Gli Stati Uniti trainano il debito dei Paesi del G7 sempre più vicino al picco del Covid
di Carlotta ScozzariLa locomotiva americana, proverbiale traino dell’economia mondiale, cambia binario e ora guida al rialzo il debito del G7. Poco importa se il capotreno uscente dalle prossime elezioni presidenziali sarà Joe Biden, a meno di cambi in corsa dell’ultimo momento, o Donald Trump, perché gli economisti di Scope Ratings si aspettano in ogni caso un aumento dell’indebitamento. Secondo l’ultimo studio dell’agenzia di rating europea, il debito pubblico dell’aggregato dei Paesi del G7 è destinato a salire dal 126,1% del Pil di fine 2023 al 135,2% nel 2029, avvicinandosi sempre più al picco del 139,6% raggiunto nel 2020, l’anno della pandemia e della pioggia di sussidi statali a sostegno dell’economia.
A detta del team di Scope dedicato al settore pubblico e al debito sovrano, a contribuire all’incremento sarà sì l’Italia, che da tradizione ha nel debito pubblico il proprio tallone di Achille, ma a guidarlo sarà soprattutto il dato a stelle e strisce, non fosse che per la sua entità: a oggi, il…
La locomotiva americana, proverbiale traino dell’economia mondiale, cambia binario e ora guida al rialzo il debito del G7. Poco importa se il capotreno uscente dalle prossime elezioni presidenziali sarà Joe Biden, a meno di cambi in corsa dell’ultimo momento, o Donald Trump, perché gli economisti di Scope Ratings si aspettano in ogni caso un aumento dell’indebitamento. Secondo l’ultimo studio dell’agenzia di rating europea, il debito pubblico dell’aggregato dei Paesi del G7 è destinato a salire dal 126,1% del Pil di fine 2023 al 135,2% nel 2029, avvicinandosi sempre più al picco del 139,6% raggiunto nel 2020, l’anno della pandemia e della pioggia di sussidi statali a sostegno dell’economia.
A detta del team di Scope dedicato al settore pubblico e al debito sovrano, a contribuire all’incremento sarà sì l’Italia, che da tradizione ha nel debito pubblico il proprio tallone di Achille, ma a guidarlo sarà soprattutto il dato a stelle e strisce, non fosse che per la sua entità: a oggi, il contatore del sito del Tesoro statunitense segna 34,85mila miliardi di dollari in termini assoluti, con un costo per interessi di 728 miliardi, ossia il 16% della spesa federale complessiva per il 2024. Scope calcola che il debito americano, galvanizzato anche dall’essere considerato “risk free” (senza rischio) per eccellenza, sia destinato a crescere al 137,8% del Pil nel 2029, superando così il picco del 132% del 2020.
L’unico fattore in grado di spingere l’amministrazione statunitense al rigore è il cosiddetto debt ceiling, il tetto oltre il quale non si possono prendere ulteriori soldi in prestito a meno di non avere l’autorizzazione del Parlamento. È per via del debt ceiling che ogni due o tre anni viene evocato lo spettro, a oggi sempre scongiurato, di un fallimento o default degli Stati Uniti.
Se poi dovesse tornare al potere Trump, per gli esperti di Scope «potrebbe riprendere la politica di tagli fiscali del 2017», con la conseguenza che «i maggiori dazi commerciali e l’eventuale crescita economica associata ai tagli difficilmente riuscirebbero a compensare le mancate entrate fiscali». Il Tesoro Usa imputa gran parte del balzo del debito nel 2020 ai massicci programmi di finanziamenti e di servizi pubblici messi in campo con la pandemia. Un fenomeno che ha riguardato in maniera trasversale tutte le economie del G7.
In generale, tra il 2020 e il 2022, molti Paesi si sono trovati a fronteggiare due emergenze: il Covid-19 e le conseguenze dell’invasione dell’Ucraina da parte della Russia. Quest’ultimo evento ha anche contribuito a spingere al rialzo i prezzi dell’energia, soprattutto in Europa, per via della forte dipendenza dell’area dal gas russo. Ecco perché molti Stati del Vecchio continente, Italia compresa, hanno attuato ulteriori politiche di sostegno pubblico.
La variazione del debito/Pil negli anni
Tale pioggia di sussidi e di incentivi si è tradotta in un maggiore debito pubblico proprio nella fase in cui i tassi di interesse sono aumentati per contrastare un’inflazione spinta a sua volta anche dall’energia. Tuttavia, come di recente evidenziato da S&P, i costi dei titoli sovrani «sono saliti molto gradualmente, mentre un’inflazione persistente ha continuato ad alimentare le entrate e la crescita nominale del Pil». Uno scenario tutto sommato positivo che non ha fatto scattare l’urgenza di ridurre la mole di denaro preso in prestito. Ecco perché S&P si aspetta che tre Paesi del G7, Stati Uniti, Italia e Francia, più altri tre Paesi dell’area sviluppata, ossia Belgio, Finlandia e Nuova Zelanda, vedranno salire ulteriormente il rapporto tra debito e Pil in un orizzonte a tre anni.
Nell’area dell’euro, a catalizzare l’attenzione politica ed economica sono state nei giorni scorsi le elezioni parlamentari francesi, che hanno condotto a un’Assemblea senza maggioranza assoluta, a meno di alleanze tra il Nuovo Fronte Popolare guidato da Jean-Luc Mélenchon ed Ensemble del presidente Emmanuel Macron. Tale incertezza nel Parlamento, secondo Scope, da una parte, «riduce le probabilità che i partiti più radicali attuino i loro programmi politici, mitigando la possibilità di un significativo allontanamento dal rigore fiscale». Dall’altro lato, «qualsiasi governo incontrerà difficoltà a concretizzare ambiziose misure di consolidamento fiscale». Di qui la previsione che il debito francese raggiunga il 113% del Pil nel 2029 dal 110,6% del 2023.
Quello dell’Italia è invece visto al 143,6% al 2029 dal 137,3% dell’anno scorso. «La riduzione del debito - ha dichiarato il ministro dell’Economia, Giancarlo Giorgetti - è un obiettivo raggiungibile, che non richiede una manovra lacrime e sangue». Per gli esperti di Scope, il governo Meloni «dovrà mettere in pratica un piano credibile di consolidamento fiscale di medio termine, nel contesto di maggiori costi legati ai tassi di interesse, eccessivi incentivi fiscali passati (Superbonus al 110%, ndr) e lenti progressi nell’attuazione del Pnrr». In questo quadro, Scope ritiene che «il debito pubblico italiano sul Pil sarà il più elevato d’Europa nei prossimi tre anni».
Non bastasse, la Commissione Ue ha già aperto una procedura per deficit eccessivo che riguarda tanto l’Italia quanto la Francia. Mal comune con i “cugini” francesi, mezzo gaudio? Non proprio, se si considera che l’accoppiata di maxi debito e deficit oltre misura rende più difficile l’accesso al programma di protezione Tpi (Transmission Protection Instrument) della Bce, basato sugli acquisti di titoli statali. Ecco perché, in caso di necessità, Scope si aspetta che Francoforte, come prima arma di difesa della stabilità finanziaria europea, possa sfoderare il “vecchio” Pepp, il programma varato in emergenza pandemica che pure agisce con un meccanismo simile e collaudato: comprare le obbligazioni dei Paesi più bisognosi.