Materie prime critiche, per l’Italia la vera miniera sono i rifiuti. Ma oggi li manda all’estero
di Filippo SantelliI resti di pannelli solari in una discarica in Kenya
Mercoledì l’Italia avrà una nuova mappa aggiornata delle materie prime critiche presenti nel suo sottosuolo, compilata dall’Ispra. E il giorno dopo alla Camera inizierà l’iter di conversione del decreto che – nelle intenzioni del governo – dovrebbe contribuire a riattivare l’industria mineraria nazionale, velocizzando le relative autorizzazioni. Ma per l’obiettivo, europeo e soprattutto italiano, di raggiungere una maggiore autonomia nei metalli fondamentali per la transizione verde, le produzioni hi-tech e la difesa, in molti casi importati da Paesi rivali come la Cina, più che l’estrazione potrebbe il riciclo. “Oggi in Italia abbiamo poche miniere attive, ma abbiamo una miniera a cielo aperto che sono i nostri rifiuti”, ha detto ieri il presidente della multiutility Iren Luca Dal Fabbro, con riferimento ai vecchi apparecchi elettrici ed elettronici, da cui è possibile recuperare significative quantità di elementi chiave. Con una decina di impianti di lavorazione – è la stima della società – per un investimento di mezzo miliardo di euro, il nostro Paese potrebbe raggiungere entro il 2040 una quota di riciclo superiore al 30%, oltre gli obiettivi fissati dalla Commissione e fatti propri dal governo.
L’estrazione delle materie prime e il loro recupero non sono certo in contraddizione: lo stesso decreto del governo vuole creare una corsia preferenziale per l’intera filiera. E il ministro del Made in Italy Adolfo Urso ha spiegato che l’Italia è stata tra i Paesi che hanno spinto Bruxelles ad alzare l’obiettivo di riciclo dal 15 al 25%. Ma finora il governo ha posto molta enfasi soprattutto sull’apertura o riapertura delle miniere (con l’obiettivo di coprire entro il 2030 il 10% dei consumi), e nell’indirizzare le – limitate, un miliardo – risorse stanziate con il fondo sovrano per il Made in Italy bisognerà decidere su quale puntare di più. Mentre i progetti di estrazione presentano in tutto il mondo, e a maggior ragione in Italia, enormi complessità – tempi e costi di sviluppo, ritorno sull’investimento, impatto ambientale, sicurezza, opposizione delle comunità locali – gli impianti di riciclo garantiscono maggiori certezze, anche considerando che il sistema di raccolta dei rifiuti elettronici nel nostro Paese è già piuttosto capillare e che nei prossimi anni la quantità di apparecchiature che arriveranno a fine vita, dai panelli alle batterie, non farà che crescere. Il problema è che oggi il 90% di quei rifiuti viene spedito per la lavorazione in altri Paesi, che poi magari rivendono la materia prima di recupero alle imprese italiane.
Lunedì alla Camera Iren ha lanciato un hub – RigeneRare – che riunisce i principali operatori italiani del riciclo di materie prime critiche e metalli preziosi come oro e argento, con l’obiettivo di accelerare lo sviluppo della filiera. La multiutility è senza dubbio parte interessata, visto che opera nella raccolta dei rifiuti e già oggi è attiva nel recupero di materiali speciali come i pannelli solari. Allo stesso tempo però esplora anche la strada dell’estrazione, visto che insieme a una società australiana ha in progetto di sviluppare nel Lazio quello che potrebbe diventare il maggiore giacimento di litio in Europa. Ma sono le stesse cautele di Dal Fabbro – “stiamo facendo le valutazioni geologiche per vedere se è possibile” – a ribadire la differenza: i rifiuti non sono solo una grande miniera, ma anche l’unica che l’Italia è sicura di poter sfruttare.