Dopo 8 anni di interventi al margine sul sistema pensionistico sono apparse alcune proposte di riforma meno congiunturali. Tra queste l’articolo di Alberto Brambilla Pensioni uguali per tutti. La riforma impopolare sul Corriere della Sera, che delinea la nuova terapia: «Meno assistenzialismo, più controlli e innalzamento dell’età pensionabile (con flessibilità)». La “cura” è in linea con la “diagnosi”: la quota di spesa pensionistica assistenziale è in aumento e va dunque ridotta in quanto non sostenuta da versamenti contributivi/fiscali da parte dei beneficiari; la maggior parte dei pensionati di vecchiaia a 67 anni non soddisfa il requisito contributivo di 20 anni se non considerando circa 5 anni di “contributi figurativi” (a copertura di maternità, malattia, disoccupazione); più in generale, l’invecchiamento demografico mette a repentaglio il patto intergenerazionale su cui si fondano i sistemi pensionistici a ripartizione. Dalle ultime due considerazioni discende la proposta di innalzamento (pur con flessibilità e penalizzazioni) dell’età pensionabile e l’estensione da 20 a 25 anni del periodo contributivo minimo. Diagnosi e dati giocano un ruolo decisivo nel delineare il problema da risolvere (“framing”) e individuare le azioni necessarie. Davvero andiamo in pensione troppo presto e l’assistenzialismo rappresenta la grande “stortura” del sistema pensionistico italiano? Non proprio, vediamo perché.
Il primo punto è che il carattere assistenzialistico del sistema pensionistico non trova riscontro nei dati comparati. La componente assistenziale è infatti più ridotta in Italia rispetto agli altri paesi europei, con una spesa per pensioni di vecchiaia means-tested (assistenziali appunto) che si ferma allo 0,4% del Pil, contro una media Ue dello 0,5% - ben inferiore a Spagna (1,1%), Danimarca (6,1%) Olanda (1,1%) e Portogallo (0,6%).
Il falso mito della pensione troppo presto
La seconda credenza da sfatare è che andiamo in pensione troppo presto. È vero che le pressioni demografiche rappresentano sfide potenti per i sistemi a ripartizione, ma il quadro è radicalmente cambiato rispetto a trent’anni fa, quando l’Italia era il “Paese delle baby pensioni”. L’aspettativa di vita a 65 anni (rilevante per gli equilibri previdenziali) è infatti aumentata di 2,8 anni dal 1994, e di soli 1,1 dal 2004. Dal 1994 l’età pensionabile è però aumentata di 12 anni per le donne e di 7 per gli uomini, e l’irrigidimento di canali di accesso al pensionamento indotto dalle riforme Sacconi e Monti-Fornero ha portato l’Italia ad avere non solo l’età pensionabile più elevata ma anche l’età effettiva di uscita dal mercato del lavoro tra le più elevate nell’Ue: 64,2 anni nel 2023, contro una media Ue di 63,6 anni (il rapporto era invertito dieci anni prima: 62,3 anni in Italia contro i 63,1 nell’Ue) poco sotto la Svezia (65 anni), in linea con la Germania (64,4) e sopra a Spagna (64), Finlandia (63,7), Austria (63) e Francia (62,4) (dati: Commissione Europea, Ageing Report).
E’ possibile pensare di aumentare la pensione?
Si può dunque pensare di aumentare ulteriormente l’età pensionabile? Per rispondere vanno esaminati altri dati, che consentono di valutare l’equità del sistema in ottica intra-generazionale. La prima considerazione è che le differenze nell’aspettativa di vita a 65 anni (così come nell’incremento della stessa) sono significative e raggiungono i 3-5 anni a scapito dei gruppi svantaggiati sul piano socioeconomico. Inoltre, vi è uno scarto significativo tra aspettativa di vita e anni attesi in buona salute a 65 anni: i secondi tendono ad essere circa la metà (10,1) dei primi (20,6). Infine, mentre l’aspettativa di vita è in graduale aumento, ciò non sembra essere vero per gli anni attesi in buona salute. Per molti lavoratori – specie i più svantaggiati – è perciò molto arduo continuare a lavorare oltre i 65 anni.
La terza considerazione riguarda l’interazione tra più elevate età di pensionamento e mercato del lavoro. Il tasso di occupazione nella fascia 65-69 anni è in linea con la media europea (14,7% vs 15,2%), mentre nella fascia 55-64 è raddoppiato dal 2000 raggiungendo il 57,3%, 6 punti meno della media Ue. In parallelo, si è però drammaticamente ampliato il divario nei tassi di occupazione per i lavoratori adulti (25-49 anni) tra l’Italia e l’Ue: dai 5 punti percentuali del 2003, fino ai quasi 10 punti nel 2022 (72,1% vs 81,9%). L’Italia è perciò oggi tra i paesi europei con la più bassa quota di giovani e la più alta quota di anziani sul totale dell’occupazione: vi è da chiedersi se è così che vogliamo affrontare le due transizioni verde e digitale – che richiedono competenze elevate e “fresche” – o se la strategia del continuo innalzamento dell’accesso al pensionamento non abbia importanti esternalità negative su mercato del lavoro ed efficienza economica. Ridisegnare le regole pensionistiche oggi richiede di andare oltre le analisi che hanno ispirato le “grandi riforme” degli anni ’90, e delineare linee di intervento differenti che, ispirandosi alle migliori esperienze comparate, consentano di combinare efficacemente sostenibilità economico-finanziaria, adeguatezza ed equità, quest’ultima intesa non soltanto in chiave inter-generazionale ma anche (soprattutto) intra-generazionale.
* Ordinario di Scienze Politiche, Unimi