È stato definito il processo Antitrust del secolo. Per le parti in causa: gli Stati Uniti d’America contro Google. E la posta in gioco: il potere di mercato (e non solo) esercitato dai colossi del digitale. Ieri, dopo un’attesa di mesi, è arrivato il verdetto. Il giudice federale Amit Metha ha giudicato Google colpevole di aver agito in maniera illecita per mantenete il proprio monopolio sulle ricerche online e le relative pubblicità. Una sentenza le cui implicazioni pratiche per l’azienda californiana si chiariranno solo nei prossimi mesi, ma che potrebbe ridefinire la geografia del mondo digitale e il suo business miliardario.
Quella contro Google è infatti la prima di una serie di cause antitrust intentate dall’amministrazione Biden contro i giganti tech del terzo millennio. Il dipartimento di Giustizia e una serie di Stati federali hanno accusato la società di Mountain View - che con la sua barra di ricerca ha rivoluzionato il modo di accedere al web, costruendoci poi attorno un’a…
È stato definito il processo Antitrust del secolo. Per le parti in causa: gli Stati Uniti d’America contro Google. E la posta in gioco: il potere di mercato (e non solo) esercitato dai colossi del digitale. Ieri, dopo un’attesa di mesi, è arrivato il verdetto. Il giudice federale Amit Metha ha giudicato Google colpevole di aver agito in maniera illecita per mantenete il proprio monopolio sulle ricerche online e le relative pubblicità. Una sentenza le cui implicazioni pratiche per l’azienda californiana si chiariranno solo nei prossimi mesi, ma che potrebbe ridefinire la geografia del mondo digitale e il suo business miliardario.
Quella contro Google è infatti la prima di una serie di cause antitrust intentate dall’amministrazione Biden contro i giganti tech del terzo millennio. Il dipartimento di Giustizia e una serie di Stati federali hanno accusato la società di Mountain View - che con la sua barra di ricerca ha rivoluzionato il modo di accedere al web, costruendoci poi attorno un’attività pubblicitaria da 307 miliardi di dollari di profitti e 74 di utili - di aver difeso la propria quota di mercato quasi monopolistica (circa il 90% negli Usa) attraverso una serie di accordi restrittivi verso i potenziali concorrenti. A cominciare dalle intese con Apple e Samsung, che in cambio di una cospicua fetta dei ricavi pubblicitari hanno reso il suo motore di ricerca la soluzione predefinita sui loro smartphone, usati da centinaia di milioni di persone. In un settore di grandi dati, questo impedirebbe agli sfidanti di raggiungere una massa critica tale da competere.
Udienze e testimonianze clamorose
Lo scorso anno si è aperto un processo di dieci settimane, tra udienze secretate, testimoni eccellenti (come l’amministratore delegato di Microsoft Satya Nadella) e rivelazioni eclatanti, tra cui il fatto che l’accordo tra Google ed Apple vale (almeno) 26 miliardi di dollari l’anno. Un processo ai massimi livelli del diritto antitrust in cui la tesi dell’accusa si è scontrata con quella di Google, secondo cui il primato è semplicemente frutto di un prodotto e una tecnologia migliori. La sua barra di ricerca è quella predefinita, ma gli utenti hanno sempre la possibilità di sceglierne un’altra.
Il dibattimento si è concluso alla fine dello scorso anno, a maggio le parti hanno recitato le “arringhe” conclusive, ma il giudice Metha ha avuto bisogno di altri tre mesi per il verdetto. Di colpevolezza: “Google è un monopolista e ha agito come tale per mantenere il suo monopolio”, si legge nella storica conclusione di una sentenza fiume da 277 pagine. Manca ora una parte decisiva, cioè quella sui rimedi che la società dovrà adottare per ristabilire la concorrenza. Le ipotesi vanno dall’annullamento degli accordi con i produttori di device, a quella più estrema – e meno probabile – di uno smembramento delle sue attività.
Non è detto però che sia finita qui: è probabile che Google faccia ricorso, proprio come 25 anni fa decise di fare Microsoft dopo essere stata condannata per le sue pratiche monopolistiche, il precedente più illustre di questo caso. Comunque vada, però, la sentenza influenzerà gli altri casi antitrust che puntano a limitare il potere dei giganti del digitale, negli Stati Uniti (dove l’amministrazione ne ha aperti contro Apple, Amazon e Meta) e nel resto del pianeta. E se il suo impianto tenesse potrebbe cambiare le logiche economiche che hanno dato forma mondo connesso come oggi lo conosciamo, orientando anche lo sviluppo di quello di domani, dominato dalle Intelligenze artificiali.