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Il sentiero stretto di Starmer

I margini di manovra sul fronte fiscale sono limitati e il nuovo premier proverà a incidere su mercato del lavoro e diseguaglianze. Ma la questione centrale resta quella della Brexit
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“Change”: cambiare. È stato lo slogan di Keir Starmer nella campagna elettorale che ha riportato il Labour al governo dopo 14 anni di opposizione. Ma che cambiamenti si appresta a fare il partito della sinistra britannica, adesso che ha preso il posto dei conservatori a Downing Street? La risposta è più lunga e complicata di quella singola, efficace parolina che promette novità. Nei suoi comizi, Starmer ha ripetuto spesso che vuole ridare speranza alla gente, ma avvertendo che sarà una “speranza ragionevole”: il Paese che eredita dai Tories è in crisi, il neo-premier non può promettere la luna. Anche perché i laburisti, sotto di lui, hanno riabbracciato il riformismo dei tempi di Tony Blair, prendendo le distanze dagli ambiziosi piani del suo predecessore Jeremy Corbyn, che anche per questo subì nel 2019 la più pesante sconfitta alle urne in quasi un secolo.

Corbyn voleva nazionalizzare le aziende dell’acqua, dell’elettricità, del gas, dei trasporti pubblici, praticamente una marcia …

“Change”: cambiare. È stato lo slogan di Keir Starmer nella campagna elettorale che ha riportato il Labour al governo dopo 14 anni di opposizione. Ma che cambiamenti si appresta a fare il partito della sinistra britannica, adesso che ha preso il posto dei conservatori a Downing Street? La risposta è più lunga e complicata di quella singola, efficace parolina che promette novità. Nei suoi comizi, Starmer ha ripetuto spesso che vuole ridare speranza alla gente, ma avvertendo che sarà una “speranza ragionevole”: il Paese che eredita dai Tories è in crisi, il neo-premier non può promettere la luna. Anche perché i laburisti, sotto di lui, hanno riabbracciato il riformismo dei tempi di Tony Blair, prendendo le distanze dagli ambiziosi piani del suo predecessore Jeremy Corbyn, che anche per questo subì nel 2019 la più pesante sconfitta alle urne in quasi un secolo.

Corbyn voleva nazionalizzare le aziende dell’acqua, dell’elettricità, del gas, dei trasporti pubblici, praticamente una marcia indietro totale rispetto all’era delle privatizzazioni di Margaret Thatcher. Come Blair, invece, Starmer assicura che il suo Labour non tornerà a essere il partito del “tassa e spendi”: si impegnerà a “creare ricchezza per tutti”, un altro dei suoi slogan, ma senza aumentare le imposte, un tabù per la maggioranza dei politici britannici, né incrementare la spesa pubblica, faticosamente riportata a livelli accettabili, così come l’inflazione, da oltre un decennio di severa austerity sotto i governi conservatori.

E allora, come farà una sinistra di governo a cambiare, creare speranze, produrre ricchezza? Il margine di manovra, affermano gli esperti dell’Institute for Fiscal Studies, autorevole think tank indipendente, è limitato. Sul piano delle tasse, Starmer non toccherà le aliquote sul reddito ma aumenterà quelle indirette: dall’Iva per le scuole private, finora esentate, portandola al 20 per cento, alla chiusura di alcune scappatoie legali come lo status di “non-dom” (non domiciliato nel Regno Unito), che permetteva di non pagare le tasse sui profitti esteri (ne usufruiva anche la moglie miliardaria del primo ministro Sunak).

Nuovi accordi con la Ue

La previsione degli analisti della City è che Starmer adotterà un approccio prudente alla politica fiscale e spingerà per una riforma del mercato del lavoro, puntando nel medio termine ad aumentare la crescita del Pil, finora anemica, se non sul filo della recessione. Potrebbero esserci riforme per ridurre le diseguaglianze sociali, con un aumento del salario minimo e un adeguamento dei salari rimasti fermi troppo a lungo, come quelli di medici e altre categorie in sciopero durante il governo Sunak. Il leader laburista, inoltre, ha dichiarato che sarà amico delle imprese private e che farà di tutto per facilitare gli investimenti dall’estero. Ma la questione cruciale, naturalmente, è la Brexit: proprio alla vigilia del voto, nelle sue ultime interviste, Starmer ha detto di non aspettarsi che il Regno Unito rientri nell’Unione Europea nel corso della sua vita: intende tuttavia provare a rinegoziare gli accordi con la Ue, alleviando le frizioni commerciali.

Il nuovo premier non vuole riaprire un dibattito sull’Europa unita che rischierebbe di dividere il Paese. In particolare, non vuole perdere i voti dei moderati e dei conservatori delusi dai Tories che lo hanno sostenuto. Eppure il Financial Times lo esorta a indire una commissione d’inchiesta su danni (tanti) e benefici (se ce ne sono) della Brexit; e l’opinione dominante è che, se il Labour vincerà un secondo mandato nel 2028, crescerà la pressione per un riavvicinamento di qualche tipo alla Ue. I commentatori britannici concordano che è stata la Brexit a incidere sul declino economico britannico: si parla di un calo del 4 per cento del Pil. Tutto il resto che Starmer può fare sarà importante, ma non sufficiente a rilanciare veramente l’economia nazionale.

Gli spettri dell’estrema destra

«Il lavoro per cambiare inizia immediatamente», ha detto venerdì il premier laburista nel suo primo discorso davanti a Downing Street. E si capisce che abbia fretta: nonostante la vittoria a valanga in termini di seggi, frutto del sistema maggioritario, come percentuale il Labour non ha guadagnato terreno, anzi l’ha perso, e all’orizzonte appare anche su questa sponda della Manica lo spettro dell’estrema destra populista, incarnata in salsa inglese da Reform, il nuovo partito di Nigel Farage, folletto brexitiano-trumpiano, entrato per la prima volta in Parlamento, e di una sua potenziale alleanza o fusione con la corrente più estrema dei Tories. Se non ci sarà un “cambiamento” in grado di migliorare la vita delle persone, se le speranze “ragionevoli” non verranno esaudite, fra quattro anni potrebbe essere difficile fare il bis di questa larga vittoria.

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