Politica di coesione non bastano le buone intenzioni
di Donato Di Carlo* e Lorenzo Moretti*La recente riforma della politica di coesione, in corso di approvazione parlamentare, introduce una nuova governance per accelerare gli interventi in settori strategici, come quello dell’energia e mobilità sostenibile, e ripropone misure per stimolare l’autoimpiego ed incentivare la creazione di posti di lavoro – un nobile proposito visti i bassissimi livelli di occupazione, in particolare giovanile e femminile, al Sud. Nonostante le buone intenzioni, però, queste misure rilanciano una visione inefficace e di breve termine della politica industriale, specialmente per il Mezzogiorno.
Rafforzare il coordinamento tra Pnrr e politiche di coesione
La prima parte del decreto, la più encomiabile, mira a rafforzare il coordinamento tra gli interventi del Pnrr e le politiche di coesione. Da un lato, prevede l’individuazione di interventi prioritari e settori strategici su cui incanalare le risorse. Dall’altro, rafforza la governance, replicando un sistema di monitoraggio simile a quello del P…
La recente riforma della politica di coesione, in corso di approvazione parlamentare, introduce una nuova governance per accelerare gli interventi in settori strategici, come quello dell’energia e mobilità sostenibile, e ripropone misure per stimolare l’autoimpiego ed incentivare la creazione di posti di lavoro – un nobile proposito visti i bassissimi livelli di occupazione, in particolare giovanile e femminile, al Sud. Nonostante le buone intenzioni, però, queste misure rilanciano una visione inefficace e di breve termine della politica industriale, specialmente per il Mezzogiorno.
Rafforzare il coordinamento tra Pnrr e politiche di coesione
La prima parte del decreto, la più encomiabile, mira a rafforzare il coordinamento tra gli interventi del Pnrr e le politiche di coesione. Da un lato, prevede l’individuazione di interventi prioritari e settori strategici su cui incanalare le risorse. Dall’altro, rafforza la governance, replicando un sistema di monitoraggio simile a quello del Pnrr, con obiettivi e meccanismi per incentivare le amministrazioni locali a raggiungerli. Considerati i ritardi delle nostre amministrazioni nella spesa delle risorse per la coesione, la misura è opportuna.
Il resto della riforma mira a promuovere l’autoimpiego nel lavoro autonomo e libere professioni nonché l’occupazione di giovani (under 35), donne, e disoccupati assunti presso sedi produttive nella Zona Economica Speciale (Zes) unica per il Mezzogiorno, grazie ad una serie di bonus che esonerano i datori di lavoro dal pagamento dei contributi previdenziali.
Le criticità
Le criticità sono diverse. Avendo una temporalità definita e breve – massimo 3 anni – difficilmente gli incentivi all’autoimpiego permetteranno il consolidamento di realtà imprenditoriali, non potendo i beneficiari contare su strumenti per la pianificazione di medio-lungo periodo. La condizionalità a favore di nuove imprese per lo sviluppo di tecnologie per la transizione digitale ed ecologica, per quanto benintenzionata, riflette anch’essa la tradizione italiana di commistione tra le politiche per lo sviluppo regionale e quelle per l’innovazione. Entrambe sono importanti. Ma le politiche per l’innovazione richiedono spesso strumenti completamente diversi, come ad esempio capitale di rischio ed investitori pazienti. Le misure del governo vedono nella creazione di nuove imprese una soluzione alle disfunzioni del mercato del lavoro, soprattutto al Sud. Tuttavia, la ricerca suggerisce che incentivare la creazione indiscriminata di nuove imprese difficilmente porta seri benefici economici. Il valore dell’imprenditoria non risiede nell’autoimpiego per sé, ma nelle imprese ad alta innovazione e crescita, che creano nuovi posti di lavoro di qualità. La maggior parte delle nuove imprese, invece, rimane molto piccola e spesso senza dipendenti. In sostanza, il rischio è quello della ulteriore proliferazione di microimprese, rinforzando una debolezza del capitalismo italiano o, peggio, finire per ingrassare le fila dei liberi professionisti – l’elettorato della coalizione di governo – senza favorire innovazione, sviluppo ed occupazione di qualità.
I bonus
Nei bonus per incentivare l’impiego di giovani, donne e lavoratori nella Zes Mezzogiorno, non vi è un criterio di selettività rispettivo ai settori strategici verso cui indirizzare l’intervento strategico dello stato. L’attenzione verso forme contrattuali a tempo indeterminato è apprezzabile, così come l’intenzione di attivare disoccupati, donne e giovani al sud. Il rischio, però, è che data la struttura produttiva del Mezzogiorno – fortemente sbilanciata sulle micro e piccole imprese terziarie – si finirà per sussidiare a tempo occupazione nel basso terziario invece di sostenere strategicamente l’evoluzione delle Pmi industriali e dei cluster produttivi del Mezzogiorno verso modelli e settori a maggiore produttività e valore aggiunto—quelli che effettivamente creerebbero più posti di lavoro e di maggiore qualità.
In generale, la sensazione è quella di un’occasione mancata se si pensa alle ingenti risorse finanziarie disponibili grazie al Pnrr. Si continua a sperare di risolvere la questione occupazionale con una nuova ondata di microimprese e liberi professionisti, e si incentiva indiscriminatamente l’occupazione al sud, senza una esplicita visione per promuovere competitività ed innovazione nei settori strategici per la doppia transizione. È improbabile che tali politiche impattino significativamente sulla struttura occupazionale del sud, riducendo gli enormi divari esistenti – né tantomeno che rafforzino il regime di crescita del Mezzogiorno, trainato dai consumi alimentati dalle varie misure di sostegno statale.
* Donato Di Carlo, prossimo assistant professor in Politica Economica, London School of Economics; e direttore del Luiss Hub for New Industrial Policy (LUHNIP)
* Lorenzo Moretti, coordinatore area innovazione e politica economica italiana, LUHNIP; research fellow, European University Institute