MILANO – C’è una relazione tra il rafforzamento dello yen sul dollaro e il forte ribasso delle azioni americane? In questo momento di forte turbolenza dei mercati molti operatori se lo stanno chiedendo e la risposta più frequente è: sì. C’era infatti un arbitraggio molto semplice utilizzato dai trader per lucrare dei profitti, il cosiddetto carry trade. In pratica con i tassi storicamente molto bassi sul mercato giapponese veniva facile indebitarsi in yen pagando pochi interessi e poi impiegare queste risorse su asset americani, azioni o anche titoli di stato, che rendevano molto bene, e poi chiudere l’arbitraggio restituendo gli yen a un cambio che comunque era piuttosto stabile rispetto al dollaro.
Questo giochetto è stato messo in crisi dalla decisione della Bank of Japan, settimana scorsa, di alzare i tassi di interesse giapponesi per stroncare i focolai di inflazione che dopo tantissimi anni cominciano a farsi largo nell’economia nipponica. L’aumento dei tassi giapponesi ha co…
MILANO – C’è una relazione tra il rafforzamento dello yen sul dollaro e il forte ribasso delle azioni americane? In questo momento di forte turbolenza dei mercati molti operatori se lo stanno chiedendo e la risposta più frequente è: sì. C’era infatti un arbitraggio molto semplice utilizzato dai trader per lucrare dei profitti, il cosiddetto carry trade. In pratica con i tassi storicamente molto bassi sul mercato giapponese veniva facile indebitarsi in yen pagando pochi interessi e poi impiegare queste risorse su asset americani, azioni o anche titoli di stato, che rendevano molto bene, e poi chiudere l’arbitraggio restituendo gli yen a un cambio che comunque era piuttosto stabile rispetto al dollaro.
Questo giochetto è stato messo in crisi dalla decisione della Bank of Japan, settimana scorsa, di alzare i tassi di interesse giapponesi per stroncare i focolai di inflazione che dopo tantissimi anni cominciano a farsi largo nell’economia nipponica. L’aumento dei tassi giapponesi ha convogliato più capitali internazionali verso lo yen che così si è rafforzato rispetto al dollaro. Rispetto al massimo del 4 luglio scorso a 161 yen per un dollaro, in queste ore si è scesi a 143 yen, un rafforzamento dell’11% della valuta giapponese.
Ecco allora che in queste nuove condizioni il carry trade diventa molto meno conveniente e induce gli investitori che lo avevano messo in piedi a vendere gli asset americani su cui avevano investito con i soldi presi a prestito, per avere liquidità e chiudere il debito.
A ciò si aggiunge che le autorità bancarie giapponesi hanno chiesto alle banche nazionali di sostenere il mercato dei bond, nel momento in cui un rialzo dei tassi potrebbe provocare grosse perdite in quel comparto. E così anche le banche nipponiche stanno vendendo asset in cui sono in positivo, come per esempio le azioni americane che hanno corso tantissimo negli ultimi mesi, per avere liquidità da riversare sul mercato domestico.
La congiuntura astrale ha voluto che la decisione della BoJ sia avvenuta quasi contemporaneamente alla pubblicazione negli Stati Uniti di dati sul mercato del lavoro e sull’andamento del settore manifatturiero che indicano un indebolimento finora non previsto. Con i tassi americani ancora alti, per la indecisione della Fed a ribassarli, da un momento all’altro si è diffusa l’idea che gli Stati Uniti possano andare in recessione nei prossimi mesi e che la Fed non riesca a opporsi a questa congiuntura essendosi concentrata troppo sulla lotta all’inflazione.
Quindi il mix tra mercato giapponese con tassi in rialzo che provocano vendite sulle borse mondiali ed economia americana in rallentamento con la Fed che rincorre la curva, ha provocato gli scossoni che stiamo vedendo in queste ore, con il caso eclatante dell’indice Nikkei che lunedì ha perso il 12,4%. Un numero che non si vedeva dal crollo del 1987.