Tra i sussidi cinesi e i dazi di Trump, il G7 prova a salvare le regole del commercio globale
dal nostro inviato Filippo SantelliC’è un significativo paradosso nella dichiarazione finale dei ministri del Commercio del G7, che mercoledì hanno concluso il loro summit in Calabria: i due nomi che contano davvero, per il futuro degli scambi globali minacciati dalla frammentazione geopolitica e dal ritorno dei protezionismi, non compaiono. Il primo è quello della Cina, anche se è il chiaro riferimento degli sforzi delle sette grandi potenze democratiche per contrastare “sussidi opachi, pervasivi e dannosi” e le pratiche “coercizione economica”. E il secondo è quello di Donald Trump, il presidente che nel suo primo mandato ha preso a picconate ogni organizzazione multilaterale e in caso di rielezione promette tariffe del 10% su tutte le importazioni verso gli Stati Uniti, di rivali ed alleati.
C’è un significativo paradosso nella dichiarazione finale dei ministri del Commercio del G7, che mercoledì hanno concluso il loro summit in Calabria: i due nomi che contano davvero, per il futuro degli scambi globali minacciati dalla frammentazione geopolitica e dal ritorno dei protezionismi, non compaiono. Il primo è quello della Cina, anche se è il chiaro riferimento degli sforzi delle sette grandi potenze democratiche per contrastare “sussidi opachi, pervasivi e dannosi” e le pratiche “coercizione economica”. E il secondo è quello di Donald Trump, il presidente che nel suo primo mandato ha preso a picconate ogni organizzazione multilaterale e in caso di rielezione promette tariffe del 10% su tutte le importazioni verso gli Stati Uniti, di rivali ed alleati.
L’impossibile riforma del Wto
Due forze geopoliticamente contrarie ma ugualmente distorsive per i commerci globali, con cui si deve misurare l’obiettivo - come da dichiarazione finale – di “mantenere un sistema di scambi multilaterale basato sulle regole, libero ed equo, e rafforzare la resilienza e la sicurezza economica”. E che rendono quasi utopistico quello di rilanciare la riforma dell’Organizzazione mondiale del Commercio, “accelerando le discussioni” per “avere un sistema di risoluzione delle controversie pienamente funzionante entro la fine del 2024”. Il funzionamento dell’organo più importante del Wto, la cui direttrice generale ha partecipato ai lavori, è di fatto congelato da anni. Riattivarlo entro l’anno permetterebbe di “anticipare” un ritorno alla Casa Bianca di Trump, cioè proprio il presidente che lo bloccò. Ma i veti incrociati tra Paesi sviluppati e Paesi in via di sviluppo, non solo la Cina ma anche l’India, rendono trovare una quadra praticamente impossibile, come ha dimostrato il fallimento dell’ultimo vertice ministeriale di Doha. “E’ un dibattito aperto – ha detto il ministro degli Esteri Antonio Tajani in conferenza stampa – il Wto deve avere regole adatte ai cambiamenti che stanno avvenendo”.
Fronte comune contro la Cina
Pur senza citarla, i ministri del G7 ribadiscono la volontà di rafforzare il contrasto contro le pratiche commerciali cinesi, aumentando il coordinamento e dotandosi di nuovi strumenti. L’utilizzo da parte di Pechino del proprio potere economico come arma di coercizione politica. E il nuovo fronte dell’eccesso di capacità di produttiva sussidiata in una serie di settori chiave, come quelli della transizione verde, con batterie e aiuto elettriche cinesi che stanno inondando il mondo e mettono a rischio la sopravvivenza dei concorrenti dei Paesi avanzati. “I sussidi possono essere legittimi in alcune circostanze”, si legge nel comunicato, ma non quelli “opachi, distorsivi e dannosi”. Anche se il modo in cui le grandi potenze stanno reagendo è tutt’altro fuorché coordinato, come dimostra un’altra notevole assenza nella dichiarazione, quella delle parola “dazi”: le tariffe americane sono una muraglia invalicabile, che Trump vuole elevare ancora ed estendere anche agli amici, America First, mentre quelle europee restano uno strumento mirato, con la porta aperta ad eventuali investimenti della Cina in Europa. “Certamente lavoriamo per ridurre la presenza dei dazi – ha detto Tajani – a meno che non siano indispensabili per garantire la reciprocità”.
Controlli all’export
Le sette potenze condividono insomma la necessità di incrementare resilienza e sicurezza delle loro filiere produttive, riducendo la propria dipendenza dalla Cina, ma su come conciliare questa ricerca di autonomia con la salvaguardia dell’apertura le ricette divergono. Con Trump, si spalancherebbero. Vale anche per “gli forzi per implementare controlli all’export, in particolare nelle tecnologie a doppio uso”, civile e militare. Gli Stati Uniti chiedono agli alleati di fare di più, o come nel caso dei macchinari per la produzione di chip, glielo impongono. Hanno anche iniziato a sanzionare le aziende cinesi accusare di sostenere l’apparato industrial-militare russo. L’Europa è molto più cauta, per timore di ritorsioni e del possibile impatto economica. Cauta è anche l’Italia, che anche con l’imminente viaggio di Meloni a Pechino sta provando a rilanciare la cooperazione economica con la Cina dopo l’uscita dalla Via della seta.