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Chelli: “Attenti, l’Italia si sta facendo sempre più piccola”

Il presidente dell'Istat Francesco Maria Chelli

 

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Il nuovo numero uno dell’Istituto nazionale di Statistica lancia l’allarme sulla sostenibilità delle pensioni in un Paese in crisi demografica
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La barba bianca, 65 anni ben portati e una leggera inflessione che tradisce l’origine marchigiana, Francesco Maria Chelli da due mesi è il nuovo presidente dell’Istat. Un tecnico puro, professore di statistica economica all’Università politecnica delle Marche, ma le sue riflessioni sulla direzione di marcia dell’Italia non potrebbero essere più politiche.

L’Italia sta affrontando un drammatico inverno demografico. Quanti siamo noi italiani e quanti saremo fra trent’anni?

«Al primo gennaio del 2023, l’ultimo dato che abbiamo, eravamo circa 59 milioni. Nel 2050 saremo 54,8 milioni».

Perderemo più di quattro milioni di abitanti. Possibile?

«Non illudiamoci, le previsioni demografiche per noi statistici hanno una solidità formidabile. Non sono previsioni economiche. Succederà. Oltretutto questa perdita non sarà equilibrata: la struttura della nostra società già oggi non ha più la forma di una piramide quanto piuttosto di un grande fungo. E la …

La barba bianca, 65 anni ben portati e una leggera inflessione che tradisce l’origine marchigiana, Francesco Maria Chelli da due mesi è il nuovo presidente dell’Istat. Un tecnico puro, professore di statistica economica all’Università politecnica delle Marche, ma le sue riflessioni sulla direzione di marcia dell’Italia non potrebbero essere più politiche.

L’Italia sta affrontando un drammatico inverno demografico. Quanti siamo noi italiani e quanti saremo fra trent’anni?

«Al primo gennaio del 2023, l’ultimo dato che abbiamo, eravamo circa 59 milioni. Nel 2050 saremo 54,8 milioni».

Perderemo più di quattro milioni di abitanti. Possibile?

«Non illudiamoci, le previsioni demografiche per noi statistici hanno una solidità formidabile. Non sono previsioni economiche. Succederà. Oltretutto questa perdita non sarà equilibrata: la struttura della nostra società già oggi non ha più la forma di una piramide quanto piuttosto di un grande fungo. E la parte più consistente del fungo è quella dei baby boomer. Adesso hanno sessant’anni, cosa accadrà quando ne avranno 80?»

Stiamo correndo spediti verso una crisi demografica?

«Esatto, anche perché da sotto non c’è più la spinta. Il “rubinetto” delle classi attive porta sempre meno acqua. Quando gli attuali sessantenni saranno usciti dal lavoro, nel 2050 il 54% della popolazione attiva, quella tra 15 e 65 anni, dovrà prendersi sulle spalle tutti gli altri».

Saremo quasi in un rapporto di uno a uno tra chi lavora e chi è in pensione?

«Sì, quindi la crisi è doppia: non solo la popolazione diminuisce, cambia in peggio l’equilibrio tra attivi e non attivi».

E le pensioni?

«Un’Italia che discute di anticipi pensionistici non ragiona su questi numeri».

Nel governo dicono: spingiamo di più sulla natalità. È la strada giusta?

«Non è sbagliata, ma non basta. La nostra natalità oggi è più bassa di quella di Francia e Germania, si può fare di più. Però ricordiamoci che la natalità è un prodotto, quello tra il tasso di fertilità delle donne – che possiamo pure portare a uno stellare 1,30 – però va moltiplicato con quello che i demografi chiamano, con un termine un po’ brutale, lo stock delle donne in età fertile. Se ogni donna fa 1,2 figli e ho miliardi di donne fertili va benissimo. Ma se moltiplico un numero basso per un altro numero già basso, non vado lontano».

Conclusione?

«Dalla natalità non ci possiamo aspettare tanto. Inutile illudersi, bene che vada avremmo effetti tra decenni».

L’altra leva è l’immigrazione?

«Sì, attualmente i flussi in entrata non compensano le uscite».

Quanti dovrebbero essere gli immigrati che ogni anno l’Italia dovrebbe accogliere per far fronte al calo delle nascite?

«Un flusso enorme, probabilmente eccessivo rispetto alle capacità del Paese di sostenerlo e accoglierlo, perché dovrebbe essere un’immigrazione che incontra la domanda di lavoro».

Un numero?

«Il professor Billari della Bocconi mi pare ipotizzi 500 mila l’anno, ma è un’ipotesi di scuola. Comunque un consistente flusso migratorio in entrata è fondamentale. Come è anche importante evitare che i nostri giovani emigrino».

E poi?

«Qualsiasi politica deve tener conto che l’Italia non si spopola in maniera omogenea…».

Si fugge dai piccoli centri?

«Negli ultimi 10 anni le aree interne - ovvero un comune su due in Italia - hanno perso il 5% di popolazione, i centri grandi solo l’1,4%».

Il Sud si spopola più del Nord?

«Un po’ sì, ma non in maniera significativa. Il declino demografico delle aree interne non è tanto diverso tra Nord e Sud».

L’Italia del futuro sarà un paesaggio di paesini fantasma?

«Il rischio c’è. Riflettiamo sul fatto che queste aree interne sono lontane dai servizi come le scuole, gli ospedali, le poste, le farmacie…e proprio qui si concentrano coloro che di questi servizi hanno più bisogno. La conseguenza è che lo squilibrio tra piccoli comuni interni e città accelera la sua velocità e raddoppia. Anche perché le vecchie reti familiari si sono sfilacciate e l’impatto sulle persone che restano è devastante».

Quante sono le famiglie con figli?

«Sempre meno. Solo una su cinque. La famiglia “tipica” è diventata una minoranza. Vuol dire che stiamo diventando un Paese non solo di anziani, ma di anziani soli. Quattro famiglie su dieci tra vent’anni saranno costituite da una persona sola. Già quest’anno sono 4,4 milioni gli over 65 che vivono soli».

Torniamo alle pensioni, come impatta questa crisi sulla previdenza?

«La nostra spesa per la protezione sociale è circa il 30,5 per cento del Pil. Di questo, il 48 per cento è destinato alle pensioni. All’incirca iI 15% del Pil se ne va in pensioni».

Come se ne esce?

«Siccome le pensioni si devono pagare, l’unica risposta possibile è alzare la partecipazione di giovani e donne al mercato del lavoro».

La situazione oggi qual è?

«Il problema sono i lavoratori che noi chiamiamo “non standard”: rapporti di lavoro a termine e part time. O entrambe le cose insieme. Il 27,7% delle donne occupate sono “non standard”, contro il 16% degli uomini. Un dato insostenibile. Questa statistica colpisce le donne e le colpisce male, perché tra le giovani – ovvero quelle che potrebbero lavorare di più - si arriva a un picco del 45,7%. Questi sono i fattori che la politica dovrebbe aggredire, oltre naturalmente a rendere più lunga la permanenza sul lavoro».

Invece l’Italia è quel Paese dove Elsa Fornero deve girare con la scorta…

«Io parlo con i numeri. L’Eurostat ci dice che un individuo di 15 anni, nei Paesi Bassi, ha davanti a sé 43,7 anni di vita lavorativa. Il valore minimo dell’Ue è quello della Romania, con 32,2 anni. Noi siamo a 32,9, il penultimo Paese».

Si deve ancora crescere?

«Altroché! Almeno nella media europea, che è 36,9 anni. È come l’acqua, non si può sprecarne neanche una goccia. Quando una risorsa diventa scarsa, non ci possiamo permettere di non impiegare pienamente il capitale umano che ci resta. Pensando al futuro, dai lavoratori “non standard” si può recuperare molto, e i lavoratori standard devono restare di più a lavorare».

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