Andrea Illy: “Rischio autodistruzione con questo modello di sviluppo. La strada è l’agricoltura rigenerativa”
di Giuseppe ColomboROMA - ll segnale è arrivato con la Dichiarazione finale del G7 in Puglia: un impegno a sostegno di un’iniziativa pubblico-privata per promuovere l’economia circolare del caffè e sostenere i piccoli produttori. L’Italia ha fatto da apripista, indicando la direzione: le catene di fornitura vanno rese più sostenibili, promuovendo al contempo azioni per combattere i cambiamenti climatici tramite la selezione di varietà resistenti. “Quello del G7 è un riconoscimento importante perché accende un faro su una questione che non può più essere rimandata”, dice Andrea Illy, presidente di Illy Caffè, che da anni si batte per un impegno sul fronte della sostenibilità.
Cosa manca oggi alle politiche che promuovono la sostenibilità?
”Una visione d’insieme. Sostenibilità vuol dire perpetuare le condizioni di vita sul pianeta, dall’aria che respiriamo ai tessuti che indossiamo. La nostra società ha da tempo imbroccato un sistema di sviluppo che è stato foriero del massimo progresso possibile, ma qu…
ROMA - ll segnale è arrivato con la Dichiarazione finale del G7 in Puglia: un impegno a sostegno di un’iniziativa pubblico-privata per promuovere l’economia circolare del caffè e sostenere i piccoli produttori. L’Italia ha fatto da apripista, indicando la direzione: le catene di fornitura vanno rese più sostenibili, promuovendo al contempo azioni per combattere i cambiamenti climatici tramite la selezione di varietà resistenti. “Quello del G7 è un riconoscimento importante perché accende un faro su una questione che non può più essere rimandata”, dice Andrea Illy, presidente di Illy Caffè, che da anni si batte per un impegno sul fronte della sostenibilità.
Cosa manca oggi alle politiche che promuovono la sostenibilità?
”Una visione d’insieme. Sostenibilità vuol dire perpetuare le condizioni di vita sul pianeta, dall’aria che respiriamo ai tessuti che indossiamo. La nostra società ha da tempo imbroccato un sistema di sviluppo che è stato foriero del massimo progresso possibile, ma questo modello non ci porta lontano, anzi è destinato all’autodistruzione. Serve un modello compatibile con la nostra sopravvivenza”.
Quale?
"Non possiamo permetterci di continuare a erodere la biosfera, il nostro capitale naturale. Siamo in un circolo vizioso: meno capitale abbiamo, più forte è la componente che ci sottraiamo: è come indebitarsi sempre di più. La transizione che bisogna fare è verso un modello di sviluppo rigenerativo, che ambisce appunto a ricreare la rigenerazione della biosfera”.
Come si dovrebbe procedere, quindi?
"Innanzitutto occorre ricostruire uno stock naturale che possa fissare tanto carbonio quanto ne emettiamo, se non di più. Ci concentriamo sulle emissioni, ma poco sulla fissazione: eppure non c’è solo la questione energetica, ma anche le condizioni vitali”.
Che ruolo hanno le imprese in questo processo?
“Siamo noi cittadini a dover riequilibrare i consumi rispetto all’autoproduzione naturale. È un riequilibrio che dobbiamo governare perché le persone sono lavoratori, consumatori, elettori e investitori: sono loro che comandano. Quando le persone si rendono conto della necessità di questo riequilibrio allora creano un mercato che orienta le imprese”.
Cosa devono fare le imprese per agganciare questo riequilibrio?
“Due cose. La prima: andare su un modello circolare, quindi puntare sugli investimenti in cleanteach (energia pulita ndr) e sulle tecnologie della transizione, non solo energetica, che sono infinitamente più efficienti in termini di consumo di risorse".
Qual è l’impegno di Illy in questo ambito?
“L’obiettivo primario è ridurre la propria impronta ecologica minimizzando il consumo di risorse naturali, oltre a non essere inquinanti. Per questo per la parte industriale utilizziamo energia elettrica rinnovabile al 100% e packaging riciclabile. Tuttavia il ‘blocco” industriale non esaurisce la questione”.
Perché?
“Bisogna considerare anche la parte energetica e quella agricola. Quest’ultima è quella preponderante e più complessa perché i Paesi tropicali dai quali compriamo il caffè sono lontani e pieni di barriere: bisogna superare il modello agricolo convenzionale”.
Come?
"Il modello convenzionale, basato sulla chimica e sulla monocoltura, sta erodendo la biodiversità e ha ricadute pesanti sulla salute dei consumatori. Al contrario l’agricoltura rigenerativa poggia sulla biodiversità del suolo e dell’aria, ancora di più su quella ecosistemica: non possiamo avere migliaia di chilometri solo con campi perché altrimenti si inceppa l’ambiente. Occorre trovare un equilibrio tra la terra coltivata e quella lasciata a riserva naturale perché nelle riserve ci sono serbatoi di biodiversità”.
Dal G7 è arrivato un segnale importante per lo sviluppo di un’agricoltura virtuosa. Come si promuove?
“Il lavoro è in corso da tempo. Noi, per esempio, abbiamo sviluppato un protocollo di agricoltura virtuosa. Siamo partiti con due piantagioni sperimentali e puntiamo a condividere conoscenze con gli agricoltori che lavorano con noi perché optiamo per un modello di acquisto diretto”.
Che risultati si sono ottenuti?
“Quasi l’80% degli agricoltori che lavorano con noi hanno adottato pratiche agronomiche, generando risultati importanti. L’agricoltura rigenerativa funziona quando si è di fronte a un cambio climatico senza precedenti che porterà, da qui al 2050, ad avere il 50% in meno delle terre coltivabili a caffè”.
L’agricoltura rigenerativa è compatibile con la struttura attuale del mercato?
“Funziona sia per i 12,5 milioni di microcoltivatori che nei Paesi più competitivi, come il Brasile, dove ci sono enormi piantagioni di decine di migliaia di ettari: la produttività si conserva agli stessi livelli dell’agricoltura convenzionale, anzi può essere un tantino migliore, ma sicuramente i costi di produzione sono più bassi”.