Economia

Riaprono le miniere: la nuova corsa all’oro delle energie rinnovabili

Un operaio sta realizzando carotaggi in galleria 

Un operaio sta realizzando carotaggi in galleria 

 
Un decreto del governo accorcia i tempi e snellisce le procedure. A Gorno, tra le montagne bergamasche, e a Silius, in Sardegna, si lavora per il rilancio dei vecchi impianti. Si cercano zinco, fluorite, metalli e materie critiche necessari per la transizione. Gli ambientalisti sono già sul piede di guerra
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Zinco e fluorite. I primi due elementi che potrebbero tornare ad essere estratti in Italia, tra la Lombardia, a Gorno, e la Sardegna, a Silius. Il primo non fa parte dell’elenco delle materie prime critiche messo a punto da Bruxelles, il secondo sì ed è fondamentale per la costruzione delle batterie. In entrambi i casi, però, si tratta di un ritorno al passato, in miniera, per spingere la transizione energetica dell’Europa.

A Gorno, 1.500 abitanti tra le montagne bergamasche, da tempo lavorano alla riapertura dei cunicoli chiusi all’inizio degli anni 80. In Val del Riso si estraevano zinco e piombo, come in molte altre zone del Paese. All’epoca la scelta di Eni, attraverso la Samin, di chiudere gli ingressi fu dettata dalla fine dell’era delle miniere, che vennero delocalizzate altrove, tra Asia, Africa e Sud America, e dalla volontà di firmare un patto con l’Algeria che, oltre al gas, voleva vendere a Roma lo zinco.

La storia dell’Itala che torna in miniera potrebbe ripartire da questa valle della Lombardia. A dirlo è la società, Vedra Metals, che da quasi dieci anni è impegnata a scandagliare con carotaggi le viscere delle montagne. «Gorno rappresenta il progetto minerario di estrazione più avanti a livello nazionale», spiegano alla Vedra, che è una joint venture tra Altamin, multinazionale australiana del settore, e Appian Capital, principale fondo internazionale di investimento nel campo. «Possiamo fare da apripista con una risorsa mineraria potenzialmente estraibile per almeno 20-25 anni».

Investimenti? Importanti. Ci sono voluti 30 milioni di euro per la sola fase propedeutica, previsti altri 110 milioni per avviare la miniera. E le previsioni indicano la necessità di coprire i costi di gestione con 40 milioni l’anno. Cifre che potrebbero dotare l’Italia della prima miniera di metalli attiva negli ultimi 40 anni, riaprendo di fatto un mercato fermo. Tempi? Da Gorno non arrivano indicazioni, ma di sicuro molto più rapidi rispetto alla gestazione di una nuova miniera che oscilla tra 10 e 12 anni. La strada maestra è quella di provare a riaprire le strutture in sonno con un impegno temporale che oscilla tra 5 e 7 anni. Per questo Vedra sostiene che «il decreto del governo è positivo e auspica che non si limiti solo alle materie critiche, ma a tutti i metalli. Fondamentale poi la certezza dei tempi delle autorizzazioni». L’attività in provincia di Bergamo, alla luce del decreto miniere del governo Meloni firmato dai ministri delle Imprese Adolfo Urso e dell’Ambiente e della sicurezza energetica Gilberto Pichetto Fratin, può assume il ruolo di «progetto pilota per contribuire a sviluppare le attività estrattive in Italia».

Lo scopo del governo è tagliare i tempi per aprire (o riaprire) i giacimenti. Sul tavolo l’esecutivo mette i soldi del fondo sovrano: un miliardo per «sostenere progetti specifici di estrazione e lo sviluppo di campioni nazionali nel settore», dicono i ministri. Uno dei problemi è che per ora si sono mosse solo le multinazionali straniere, tra cui Altamin, che ha diversi progetti di sondaggi avviati. Il decreto prevede che le autorizzazioni debbano essere concesse entro 18 mesi per l’estrazione ed entro 10 mesi per il riciclaggio o la trasformazione, altra gamba fondamentale per recuperare materie prime. Al ministero delle Imprese tocca l’analisi dei fabbisogni, il monitoraggio delle catene di approvvigionamento e le prove di stress. Sono previste anche royalty, aggiornate rispetto a quelle del 1927, per Stato e Regioni: il modello è quello dell’estrazione del petrolio in Basilicata che prevede dal 5 al 7% ripartito rispettivamente tra Stato e Regioni.

Un decreto per dare il via alla corsa all’approvvigionamento delle materie critiche, necessarie per rispondere alla domanda di batterie nel settore dell’auto e della mobilità in generale, e per garantire la transizione energetica in diversi settori industriali, dai superconduttori ai pannelli fotovoltaici, senza dipendere dalla Cina e dagli altri Paesi che hanno posizioni dominanti, L’Europa, che ha individuato 34 elementi, di cui 17 considerati strategici, come litio, cobalto, titanio, nichel, rame e silicio, si è dotata di una nuova politica. Ora tocca all’Italia.

Il fabbisogno nel 2020 era intorno alle 2.700 tonnellate di materie critiche. Quale la crescita? Dal 2,7 a 5 volte al 2040 secondo lo studio Iren- Ambrosetti. Se ci sarà una specializzazione sul fotovoltaico ed eolico si può arrivare al 350% in più del 2020.

Oltre a Gorno esiste un secondo progetto che potrebbe fare da apripista. Ed è in Sardegna. Si tratta della storica miniera di Silius che dall’autunno dello scorso anno è in concessione alla Mineraria Gerrei. Società che con un investimento di 44 milioni punta a un rinnovamento delle infrastrutture e dei processi produttivi. La previsione di produzione annua conta circa 70 mila tonnellate di fluorite e 6.800 tonnellate di galena. Elementi strategici. Il tutto con la creazione di 100 posti di lavoro. Iniziativa che con il decreto del governo potrebbe avere un’accelerata ulteriore.

L’obiettivo è fare in fretta. Le difficoltà di approvvigionamento sono emerse di botto negli anni della pandemia, poi la vampata dei prezzi, che ora si sono raffreddati. Mentre il fabbisogno rallenta, il problema dipendenza delle catene di fornitura rimane. E la Confindustria targata Emanuele Orsini, nelle audizioni in Parlamento sul provvedimento varato dal governo, dice che «è necessario rafforzarne alcune misure per velocizzare gli iter autorizzativi e rafforzare le performance di economia circolare nel nostro Paese».

I giacimenti da cui riprendere l’attività non mancano. Altamin ha individuato uno dei giacimenti di litio più interessanti d’Europa, tra la Toscana e la provincia di Viterbo. D’altronde ci sono tracce dell’oro bianco su tutta la catena appenninica, da Alessandria a Pescara. Nell’entroterra di Savona esiste un importante serbatoio di titanio: 9 milioni di tonnellate all’interno del Parco regionale del Beigua. Già iniziata la battaglia della associazioni ambientaliste per bloccare sul nascere qualsiasi iniziativa. In Piemonte Altamin sta sondando i giacimenti di Cobalto tra Balme e Usseglio, dove si trovavano miniere storiche, nelle Valli di Lanzo. Nel Lazio, tra Campagnano e Galeria, a circa 50 chilometri a nord di Roma, e a Ferento, a 80 chilometri dalla Capitale, si cerca litio geotermico. In Sardegna, nella miniera di granito a Buddusò, si stanno cercando diverse materie critiche. Altro progetto, presentato dall’azienda Sabbie di Parma e in fase di autorizzazione, riguarda Giacurru, il sito minerario di Gadoni, in provincia di Nuoro, per la valorizzazione dei minerali di ferro.

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