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Il ritorno dei super dazi: lo spettro che aleggia al G7 del Commercio

Il ministro Tajani e i colleghi del G7 Commercio in visita ai Bronzi di Riace (ansa)

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Il summit a Reggio Calabria. Okonjo-Iweala, direttrice del Wto: “Un sistema in cui ogni Paese fissa le tariffe ci riporterebbe agli anni ’30 e alla Grande depressione”
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VILLA SAN GIOVANNI — C’è un elefante nelle stanze del G7 del Commercio: Donald Trump. In Calabria non lo si nomina, né nelle riunioni dei ministri dei sette grandi sulle colline di Villa San Giovanni, a picco sullo Stretto, né in quelle parallele delle imprese del B7: l’etichetta vieta di anticipare i tempi.

Ma la possibilità concreta di un ritorno alla Casa Bianca “dell’uomo delle tariffe” aleggia dietro ogni discussione. E minaccia di trasformare le parole d’ordine del vertice – coordinamento, difesa degli scambi liberi e regolati, riforma dell’Organizzazione mondiale del Commercio – in utopie.

È stato il primo Trump ad avviare la deriva protezionistica che oggi è nuova normalità, colpendo con dazi avversari ed alleati e picconando le organizzazioni multilaterali. Promette di riprendere dove ha lasciato, alzando barriere del 10% su tutte le importazioni, con immutata avversione per Nato, G7 o Wto.

«Un sistema in cui ogni Paese fissa le sue tariffe ci riporterebbe agli anni ’30,…

VILLA SAN GIOVANNI — C’è un elefante nelle stanze del G7 del Commercio: Donald Trump. In Calabria non lo si nomina, né nelle riunioni dei ministri dei sette grandi sulle colline di Villa San Giovanni, a picco sullo Stretto, né in quelle parallele delle imprese del B7: l’etichetta vieta di anticipare i tempi.

Ma la possibilità concreta di un ritorno alla Casa Bianca “dell’uomo delle tariffe” aleggia dietro ogni discussione. E minaccia di trasformare le parole d’ordine del vertice – coordinamento, difesa degli scambi liberi e regolati, riforma dell’Organizzazione mondiale del Commercio – in utopie.

È stato il primo Trump ad avviare la deriva protezionistica che oggi è nuova normalità, colpendo con dazi avversari ed alleati e picconando le organizzazioni multilaterali. Promette di riprendere dove ha lasciato, alzando barriere del 10% su tutte le importazioni, con immutata avversione per Nato, G7 o Wto.

«Un sistema in cui ogni Paese fissa le sue tariffe ci riporterebbe agli anni ’30, della Grande depressione, ci perderemmo tutti», dice Ngozi Okonjo-Iweala, economista nigeriana che dirige il Wto, istituzione simbolo di come l’ordine della globalizzazione si stia sgretolando.

Un organo in panne

Il suo organo di risoluzione delle controversie è in panne dal 2019, da quando proprio Trump ha bloccato il rinnovo dei membri. Biden, del resto, non ha sbloccato l’impasse, così come non ha cancellato le tariffe del predecessore: per gli Stati Uniti impegnati nella sfida di potenza con la Cina - quel Dragone a cui per anni è stato permesso di ignorare le regole della reciprocità - la vera nuova regola è America First.

L’ultimo summit del Wto doveva portare avanti la riforma: si è chiuso con un totale fallimento. Molti si chiedono se abbia un futuro: «Non ho dubbi – risponde Okonjo-Iweala – non ho sentito nessun governo ipotizzare di ritirarsi».

Al G7 prova a darle una sponda il vice Cancelliere tedesco Habeck: lavorarci è essenziale, dice, pur riconoscendo che le elezioni americane rendono improbabili passi avanti. Gli Usa hanno ottenuto del vertice dei leader in Puglia la messa sotto accusa dell’eccesso di capacità produttiva cinese, in Calabria non hanno mandato ministri.

E se con gli europei la diagnosi è condivisa, la cura no: Washington vuole separarsi dalla Cina nei settori strategici, l’Europa deve mantenere un sistema di scambi aperto. Già con Biden coordinarsi è stato difficile, con Trump diventerebbe impossibile: i suoi nuovi dazi, calcola Goldman Sachs, costerebbero alla Ue un punto di Pil. Germania e Italia, Paesi esportatori, sarebbero i più colpiti.

Al centro della foto, il ministro tedesco del Commercio, Robert Habeck (agf)

Il progetto del Ponte

Il padrone di casa, il ministro degli Esteri Antonio Tajani, glissa: «Ci si preoccupa quando le cose accadono». Rende il vertice una vetrina per la Calabria governata da Forza Italia (Ponte sullo Stretto compreso, il cui progetto viene presentato ai colleghi stranieri).

E mentre spiega che la Cina è «un concorrente», porta avanti un “reset” delle relazioni commerciali che con la visita di Giorgia Meloni a Pechino si spera guadagni all’Italia qualche investimento e più export. Il governo ha anche invitato al vertice una serie di Paesi del Sud Globale, Brasile, Vietnam e India, per mostrare che le potenze democratiche non vogliono isolarsi.

Restano le imprese a chiedere di invertire la «deriva protezionistica», di conciliare l’imperativo (geo)politico della sicurezza con la difesa dell’apertura. Il libero movimento di merci e capitali ha garantito loro benefici non sempre redistribuiti, ma un’era di dazi, più che correggere le storture, rischia di impoverire tutti.

I tagli delle tasse

Nel dubbio se la politica ascolterà o meno, si comincia a fare i conti con il Trump bis, sperando che i suoi annunci verranno moderati dalla realtà. Il primo mandato fu anche un’era di generosi tagli di tasse. Ma ammesso che possa replicarli, il beneficio sarebbe tutto per le aziende americane.

«Clienti e parenti, quelli che hai te li devi tenere», dice l’imprenditore Vito Pertosa, presidente di Angel Group. «Ma serve un’Europa più forte, non possiamo vivere con l’angoscia di quello che farà Trump».

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