Chi è davvero “Esg” secondo i criteri Esma
di Alessandro CicognaniRinominare o disinvestire? I gestori di fondi sostenibili sono davanti a un bivio. L’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, l’Esma, infatti a maggio ha imposto nuove regole alle case di gestione per l’utilizzo dell’acronimo Esg, oltre a individuare specifici criteri di esclusione di alcune forme di investimento per poter adottare termini comunque legati alla sostenibilità. Scopo delle linee guida: proteggere i risparmiatori dal rischio di greenwashing. Effetto potenziale sui fondi: una valanga che potrebbe travolgere più di 1.600 veicoli finanziari, costretti a scegliere come ridisegnare la propria strategia di investimento per non rimanere esclusi dalla giostra della finanza “verde”.
Generazioni e lavoro: differenze
Uno studio sviluppato dall’ADP Research Institute dal titolo “People at work” ha evidenziato le differenze esistenti tra le 5 generazioni e cosa questi si aspettano di ottenere in futuro dall’azienda in cui lavorano. Secondo il rapporto i giovani lavo…
Rinominare o disinvestire? I gestori di fondi sostenibili sono davanti a un bivio. L’Autorità europea degli strumenti finanziari e dei mercati, l’Esma, infatti a maggio ha imposto nuove regole alle case di gestione per l’utilizzo dell’acronimo Esg, oltre a individuare specifici criteri di esclusione di alcune forme di investimento per poter adottare termini comunque legati alla sostenibilità. Scopo delle linee guida: proteggere i risparmiatori dal rischio di greenwashing. Effetto potenziale sui fondi: una valanga che potrebbe travolgere più di 1.600 veicoli finanziari, costretti a scegliere come ridisegnare la propria strategia di investimento per non rimanere esclusi dalla giostra della finanza “verde”.
Generazioni e lavoro: differenze
Uno studio sviluppato dall’ADP Research Institute dal titolo “People at work” ha evidenziato le differenze esistenti tra le 5 generazioni e cosa questi si aspettano di ottenere in futuro dall’azienda in cui lavorano. Secondo il rapporto i giovani lavoratori in Italia più che lo stipendio puro cercano uno scopo ben preciso.
I comparti e i paesi potenzialmente più impattati dalle nuove regole
Il 14 maggio 2024 l’Esma ha pubblicato le regole sui nomi dei fondi che vogliono utilizzare il termine Esg o altre parole legate alla sostenibilità. Il requisito primario prevede che almeno l’80% delle risorse sia allocato su investimenti sostenibili (così come definiti nel regolamento europeo Sfdr). Per le parole “ambientale”, “impatto” e “sostenibilità” i fondi dovranno poi essere allineati al Paris-aligned benchmarks (PAB), che esclude il settore delle armi, del tabacco, chi viola i principi sanciti dalle Nazioni Unite e tutte le imprese i cui ricavi sono generati oltre l’1% dal carbone e oltre il 10% dal petrolio. Per le parole “transizione”, “sociale” e “governance” il riferimento sarà il Climate transition benchmarks (CTB), che vieta armi, tabacco e chi viola i principi Ungc. Le linee guida verranno applicate a Fondi comuni e alternativi ed entreranno in vigore tre mesi dopo la pubblicazione in tutte le lingue per i nuovi fondi, nove mesi dopo per quelli già esistenti.
Gli studi Morningstar
Nelle ultime settimane l’ufficio studi di Morningstar ha identificato 2.500 fondi comuni di investimento negoziati in Borsa e domiciliati in Europa, al cui interno sono contenute definizioni che rientrano nelle linee guida. Scoprendo che circa i due terzi hanno in pancia almeno una società che potenzialmente viola le regole di esclusione. Da qui l’effetto valanga, perché citando Nanni Moretti «le parole sono importanti». Lo dice anche Hortense Bioy, responsabile della ricerca sugli investimenti sostenibili di Morningstar: «I nomi dei fondi rappresentano un potente strumento di marketing».
le società a rischio esclusione nei portafogli dei fondi esg
Non a caso, negli ultimi cinque anni gli operatori si sono buttati a capofitto nel mondo Esg: i fondi che richiamano termini ambientali, sociali o di governance sono passati dal 4% di incidenza sul mercato nel 2019 ad oltre il 14% nel 2023 (fonte Esma). Ora si va verso la discesa? È la domanda sottesa alle analisi di Morningstar, perché se le valutazioni dovessero essere corrette, nei prossimi mesi 1.600 fondi saranno chiamati a fare la scelta: cambiare nome o virare parte dei propri investimenti.
«Se tutti questi prodotti dovessero decidere di mantenere il proprio nome – chiarisce Bioy – ciò potrebbe portare a disinvestimenti azionari fino a 40 miliardi di dollari». È lo scenario più critico, perché vorrebbe dire un completo ribilanciamento delle asset allocation, così da renderle in linea con quanto previsto nei criteri individuati dal regolatore. A farne le spese sarebbero soprattutto il settore dell’energia, parte dell’industria (ferroviaria e della difesa in primis) e i materiali di base. I titoli più colpiti secondo Morningstar: quelli delle compagnie petrolifere TotalEnergies e Shell – le cui azioni sono presenti in 500 fondi sostenibili, per un valore aggregato di quasi 4,8 miliardi di dollari – e il colosso cinese del tech Tencent Holdings, al centro di forti dibattiti per problemi di censura e sorveglianza.
Squilibri di mercato
Il rischio di andare incontro a squilibri di mercato è dietro l’angolo. «Il fatto che un fondo avente una denominazione ambientale non possa più investire in emittenti che generano ricavi anche limitati dal settore dei combustibili fossili – interviene Federica Calvetti, Esg coordinator di Eurizon – potrà comportare impatti sia per le valutazioni degli emittenti dei settori energy e utility, molti dei quali sono impegnati attivamente nella realizzazione di complesse strategie di decarbonizzazione che richiedono ingenti risorse, sia per gli investitori, il cui interesse per prodotti attenti alla sostenibilità rimane alto».
Che si possa arrivare a questi volumi di disinvestimenti è però poco probabile. A fronte di fondi che detengono meno di cinque titoli potenzialmente in violazioni con le direttive dell’Esma (il 70% del campione Morningstar), per i quali operare aggiustamenti sarebbe quindi abbastanza agevole, ce ne sono a centinaia per i quali cambiare strategia sarebbe molto problematico, spingendoli verso un più rapido cambio di nome. Per esempio, State Street ha sul mercato un prodotto classificato Esg con 126 titoli non allineati alle nuove regole, Amundi e Invesco gestiscono invece due Etf i cui portafogli sono per il 99% fuori dai parametri.
Nondimeno una scelta dovrà essere fatta, poiché al di là delle regolamentazioni, i risparmiatori hanno dimostrato di non essere disposti a fare sconti su questi temi. Alla fine del 2021, in piena sbornia da Esg, i fondi sostenibili avevano capitalizzato nel mondo ben 650 miliardi di dollari, ma quando sono iniziati a emergere punti interrogativi sul perseguimento di effettive pratiche green, è scattata la virata. Alla fine del 2022 i flussi netti erano scesi a 161 miliardi, l’anno scorso si sono fermati a 61 miliardi e nel primo trimestre del 2024 hanno incassato appena 900 milioni di dollari. Alla domanda “come mai?” risponde un sondaggio di Morgan Stanley, che mette in luce come il principale dubbio dei piccoli investitori sia la mancanza di trasparenza e di fiducia nei dati riportati. «Per questo – conclude Calvetti – auspichiamo che la maggiore chiarezza trasmessa attraverso il nome possa portare a una migliore comprensione e fiducia».