio, samario, scandio, terbio, tulio, itterbio e ittrio. Come detto, così rari non sono: secondo alcune ricerche la loro quantità sotto la crosta terrestre è 200 volte superiore a quella dell’oro. E non sono rare nemmeno in Europa, se si pensa che il continente all’inizio del secolo scorso copriva il 40% della domanda mineraria per scendere al 3% attuale.

L’errore del gas

Il problema delle materie prime è che bisogna cercarle. L’Unione europea dovrà aumentare di almeno cinque volte l’estrazione di terre rare da qui al 2030 per «evitare di ritrovarci di nuovo in una situazione di dipendenza come è successo per gas e petrolio», come ha dichiarato la presidente uscente della Commissione Ursula von der Leyen.

La sfida è ridurre il periodo di tempo dal momento dell’individuazione dei giacimenti allo sfruttamento commerciale dei minerali, che al momento è indicati tra 5 e 10 anni. Oltre a farlo evitando il più possibile danni all’ambiente, visto che la ricerca nel sottosuolo è altamente impattante.

Tutto ciò è contenuto nel Critical Raw Materials Act, il piano presentato dalla Commissione Ue un anno fa in cui si dettano una serie di regole per l’indipendenza dalle importazioni: almeno il 30% delle materie prime fondamentali per la transizione green e per le nuove tecnologie dovrà provenire dalle miniere europee. E almeno il 10% delle “terre rare”. La scoperta del giacimento in Norvegia è uno dei primi risultati. Del resto, Oslo sarà un partner fondamentale per ottenere risultati concreti. Come dimostra anche la joint venture sottoscritta sempre tra governo norvegese e Commissione sullo “sviluppo e la sostenibilità” dei materiali necessari per la realizzazione di batterie, per le quali la Ue è in prospettiva il secondo mercato a livello globale.

La ricerca in mare

Ma terre rare e gli altri minerali non saranno ricercati solo sulla terraferma. Un anno fa, la Norvegia ha aperto oltre 280 mila metri quadrati di territorio attorno alle sue coste dove sarà possibile l’attività di estrazione. Un piano che è già andato a scontrarsi con associazioni ambientaliste, parte del mondo accademico e investitori etici, i quali sottolineano come non ci siano ancora dati scientifici certi sulle possibili ricadute negative sui fondali marini. Così come è stata chiesta una moratoria su tutte le attività di estrazione in mare fino a quando non ci saranno risultati certi.

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