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Cina, la strage delle piccole banche

Bloomberg

 
In un mese almeno 40 istituti rurali scomparsi o inglobati nei grandi gruppi creditizi. Un danno per le piccole imprese, specie nelle aree agricole
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Inglobate da istituti più grandi. Scomparse. Le piccole banche cinesi stanno sparendo ad una velocità mai registrata prima. Sono almeno 40 – scriveva a fine giugno il quotidiano finanziario cinese St – le banche rurali di piccole e medie dimensioni che nelle ultime settimane sono state assorbite, fuse o chiuse. Dei 40 istituti scomparsi di recente, 36 si trovavano nella provincia del Liaoning: assorbiti ora da un nuovo istituto di credito, creato come ricettacolo di banche in difficoltà.

Sono proprio le banche rurali uno dei mal di testa maggiori per i dirigenti del Partito. Fino al 2018 gli istituti di questo tipo nelle campagne cinesi (banche di villaggio, casse di mutuo soccorso, banche di credito cooperativo) erano 3.900. Scesi, alla fine del 2023, a 3.795. Rappresentano solo il 12% delle attività totali del sistema bancario, ma sono molto importanti per l’economia cinese. Molte di queste piccole banche sono vitali al sostegno di queste zone, spesso sono i principali finanziator…

Inglobate da istituti più grandi. Scomparse. Le piccole banche cinesi stanno sparendo ad una velocità mai registrata prima. Sono almeno 40 – scriveva a fine giugno il quotidiano finanziario cinese St – le banche rurali di piccole e medie dimensioni che nelle ultime settimane sono state assorbite, fuse o chiuse. Dei 40 istituti scomparsi di recente, 36 si trovavano nella provincia del Liaoning: assorbiti ora da un nuovo istituto di credito, creato come ricettacolo di banche in difficoltà.

Sono proprio le banche rurali uno dei mal di testa maggiori per i dirigenti del Partito. Fino al 2018 gli istituti di questo tipo nelle campagne cinesi (banche di villaggio, casse di mutuo soccorso, banche di credito cooperativo) erano 3.900. Scesi, alla fine del 2023, a 3.795. Rappresentano solo il 12% delle attività totali del sistema bancario, ma sono molto importanti per l’economia cinese. Molte di queste piccole banche sono vitali al sostegno di queste zone, spesso sono i principali finanziatori degli agricoltori e delle piccole imprese nelle regioni meno sviluppate ma sono considerate più vulnerabili durante le fasi di crisi.

In questi anni hanno accumulato grandi quantità di prestiti inesigibili. Hanno prestato soldi a governi locali e costruttori, esponendosi così alla crisi immobiliare cinese che non accenna a placarsi: in un circolo vizioso che rischia di danneggiare le aziende del territorio e la crescita dell’economia locale. Il rapporto tra crediti deteriorati e prestiti totali, che misura il tasso di mancato rimborso, è spesso significativamente più alto nelle banche rurali rispetto a quello delle loro controparti nelle aree urbane. Il divario è aumentato negli anni del Covid.

Lo scorso dicembre la Banca centrale cinese ha pubblicato il “Rapporto sulla stabilità finanziaria della Cina 2023”. Su 4.364 istituti bancari, 337 sono classificati ad alto rischio, tra cui 191 istituti cooperativi agricoli (banche commerciali e di credito cooperativo rurali) e 132 banche di villaggio.

«Non è raro che le piccole banche rurali cinesi siano colpite da corse agli sportelli, spesso innescate dalla speculazione online a causa della scarsa fiducia dei risparmiatori. Le loro strutture azionarie sono spesso opache e le informazioni divulgate al pubblico sono scarse, il che solleva ulteriori preoccupazioni sulla solvibilità. Nel corso degli anni, alcuni piccoli istituti di credito hanno anche sviluppato un’ampia esposizione creditizia nei confronti di imprese ad alto rischio, nel tentativo di espandere le operazioni di prestito alle aree urbane al di fuori delle normali aree di attività degli istituti di credito», scriveva già due anni fa il South China Morning Post.

Problemi che si aggiungono a vere e proprie truffe, che rischiano di minacciare la stabilità sociale. Uno degli esempi di questa situazione fu due anni fa, quando nella provincia dello Henan scoppiò una delle più grandi frodi finanziarie della storia recente cinese, che portò a settimane di rare proteste. Nel giugno 2022 oltre 200 persone vennero arrestate: la banda controllava illegalmente quattro istituti di credito rurali attirando gli investitori con promesse di tassi di interesse fino al 18% annuo, nel più classico degli “schema Ponzi”. Totale raccolto: 40 miliardi di yuan (5 miliardi di euro). Il problema è che i correntisti non sono stati più in grado di ritirare i loro soldi: i fondi erano stati congelati.

Un fenomeno, quello della scomparsa di queste piccole banche e del loro inglobamento in istituti più grandi, che aumenterà entro la fine dell’anno, prevedono gli addetti ai lavori. Zhang Jun, preside della Scuola di Economia dell’Università Fudan, sostiene che, rispetto alle grandi banche, quelle di piccole e medie dimensioni devono far fronte a «carenze in termini di forza patrimoniale, supporto tecnologico e talenti. Pertanto è improbabile che la tendenza alla diminuzione del numero di banche rurali di piccole e medie dimensioni cambi nel prossimo futuro». C’è chi sostiene che un minor numero di banche più grandi sarà più facile da controllare per le autorità di regolamentazione, chi invece che l’unione di decine di piccoli istituti in difficoltà creerà grandi banche in difficoltà.

«Le banche di piccole e medie dimensioni svolgono un ruolo cruciale nel sistema bancario cinese. Con l’approfondimento delle riforme stanno però gradualmente emergendo alcune questioni di fondo relative ai meccanismi istituzionali di queste banche. Allo stesso tempo, la pressione della trasformazione digitale si sta intensificando, la concorrenza del mercato sta aumentando e nuove e vecchie sfide si intrecciano, ponendo maggiori difficoltà», spiegava qualche mese fa sulla stampa cinese Shang Fulin, ex presidente della China Banking Regulatory Commission.

Nel frattempo, con un’altra mossa che interesserà il settore e che si inserisce nella ricerca della “prosperità comune” tanto cara al leader Xi Jinping, la Cina sta pianificando un tetto salariale annuale di 3 milioni di yuan (380.600 euro) per i dirigenti del settore finanziario statale, che domina il settore bancario del Paese. La misura sarà applicata retroattivamente, il che significa che coloro che hanno guadagnato più di 3 milioni di yuan negli ultimi anni dovranno probabilmente restituire il denaro in eccesso alle loro società.

Già la scorsa estate il Partito si era lanciato in una campagna per combattere «l’edonismo dell’élite finanziaria»: banchieri più austeri. Insomma, niente vestiti e orologi appariscenti al lavoro o soggiorni in hotel a cinque stelle quando si va in trasferta e taglio di stipendi e bonus.

Negli ultimi anni il settore finanziario è stato sottoposto pure a una maggiore sorveglianza normativa nell’ambito della lotta alla corruzione da parte del Partito. Soltanto quest’anno sono stati messi sotto inchiesta più di 30 funzionari. L’anno scorso furono 101. La carica dei finanzieri corrotti.

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