Il clima non sfonda in tribunale: la prima causa contro l’Eni finisce in Cassazione
di Andrea GrecoMILANO - Greenpeace Italia, ReCommon e una dozzina di cittadini italiani chiedono alla Cassazione di chiarire se il tribunale di Roma abbia giurisdizione nella “Giusta causa”, la prima causa civile climatica italiana, da loro avviata nel maggio 2023 contro il colosso dell’energia Eni e i suoi due soci forti, Tesoro e Cdp. La contestazione all’oligopolista degli idrocarburi nostrano, informa una nota del 21 giugno, è “essere responsabile a livello globale di emissioni di gas serra superiori a quelle rilasciate dall'Italia nel suo complesso, risultando così uno dei principali responsabili dell’emergenza climatica in corso”.
Procedimento congelato
La mossa delle associazioni congela il procedimento in corso a Roma, che aveva un’udienza fissata il 13 settembre, fino alla decisione della suprema corte: attes…
MILANO - Greenpeace Italia, ReCommon e una dozzina di cittadini italiani chiedono alla Cassazione di chiarire se il tribunale di Roma abbia giurisdizione nella “Giusta causa”, la prima causa civile climatica italiana, da loro avviata nel maggio 2023 contro il colosso dell’energia Eni e i suoi due soci forti, Tesoro e Cdp. La contestazione all’oligopolista degli idrocarburi nostrano, informa una nota del 21 giugno, è “essere responsabile a livello globale di emissioni di gas serra superiori a quelle rilasciate dall'Italia nel suo complesso, risultando così uno dei principali responsabili dell’emergenza climatica in corso”.
Procedimento congelato
La mossa delle associazioni congela il procedimento in corso a Roma, che aveva un’udienza fissata il 13 settembre, fino alla decisione della suprema corte: attesa a inizio 2025, ma anche più in là se ci fosse un successivo ricorso alla Consulta. Secondo le due associazioni, si tratta di un passo conseguente dopo che, mesi fa, le tre difese dei convenuti avevano sollevato eccezioni, tra cui il “difetto assoluto di giurisdizione”, nel senso che nessun giudice, in nome della separazione dei poteri, poteva accogliere l’istanza, né sindacare strategie e obiettivi di una spa privata. «Il ricorso in nasce dall'esigenza di definire al più alto livello giudiziario se in Italia sia possibile procedere legalmente per tutelare i diritti umani messi in pericolo dall'emergenza climatica – sostengono Greenpeace Italia e ReCommon -. Non possiamo più temporeggiare, serve agire subito. Malgrado quanto dichiarato in più occasioni, infatti, Eni non sembra avere alcuna intenzione di entrare nel merito delle accuse”.
Dal canto suo, l’azienda di San Donato, con comunicazione preventiva di giovedì 20 giugno, aveva espresso “perplessità sull’iniziativa, evidentemente finalizzata a ottenere la sospensione della causa avviata dalle organizzazioni stesse”; la società aveva inoltre paventato “il rischio che si apra un lungo periodo di sospensione della decisione prevista invece a breve, ciò che consentirà alle due associazioni di continuare la propria campagna di disinformazione, perseguendo obiettivi mediatici che consentono maggiori slogan e minore rigore nelle valutazioni”.
La posizione di Eni
Eni, che ha lanciato nel 2020 un piano per azzerare le emissioni al 2050, aggiunge che “non si è mai sottratta, nonostante la strumentalità dell’azione stessa, a fornire in giudizio, nel merito, tutti gli elementi a supporto della bontà del proprio operato e della propria strategia di decarbonizzazione”.Il caso è spinoso: anche perché Eni, negli ultimi due anni, è stato un attore protagonista anche nel garantire all’Italia il suo enorme fabbisogno di gas naturale, con cui viene prodotta circa dell’elettricità nazionale e che fino al 2022 giungeva in gran parte dalla Russia: ma Mosca ha gradualmente sospeso le forniture dopo la guerra.
Il primo no del Tribunale
Non a caso Giorgia Meloni ha chiamato “Piano Mattei”, dal nome del fondatore dell’Eni, la sua strategia sullo sviluppo di nuove fonti di energia, e di nuovi canali di importazione, nel Mediterraneo; un’area dove l’Eni è pure protagonista. Nel mondo, attualmente, ci sono 2.700 cause climatiche in corso. Il diritto all’ambiente e alla salute è tutelato, oltre che dalla Costituzione italiana, dalla Corte europea dei diritti. E, se da una parte, il 26 febbraio, lo stesso tribunale di Roma aveva dichiarato, in primo grado, “l’inammissibilità per difetto assoluto di giurisdizione” su una causa simile contro la Presidenza del consiglio - ritenuta inadempiente sulle azioni per attuare l’accordo 2015 di Parigi sul clima – è pure vero che il 9 aprile una sentenza della Corte europea sul caso “Anziane svizzere per il clima” ha dato ragione alle cittadine elvetiche contro la Svizzera per inadempienza nella lotta al climate change. Greenpeace e ReCommon, in un incontro stampa diverse settimane fa, hanno fatto intendere che potrebbero adire alla Corte europea: come pure al Tar del Lazio, sul fronte interno.
L’obiettivo: riconoscere le responsabilità e vincolare il governo
In caso di vittoria, gli attori non cercano risarcimenti patrimoniali, ma che il giudice “accerti le responsabilità per i danni cagionati”, e poi vincoli il Tesoro e la Cdp sulla loro quota di controllo nell’Eni, condannando l’azienda “a ridurre le sue emissioni del 45% entro il 2030, come chiesto dalla comunità scientifica per mantenere il riscaldamento globale sotto 1,5 gradi, obiettivo ratificato anche dall’Italia”. Una sconfitta degli attori, invece, potrebbe essere una pietra tombale sulle cause climatiche in Italia, siano rivolte allo Stato o ai privati.