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Giornali Usa l’invasione degli inglesi

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Nell’ormai storico dibattito televisivo fra Joe Biden e Donald Trump c’è stato un vincitore certo: la rete Cnn, che ha trasmesso il dibattito, e il suo amministratore delegato, l’inglese Mark Thompson, ex capo della Bbc e del New York Times, chiamato per rilanciare la rete in difficoltà. Potrebbe essere una semplice curiosità di business mediatico se non fosse che, sempre nelle ultime settimane, due altri inglesi si sono trovati al centro delle cronache per questioni meno gratificanti: risulta che Will Lewis, amministratore delegato del Washington Post e Robert Winnett, direttore del grande quotidiano americano, fossero coinvolti una ventina di anni fa in uno scandalo di hacking a Londra, intercettazioni illegali per ottenere informazioni e pagamento di fonti, sempre per avere accesso a materiale giornalisticamente interessante, prassi inaccettabili in America.

Risultato: Winnett ha dovuto rinunciare all’incarico di direttore della testata prima ancora di assumerlo. Lewis per ora re…

Nell’ormai storico dibattito televisivo fra Joe Biden e Donald Trump c’è stato un vincitore certo: la rete Cnn, che ha trasmesso il dibattito, e il suo amministratore delegato, l’inglese Mark Thompson, ex capo della Bbc e del New York Times, chiamato per rilanciare la rete in difficoltà. Potrebbe essere una semplice curiosità di business mediatico se non fosse che, sempre nelle ultime settimane, due altri inglesi si sono trovati al centro delle cronache per questioni meno gratificanti: risulta che Will Lewis, amministratore delegato del Washington Post e Robert Winnett, direttore del grande quotidiano americano, fossero coinvolti una ventina di anni fa in uno scandalo di hacking a Londra, intercettazioni illegali per ottenere informazioni e pagamento di fonti, sempre per avere accesso a materiale giornalisticamente interessante, prassi inaccettabili in America.

Risultato: Winnett ha dovuto rinunciare all’incarico di direttore della testata prima ancora di assumerlo. Lewis per ora resta al timone del gruppo Washington Post, ma ha creato un serio imbarazzo a Jeff Bezos, proprietario e fondatore di Amazon, che lo aveva assunto per rilanciare la credibilità del quotidiano, anch’esso, come la Cnn, in crisi profonda sia di readership che finanziaria. «Questo giornale è un business che deve guadagnare, non sono qui per fare beneficenza», aveva chiarito Bezos. E aveva scelto Lewis, ex capo del Sunday Times di Murdoch.

Il super quarto e quinto potere

Sono due episodi, uno positivo, l’altro negativo, che hanno riportato al centro dell’attenzione e del dibattito l’influenza sproporzionata che giornalisti o executive dei media inglesi esercitano nel mondo giornalistico statunitense, come se ci fosse un incantesimo che stabilisce che gli inglesi sono meglio degli americani nel gestire le loro notizie. Fenomeno che appare paradossale, visto che, come hanno dimostrato le elezioni della settimana scorsa o il disastro economico e di influenza britannica che ha seguito la Brexit, la Gran Bretagna non è più quel paradigma di riferimento di un tempo.

Eppure, sarà per l’accento inglese, che incute un minimo di soggezione fra americani di vari ceti sociali, o per una presunta superiorità culturale o per effettiva bravura, ma il risultato è che gli inglesi hanno dominato media chiave in America. Una celebrità è Anna Wintour, 74 anni, direttore storico di Vogue dal 1988 e dal 2020 chief content officer globale per tutte le pubblicazioni Condè’ Nast. Avrà ormai anche un passaporto americano, ma con i suoi occhialoni neri, il suo status di celebrity globale, dopo essere stata oggetto di un film ccome “Il diavolo veste Prada” e soprattuto con il suo accento marcato resta indistinguibilmente inglese. Eppoi Tina Brown, sempre scoperta da Condè Nast, nominata prima direttore di Vanity Fair, che ha rivoluzionato, e poi del prestigiosissimo New Yorker, quintessenza di un certo mondo americano e newyorchese che ha comunque rimesso al centro del dibattito culturale. Oggi Tina Brown è in predicato per diventare il capo dell’Aspen Institute.

Altri nomi? Joanna Coles, sempre inglese, diventata direttore periodici del più importante concorrente di Condè Nast, il gruppo Hearst. Nella sua ascesa per diventare presidente del gruppo, la Coles è stata bloccata da un concorrente interno americano, Troy Young. Lei ha lasciato, ma la gestione di Young è stata fallimentare, di più, è stato coinvolto in vicende “Me Too” per comportamenti “tossici” e licenziato.

La Coles invece si è rimessa in corsa e oggi gestisce (ne è persino comproprietaria) il Daily Beast. Ci sono poi i pezzi da 90: Emma Tucker, da oltre un anno direttore del Wall Street Journal (il suo predecessore Gerry Baker era anche lui inglese e resta uno degli editorialisti di punta del quotidiano). Il capo assoluto del gruppo NewsCorp, proprietario del Wall Street Journal, Robert Thomson, è australiano. Infine anche il direttore globale di Bloomberg News, circa 3.000 giornalisti, è inglese, John Micklethwait, ex direttore dell’Economist, prescelto da Mike Bloomberg in persona per guidare la sua newsroom. Micklethwait è stato proiettato nel limbo delle celebrities in Usa quando la settimana scorsa Stephen Colbert, magistrale conduttore del Late Show, riprendendo il fenomeno dell’invasione inglese nei media americani, lo ha preso in giro mimando (provateci) come impronunciabile il suo nome. Micklethwait, laureato a Oxford, brillante, simpatico, efficace, creatore della rete news a pagamento del gruppo e ormai a Bloomberg da anni, vanta un pedigree aristocratico che risale fino a William il Conquistatore.

Il colpaccio Biden vs Trump

Ma torniamo a Mark Thompson e al suo “colpaccio” che ha portato alla Cnn il primo dibattito televisivo fra Biden e Trump. Per la prima volta nella storia politica moderna Thompson ha bypassato la commissione bipartisan elettorale, negoziando direttamente con le due campagne e organizzando il dibattito ad Atlanta per poi offrirlo gratis alle altre grandi reti televisive americane, purché pubblicizzassero il marchio Cnn. Audience complessiva oltre 50 milioni di persone, la singola audience più elevata è andata a Cnn, 9,53 milioni di cui 3,37 milioni nel prezioso target fra 25 e 54 anni. Storicamente l’audience più elevata fu nel 2016 con lo scontro Trump-Hillary Clinton, quasi 80 milioni di persone, ma oggi c’è, rispetto a otto anni fa. molta più audience digitale, circa 20-30 milioni, e i conti tornano.

Per la prima volta da anni inoltre CNN ha battuto, anche se di poco, Fox News, a quota 9,27 milioni di persone. La cosa che colpisce è che Donald Trump odia in particolare due media in America, proprio la Cnn e il New York Times. Thompson, considerato come istintivamente onesto e leale, è stato anche l’autore del rilancio del New York Times con vendite digitali record quando era Ceo, in coincidenza con la presidenza Trump. Che sia riuscito a convincere il candidato repubblicano a venire da lui, la dice lunga sulla sue capacità mangeriali. E Cnn sembra essere già essere tornata in carreggiata grazie all’aggressiva politica digitale introdotta da Thompson.

Diverso è il quadro per il Washington Post. Oggi la domanda di tutti è se Lewis resterà in sella, visto che aveva già impostato un programma di rilancio puntando molto sul digitale, in un progetto confezionato con il suo direttore designato e poi licenziato. Se dovesse saltare è quasi certo che Bezos non sceglierà un altro inglese per il ruolo di Ceo di una leggendaria testata americana.

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