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Gli spettri di recessione stringono la via sulla legge di bilancio, ecco perché è nata l’ipotesi degli extraprofitti

Il ministro dell’economia Giancarlo Giorgetti con la presidente del consiglio Giorgia Meloni

 (ansa)

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Le difficoltà di Germania e Stati Uniti, principali destinazioni del nostro export, potrebbero impattare sulla crescita. Proprio mentre l’Europa chiede “prudenza” sulle stime
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La Germania è la prima destinazione dell’export italiano, 75 miliardi di euro nel 2023. Gli Stati Uniti la seconda, 67 miliardi, in grande crescita. Insieme, valgono oltre un quinto del totale. Si può partire da qui per spiegare perché l’agonia dell’economia tedesca e i segnali di rallentamento di quella americana, con spettri di recessione, sono un problema per il governo italiano. I rischi “esogeni” per la crescita, come li chiamano gli economisti, crescono e si moltiplicano, aggiungendosi alle tensioni geopolitiche (con possibile impatti sul prezzo del petrolio) e ai nuovi muri tariffari promessi da Trump. Risultato? I saldi della legge di Bilancio, già risicatissimi, potrebbero diventare ancora più stretti. Proprio ieri, con delle linee guida tecniche ma dal valore politico, la Commissione europea ha invitato i governi a “prudenza” nelle assunzioni su cui baseranno i piani pluriennali di spesa attesi per settembre, “incluse le assunzioni sul Pil”.

La Germania è la prima destinazione dell’export italiano, 75 miliardi di euro nel 2023. Gli Stati Uniti la seconda, 67 miliardi, in grande crescita. Insieme, valgono oltre un quinto del totale. Si può partire da qui per spiegare perché l’agonia dell’economia tedesca e i segnali di rallentamento di quella americana, con spettri di recessione, sono un problema per il governo italiano. I rischi “esogeni” per la crescita, come li chiamano gli economisti, crescono e si moltiplicano, aggiungendosi alle tensioni geopolitiche (con possibile impatti sul prezzo del petrolio) e ai nuovi muri tariffari promessi da Trump. Risultato? I saldi della legge di Bilancio, già risicatissimi, potrebbero diventare ancora più stretti. Proprio ieri, con delle linee guida tecniche ma dal valore politico, la Commissione europea ha invitato i governi a “prudenza” nelle assunzioni su cui baseranno i piani pluriennali di spesa attesi per settembre, “incluse le assunzioni sul Pil”.

Un campanello d’allarme, dopo una serie di dati che sembravano regalare al governo maggiori spazi di manovra. La crescita dello 0,2% del secondo trimestre ha portato il valore già “acquisito” per il 2024 a sette decimi. Raggiungere il punto tondo fissato per l’intero anno non è ancora scontato — servirà un aumento di due decimi anche nei trimestri che restano –, ma appare alla portata. Il problema però rischia di essere solo spostato in avanti: mentre aggiornava al rialzo le stime per quest’anno, allineandole a quelle del governo, l’Ufficio parlamentare di bilancio ha limato all’1% quelle per il prossimo, due decimi sotto l’esecutivo, proprio per “il deterioramento del contesto internazionale”.

Il numerino del Pil 2025 è decisivo, perché al denominatore di deficit e debito, i valori chiave nel piano di medio termine che il governo invierà a Bruxelles nell’ambito del nuovo Patto di stabilità e che farà da cornice alla legge di Bilancio. Al momento solo il lato “uscite” della finanziaria è stimato: tra rinnovo delle misure esistenti, a partire dal taglio del cuneo, e spese indifferibili supera i 20 miliardi. Le entrate sono capitoli tutti da costruire: spending review, concordato preventivo, l’eventuale conferma di entrate fiscali superiori al previsto. L’idea di un prelievo straordinario sui profitti di banche e assicurazioni nasce proprio in questo quadro, come una delle tante ipotesi preliminari dei tecnici del Tesoro nel caso in cui gli introiti si rivelassero inferiori al previsto. Ipotesi che a Palazzo Chigi si è deciso unilateralmente di far filtrare, salvo poi smentirla, in un corto circuito che anticipa le tensioni tecniche e politiche della manovra.

Per rosicchiare qualche miliardo, il governo cercherà di negoziare con Bruxelles alcuni degli spazi di flessibilità previsti dal nuovo Patto, rispetto a un rientro del deficit stimato in almeno 10 miliardi l’anno. Ma è in questo negoziato che l’attenzione europea rispetto alle stime si annuncia massima. L’economia italiana si è rivelata resiliente agli shock, ora però è sostenuta soprattutto da quella forma diversa di export chiamata turismo: industria e investimenti soffrono, i consumi stagnano. Una crescita debole, mentre spese e riforme del Pnrr, che dovevano aumentarne il potenziale strutturale, restano a metà del guado. La “prudenza” nelle stime chiesta dall’Europa, non a caso, riguarda anche questo: l’effetto di riforme annunciate, ma non ancora realizzate.

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