I “minatori” cercavano l’oro nei bitcoin. Lo stanno trovando nell’Intelligenza artificiale
di Filippo SantelliPer anni il loro “oro” è stato il bitcoin. Ma adesso che le criptomonete non scintillano più come prima, i “minatori” hanno trovato un nuovo filone, ancora più prezioso: l’Intelligenza artificiale.
La conversione tra i grandi del settore è in corso, neppure troppo difficile visto che il lavoro e i suoi strumenti sono sostanzialmente gli stessi. Si tratta di dare in pasto a potenti processori, alimentati da considerevoli quantità di elettricità, complessi calcoli matematici.
La vera differenza, tra le operazioni che fanno funzionare i bitcoin e quelle che rendono intelligenti e parlanti gli algoritmi, è nel profitto che le seconde oggi promettono: la corsa miliardaria all’IA generativa ha infatti fatto esplodere la domanda di potenza di calcolo, che societ…
Per anni il loro “oro” è stato il bitcoin. Ma adesso che le criptomonete non scintillano più come prima, i “minatori” hanno trovato un nuovo filone, ancora più prezioso: l’Intelligenza artificiale.
La conversione tra i grandi del settore è in corso, neppure troppo difficile visto che il lavoro e i suoi strumenti sono sostanzialmente gli stessi. Si tratta di dare in pasto a potenti processori, alimentati da considerevoli quantità di elettricità, complessi calcoli matematici.
La vera differenza, tra le operazioni che fanno funzionare i bitcoin e quelle che rendono intelligenti e parlanti gli algoritmi, è nel profitto che le seconde oggi promettono: la corsa miliardaria all’IA generativa ha infatti fatto esplodere la domanda di potenza di calcolo, che società piccole, medie, grandi o colossali stanno cercando ad ogni prezzo di procurarsi.
Per capire, bisogna spiegare cosa sono e come nascono i “minatori”, motore fondamentale del sistema bitcoin. Ogni transazione in criptomoneta deve essere infatti validata attraverso un processo che prevede intricati calcoli matematici.
I minatori mettono a disposizione il loro computer per risolvere queste operazioni e in cambio ricevono una certa quantità di nuovi bitcoin, che così vengono emessi sul mercato. Il mining, che all’inizio si concentrava nelle aree del globo dove l’energia è meno costosa, è diventato negli anni una vera e propria industria, che ha costruito grandi centri di calcolo ad alta prestazione quando ancora era possibile farlo in tempi e a costi ragionevoli.
L’IA-mania, innescata dal lancio di ChatGPT, ha completamente stravolto lo scenario. Oggi ci vogliono dai tre ai cinque anni per costruire un data center di quel tipo, con previsioni di ulteriore aumento. E i super processori di Nvidia, che grazie alle loro capacità di svolgere operazioni in parallelo sono i più adatti sia al mining del bitcoin che all’addestramento dei grandi modelli di IA, sono letteralmente introvabili, con liste di attesa che superano l’anno. A parte i grandi colossi in grado di investire decine di miliardi – Google, Microsoft, Amazon, Meta – per tutti gli altri dotarsi di una infrastruttura per sviluppare l’IA è praticamente impossibile. E l’unica soluzione – solo un po’ meno complessa – diventa affittare la potenza di calcolo da chi già la possiede.
I minatori – società come Core Scientific, quotata al Nasdaq, CoreWeave, Hut 8 o Bit Digital - sono ben contenti di mettere la loro a disposizione della nuova industria degli algoritmi, con minimi adattamenti. Se per anni infatti scavare bitcoin è stata una attività molto lucrativa, di recente uno dei cosiddetti “halving” ha dimezzato la ricompensa garantita a chi fa funzionare la macchina. E questo significa che i profitti sono legati più che altro all’aspettativa che le cripto in futuro aumentino di valore, una bella scommessa viste le loro montagne russe. Affittare lo spazio nei propri data center o i propri chip all’industria dell’IA significa invece garantirsi un flusso di entrate costante e ben elevato, vista la sproporzione tra domanda e offerta. Cavalcata la mania delle cripto, ecco allora che i minatori si mettono al servizio della mania dell’IA, la tecnologia che promette di cambiare tutto. E se anche fosse una bolla, come qualcuno ipotizza, non sarebbe poi così grave: di calcoli complessi, per un motivo o per l’altro, il nostro mondo avrà sempre più bisogno.