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Valletti (Imperial College): "Big Tech va disgregata o la condanna a Google non cambierà nulla”

(afp)

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Secondo l’ex capo economista per la Concorrenza della Commissione europea il “breakup” è l’unico rimedio contro i monopoli del digitale. “Deve esserci la volontà politica, ma sia Trump che Harris potrebbero scegliere l’accordo”
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“Il breakup, lo smembramento, mi sembra l’unica strada per rimediare ai monopoli di Google e delle altre Big Tech. Bisognerà capire se ci sarà la volontà politica di farlo”. Tommaso Valletti, esperto di temi Antitrust, è stato dal 2016 al 2019 il capo economista della direzione Concorrenza della Commissione europea, impegnata in una sfida contro i colossi tecnologici americani. Ora insegna all’Imperial College di Londra.

Quello contro Google, appena giudicata colpevole di monopolio illegale, è stato definito il processo antitrust del secolo. Lo pensa anche lei?

“Per un quarto di secolo, dopo il caso contro Microsoft, gli Stati Uniti non hanno fatto nulla in chiave antitrust nel settore digitale: in questo senso è senza dubbio il caso del secolo... …

“Il breakup, lo smembramento, mi sembra l’unica strada per rimediare ai monopoli di Google e delle altre Big Tech. Bisognerà capire se ci sarà la volontà politica di farlo”. Tommaso Valletti, esperto di temi Antitrust, è stato dal 2016 al 2019 il capo economista della direzione Concorrenza della Commissione europea, impegnata in una sfida contro i colossi tecnologici americani. Ora insegna all’Imperial College di Londra.

Quello contro Google, appena giudicata colpevole di monopolio illegale, è stato definito il processo antitrust del secolo. Lo pensa anche lei?

“Per un quarto di secolo, dopo il caso contro Microsoft, gli Stati Uniti non hanno fatto nulla in chiave antitrust nel settore digitale: in questo senso è senza dubbio il caso del secolo... Ma nel frattempo l’Europa ha portato avanti una serie di processi molto solidi, tra cui uno simile su Android (il sistema operativo di Google, ndr), di cui questa sentenza conferma l’impianto”.

In che senso?

“Riconosce che Google fa sì che i rivali non abbiano alcuna possibilità di competere, pagando cifre inverosimili ai produttori di smartphone come Apple o agli operatori telefonici perché i suoi prodotti siano la soluzione predefinita. Accordi illeciti per chi ha una quota di mercato del 95%: la legge è chiarissima”.

Gli utenti usano la nostra barra di ricerca perché è il prodotto migliore, risponde Google.

“Se fosse così eccezionale perché dovrebbe pagare a Apple decine di miliardi l’anno per essere il default sui suoi smartphone? La realtà è che l’assenza di concorrenza, oltre ad aver danneggiato gli inserzionisti pubblicitari, ha penalizzato anche l’innovazione e la qualità dei prodotti, per esempio impedendo che si investisse in privacy”.

L’Europa si sarà pure mossa prima, ma che risultati ha avuto?

“Si è riflettuto troppo poco sui rimedi: quelli messi in campo – come chiedere a chi compra un telefono nuovo quale motore di ricerca vuole utilizzare – non hanno funzionato abbastanza bene di fronte alla posizione già dominante di Google, che ha il coltello dalla parte del manico dal punto di vista tecnico e pratico. Anche la nuova direttiva europea sui mercati digitali, appena entrata in vigore, rischia di essere poco efficace: alzare le multe e imporre l’interoperabilità dei sistemi può forse evitare che gli attuali monopoli di Big Tech nei motori di ricerca, nei social o nel commercio elettronico si estendano, ma non li attacca al cuore”.

Cosa può farlo?

“Viste le dimensioni che hanno raggiunto, lo smembramento è l’unica strada percorribile: in Europa si è scelto di non farlo, ma gli Stati Uniti possono. Potrebbe avvenire prima nel mercato della pubblicità online, dove c’è un altro caso giudiziario in corso, ma poi anche per i vari servizi di Google come browser, motore di ricerca e sistema operativo”.

Sarebbe un intervento durissimo, lo si considera improbabile.

“In passato è stato fatto in vari settori, dalle telecomunicazioni alle ferrovie, con vari gradi di successo. Il problema è che quelle industrie si muovevano all’interno di confini nazionali, mentre aziende come Google sono globali. Sarebbe possibile se Stati Uniti e Europa si mettessero d’accordo… La direzione da seguire è quella, se ci sarà volontà politica”.

Il prossimo presidente americano avrà questa volontà? Anche il grande processo contro Microsoft alla fine si chiuse con un accordo.

“Che questo caso si chiuda senza fare nulla è improponibile, la percezione popolare e il clima nel Congresso americano sono piuttosto ostili a Google. Sul tema Trump è ondivago, ostile alle piattaforme non per motivi di mercato bensì per il loro presunto “orientamento” dell’informazione in senso liberale, mentre Harris è californiana e molto vicina a Big Tech, suo fratello è l’avvocato di Uber. E’ possibile che entrambi, se eletti, non scelgano il grande rimedio ma un accordo”.

Insomma dopo questa sentenza epocale rischia di non cambiare nulla?

“Il rischio è sostanziale. Ma che questa sentenza arrivi dalla patria di Big Tech significa che abbiamo raggiunto dei limiti evidenti nei monopoli e la speranza è che questa evidenza non possa essere ignorata dalla politica e porti a buoni rimedi. Anche perché, mentre dirigono l’attenzione su problemi lontani come l’estinzione dell’umanità, società gigantesche già monopolizzano ogni snodo del nuovo settore dell’Intelligenza artificiale. Altro che startup nel garage”.

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