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Comuni, migliorano bilanci ma riscossione in affanno. Manca all’appello un quarto di Imu e Tari

La sede di Napoli della Corte dei Conti

 

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La relazione della Corte dei Conti sulla finanza degli enti locali sottolinea l’uscita dalle difficoltà della pandemia, ma anche come soprattutto nel Mezzogiorno i sindaci facciano molta fatica a far pagare le tasse ai residenti
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ROMA – Il gettito teorico dell’Imu per i Comuni italiani è in aumento. Ma nel 2023, spiega la Corte dei Conti nella sua ultima relazione sugli enti locali, «le entrate connesse all’Imu – ossia il caposaldo su cui poggiano le entrate proprie comunali – sono in lieve discesa su tutto il territorio nazionale». Circa un quarto dei tributi principali (Imu, Tari e addizionale Irpef) non vengono riscossi: diventano “residui attivi”, somme che con molta fatica da una parte dei Comuni vengono recuperati nei quattro anni successivi, e da alcuni non vengono recuperati mai. Tra le aree del Paese con la peggiore capacità di riscossione il Mezzogiorno.

Non va meglio per le altre voci (le tariffe, che vanno dall’acqua per i Comuni con le gestioni in economia, soprattutto nel Mezzogiorno, agli asili nido e agli affitti) su cui poggia l’autonomia finanziaria dei Comuni. «In media le percentuali di riscossione coprono il 65% dell’accertato – spiega la Corte dei Conti – ma vi sono zone, (come la Calabr…

ROMA – Il gettito teorico dell’Imu per i Comuni italiani è in aumento. Ma nel 2023, spiega la Corte dei Conti nella sua ultima relazione sugli enti locali, «le entrate connesse all’Imu – ossia il caposaldo su cui poggiano le entrate proprie comunali – sono in lieve discesa su tutto il territorio nazionale». Circa un quarto dei tributi principali (Imu, Tari e addizionale Irpef) non vengono riscossi: diventano “residui attivi”, somme che con molta fatica da una parte dei Comuni vengono recuperati nei quattro anni successivi, e da alcuni non vengono recuperati mai. Tra le aree del Paese con la peggiore capacità di riscossione il Mezzogiorno.

Non va meglio per le altre voci (le tariffe, che vanno dall’acqua per i Comuni con le gestioni in economia, soprattutto nel Mezzogiorno, agli asili nido e agli affitti) su cui poggia l’autonomia finanziaria dei Comuni. «In media le percentuali di riscossione coprono il 65% dell’accertato – spiega la Corte dei Conti – ma vi sono zone, (come la Calabria o la Campania) dove gli incassi di competenza non superano il 35-40%». Quando ai tempi di recupero, i magistrati contabili calcolano un tasso medio del 16% annuo, che si traduce in un tempo medio di smaltimento di circa sei anni.

Da questi dati, ricorda la Corte dei Conti, bisogna partire per mettere a terra la riforma dell’autonomia differenziata, pur in una situazione generale positiva, che rispecchia la piena ripresa dalla pandemia. «Nel 2023 – si legge nel documento - superati gli effetti recessivi pandemici, la finanza locale ha intrapreso un percorso di crescita, con una ripresa delle entrate e del sostegno agli investimenti, soprattutto in conseguenza dell’attuazione del PNRR, che coinvolge significativamente gli enti locali, in uno scenario complessivo di finanza pubblica che vede un miglioramento dell’indebitamento, seppur in misura inferiore a quanto stimato dal DEF».

L’autonomia dei Comuni è già “differenziata”

Considerate le forti differenze nella capacità di accertamento e di riscossione, la Corte dei Conti sottolinea come «in alcune zone del Paese i Comuni faticano a trovare una loro effettiva autonomia finanziaria. In particolare, un buon grado di autonomia finanziaria si evidenzia per i Comuni del Nord (ove l’indice di autonomia è superiore, nel biennio, al 70%) e del Centro Italia, particolarmente per quelli toscani (dove il grado di autonomia finanziaria è intorno all’80%)». In particolare, l’analisi dei dati di bilancio di parte corrente dei Comuni del Molise, della Basilicata e delle zone meridionali evidenzia una scarsa auto-sufficienza finanziaria, con indici di autonomia che si attestano intorno al 60% o soglie inferiori.

Il “Tax gap”

Sono dati coerenti con quelli riportati nella “Relazione sull’economia non osservata e sull’evasione fiscale e contributiva anno 2023” allegata alla NaDef, ricorda la Corte dei Conti. In quella relazione il “tax gap” dell’Imu è stimato per il 2021 in circa 5,1 miliardi di euro, pari al 21,4% del gettito Imu teorico. Un divario più che significativo quindi fra il gettito teorico e quello effettivo che potrebbe essere ridotto anche attraverso il recupero di ambiti di evasione. A livello regionale, l’indicatore del tax gap dell’Imu varia dal 40% del gettito teorico in Calabria al 10,9% in Emilia-Romagna. Particolarmente significativo è anche il tax gap registrato in Campania (34,3% del gettito teorico), in Sicilia (33,3%) e in Basilicata (31,2%). I valori più bassi si osservano, invece, in Valle d’Aosta (11,5%), in Liguria (13,5%) e nelle Marche (14,3%).

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