Economia

L’intervista al ministro delle Imprese e del made in Italy

Urso “I dazi alla Cina? Siamo per un commercio che sia libero ed equo”

Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, durante la visita in Cina dove ha incontrato rappresentanti del governo e manager dell’industria auto
Il ministro delle Imprese, Adolfo Urso, durante la visita in Cina dove ha incontrato rappresentanti del governo e manager dell’industria auto 
Gli incentivi hanno funzionato, ma l’ obiettivo è chiudere il gap di un milione tra veicoli prodotti e immatricolati. Ita ai tedeschi e la rete Tim a Kkr erano le uniche soluzioni possibili a problemi storici
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Roma - Ministro Adolfo Urso, ha messo piede in Cina nello stesso giorno in cui Bruxelles ha confermato i dazi sulle auto elettriche per Pechino. Come è stata l’accoglienza, c’era freddezza?

«Nei confronti dell’Italia massima attenzione e disponibilità. Mi hanno evidenziato il loro auspicio che si trovi una soluzione negoziale ma sono consapevoli della necessità di ristabilire parità di condizioni. Noi siamo per il commercio libero ma equo, all’interno delle regole del Wto».

I dazi europei sono abbastanza “morbidi”. Anche la sua posizione è più soft rispetto a giugno. Perché?

«Come ogni soluzione negoziale dipende dalle condizioni. Occorre ristabilire condizioni di equità. Altrimenti, anche a fronte delle misure daziarie imposte dagli Stati Uniti, si corre il rischio che la sovrapproduzione cinese stravolga il mercato europeo».

L’impressione è che il governo non voglia inimicarsi i costruttori cinesi per riuscire a portarli in Italia. Da un anno annuncia l’interesse di qualche produttore. Ma quando arriveranno, visto che per ora hanno scelto altri Paesi in Europa?

«Non sono scelte che si fanno in un giorno. Noi ci stiamo lavorando da oltre un anno in piena trasparenza perché corrisponde ad una scelta strategica. I grandi player cinesi sono consapevoli che per presidiare il mercato occidentale è necessario produrre in Europa secondo le nostre regole. E noi preferiamo che lo facciano da noi. Avevano nella loro agenda Ungheria, Polonia, Spagna e Francia. Ora in testa vi è l’Italia. Perché abbiamo le migliori condizioni logistiche, un mercato interno particolarmente ricettivo e un ecosistema straordinario, con centri di ricerca e design che tutti ci invidiano, professionalità e competenze, con una filiera della componentistica dalle più alte performance. Con noi c’era, infatti, anche il presidente di Anfia, la associazione che rappresenta le imprese automotive, che ha offerto la massima collaborazione. L’Italia è l’unico Paese in Europa ad avere un unico produttore: una anomalia che va presto colmata».

Lei è titolare del made in Italy. Il governo ha appena portato a termine le nozze Ita-Lufthansa e lo scorporo della rete da Tim assieme al fondo Kkr. Ma non sono interventi contraddittori anomali per un governo sovranista?

«Abbiamo risolto due grandi questioni che si trascinavano da decenni. Per gli errori commessi dai governi già trent’anni fa. La politica è l’arte del possibile e le soluzioni erano le uniche possibili. Così avremo un servizio aereo migliore, senza più aggravi per lo Stato, e la certezza che sia realizzata una rete che fornisca un servizio adeguato a cittadini e imprese in ogni parte del nostro Paese».

Anche all’ex Ilva sono interessati solo gruppi stranieri. E i campioni dell’italianità dove sono finiti?

«Lo chieda a chi ci ha preceduti. A noi tocca rimediare ai disastri che hanno realizzato. Il caso ex Ilva è il paradigma di quello che non andava fatto: consegnare alla più grande multinazionale il più grande stabilimento europeo, l’unica vera alternativa al suo predominio. Ci hanno lasciato uno stabilimento al collasso, con un solo altoforno ancora in funzione senza più le materie prime per alimentarlo. Una fine programmata che abbiamo scongiurato con l’amministrazione straordinaria. Ora stiamo ripristinando gli impianti anche per consentire che altri possano sviluppare quello che può tornare ad essere il più grande impianto europeo, rispettoso dell’ambiente e con le migliori garanzie anche sanitarie. Osservo peraltro che la magistratura sta facendo il suo lavoro. A ciascuno il suo. Così funziona lo Stato».

Le risorse per il bonus auto elettriche sono finite in un solo giorno. Aveva promesso che avrebbe cambiato meccanismo, se ci fossero stati problemi. Lo farà?

«Il piano incentivi da noi elaborato ha pienamente funzionato, basti evidenziare i dati sulla rottamazione e quelli sull’uso della misura da parte dei ceti a reddito basso. Non sappiamo ancora se a ciò abbia anche corrisposto un significativo aumento della produzione nazionale come avevamo concordato con Stellantis: se ciò non dovesse accadere, ovviamente, dal prossimo anno le risorse del fondo andranno principalmente a sostenere chi intende produrre veicoli nel nostro Paese per colmare il gap tra auto prodotte e immatricolate, pari ad oltre un milione di vetture. Faremo quel che abbiamo detto».

Perché non avete subito usato i fondi per nuovi incentivi per l’auto? Le risorse le avete.

«Aspettiamo di valutare il tiraggio delle risorse per gli altri tipi di vetture, che mi sembra comunque alto. Le eventuali risorse disponibili le intendiamo destinate a chi intende accrescere la produzione».

Un anno fa ha incontrato il vertice di Stellantis. Come sono proseguiti i colloqui?

«Per noi l’obiettivo del milione è prioritario. Per questo vogliamo capire quali investimenti intendano realizzare per arrivarci. Purtroppo abbiamo crescenti richieste di cassa integrazione dal gruppo, registriamo lo spostamento all’estero di contratti di componentistica, con ricadute sulla filiera, e abbiamo appreso che le auto del suo partner cinese saranno realizzate in Polonia invece che a Torino e distribuite anche sulle rete vendita italiana. Non sono certo segnali positivi. Aspettiamo inoltre di conoscere quale sia il destino della gigafactory di Termoli - di cui Stellantis è partner - anche per capire se dobbiamo collocare verso altri attori le risorse del Pnrr che vi erano destinate. Insomma c’è del lavoro da fare per raggiungere un accordo di così alto profilo».

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