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Il piano Sud di Meloni parte senza fondi. Fitto cerca 5 miliardi per gli sconti fiscali

Il Presidente del Consiglio Giorgia Meloni con il ministro per gli affari europei Raffaele Fitto durante le Comunicazioni del Presidente del Consiglio in vista del Consiglio Europeo del 21 e 22 marzo 2024, nell’Aula Senato. Roma (Italia), 19 marzo 2024  

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Il documento del governo indica le aree e i settori per il Mezzogiorno. Solo 200 milioni di nuove risorse, ci si affida al Pnrr e bonus già in vigore
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ROMA - Promette che questa volta sarà “molto diverso”. Rispolvera il ritornello “acchiappa-consensi” contro le “logiche assistenzialistiche”, come ai tempi dell’abolizione del Reddito di cittadinanza. Ma i proclami di Giorgia Meloni sul Sud che “potrà competere ad armi pari” si sgretolano quando le parole lasciano spazio ai contenuti del Piano strategico della Zes unica, la Zona economica speciale che tiene dentro le otto Regioni del Mezzogiorno. Tanti slogan, soldi vecchi. Risorse al palo e bonus rivendicati dopo anni di sconfessioni.

A Palazzo Chigi va in scena l’atto finale del disegno che la premier ha confezionato insieme al fedelissimo Raffaele Fitto: le politiche per il Meridione intrecciate al Pnrr e alla Coesione. Accentrare per velocizzare, è la traccia. Anche il rito è lo stesso: la cabina di regia ad hoc, il tavolo affollato della Sala Verde, i post sui social e il documento come prova del lavoro fatto. Ecco il Piano: nove filiere da rafforzare. Dentro agroindustria, turis…

ROMA - Promette che questa volta sarà “molto diverso”. Rispolvera il ritornello “acchiappa-consensi” contro le “logiche assistenzialistiche”, come ai tempi dell’abolizione del Reddito di cittadinanza. Ma i proclami di Giorgia Meloni sul Sud che “potrà competere ad armi pari” si sgretolano quando le parole lasciano spazio ai contenuti del Piano strategico della Zes unica, la Zona economica speciale che tiene dentro le otto Regioni del Mezzogiorno. Tanti slogan, soldi vecchi. Risorse al palo e bonus rivendicati dopo anni di sconfessioni.

A Palazzo Chigi va in scena l’atto finale del disegno che la premier ha confezionato insieme al fedelissimo Raffaele Fitto: le politiche per il Meridione intrecciate al Pnrr e alla Coesione. Accentrare per velocizzare, è la traccia. Anche il rito è lo stesso: la cabina di regia ad hoc, il tavolo affollato della Sala Verde, i post sui social e il documento come prova del lavoro fatto. Ecco il Piano: nove filiere da rafforzare. Dentro agroindustria, turismo, elettronica, automotive, made in Italy, chimica e farmaceutica, cantieristica, aerospazio e ferrovie. E tre tecnologie da promuovere: digitale, cleantech e biotech. Priorità in versione titoli.

Per non parlare del motore finanziario: scarico. Le risorse fresche sono briciole: 200 milioni per i finanziamenti agevolati della “Misura Africa” in favore di chi investe al Sud. Il piatto forte rischia di diventare povero: a tre mesi e mezzo dalla scadenza, le imprese non sanno a quanto ammonterà il credito d’imposta per l’acquisto di macchinari, attrezzature e impianti che il governo aveva fissato al 60% dell’investimento. Sono ignari anche quegli imprenditori che si sono mossi a partire dal primo gennaio, quando è iniziato il periodo utile per programmare gli investimenti.

I conti non tornano più dato che le prenotazioni ammontano a 9,4 miliardi mentre l’esecutivo ne ha stanziato appena 1,8. E anche se gli investimenti effettuati, fino ad ora, sono stati pari a circa 200 milioni, il timore di Palazzo Chigi è di ritrovarsi senza soldi.

Per questo ieri Fitto è tornato a tuonare contro l’atto dell’Agenzia delle Entrate che ha ricalcolato il tax credit, abbassandolo: "Per me - chiosa - non c’è il 17% come credito di imposta, è un provvedimento che non condivido”. Pretende una verifica. Non il 15 novembre, quando i giochi saranno chiusi. Il prima possibile.

Non lo dice chiaramente per non irritare le imprese, ma quello che il ministro per il Sud vuole dal direttore delle Entrate Ernesto Maria Ruffini è la lista dei “furbetti”. Di chi ha chiesto il credito d’imposta sapendo di non avere i requisiti. Solo così, ragiona, si potrà capire se gli 1,8 miliardi basteranno. Il timore è che all’appello ne possano mancare 4-5. "Non ho disturbato il ministro Giorgetti”, assicura quando viene interrogato sull’attivazione della caccia alle risorse. Ma la richiesta è stata già messa in conto.

Anche perché senza l’unico strumento fiscale a disposizione, la Zes unica si ridurrebbe a una scatola vuota. Lo stanziamento Pnrr per le infrastrutture è stato ridotto ad appena 563,5 milioni. A fine giugno dovevano partire i primi interventi per i collegamenti dell’ultimo miglio con i porti e le aree industriali, ma la tabella di marcia si è fermata prima, alle assegnazioni.

Per non parlare dei 15,5 miliardi messi a disposizione dal Piano nazionale di ripresa e resilienza: ferrovie, reti idriche e digitali, ma anche infrastrutture energetiche e rifiuti. Fondi in affanno. Al punto che il governo non può garantire oggi di rispettare il vincolo di destinazione al Sud del 40% delle risorse Pnrr che sono collocabili sui territori. Eppure questa volta doveva essere "molto diverso”.

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