Il destino di Mps agita il governo: “Unipol è troppo di sinistra”
di Giovanni Pons03/10/2021 Siena, piazza Salimbeni, l'omonimo palazzo ospita gli uffici del Monte dei Paschi di Siena.
Milano — Le banche italiane sono al centro della scena finanziaria internazionale. Ieri è stata l’americana Cnbc a scrivere che “In Italia c’è terreno fertile per una mega fusione bancaria”, raccogliendo il parere di diversi analisti finanziari. Ma quando si scende nello specifico i rumour spesso si volatilizzano in breve tempo.
L’attenzione in questo momento è sempre più concentrata sul destino finale del Monte dei Paschi di Siena, banca tornata a macinare utili (1,2 miliardi nel semestre) dopo il salvataggio del Tesoro del 2017 e la discesa dello stesso nel capitale dal 64% al 26% odierno. Quale sarà la prossima mossa, si chiedono tutti, tenendo presente che c’è un impegno verbale con l’Europa che risale ai tempi del governo Draghi, ad uscire entro la fine del 2024?
Milano — Le banche italiane sono al centro della scena finanziaria internazionale. Ieri è stata l’americana Cnbc a scrivere che “In Italia c’è terreno fertile per una mega fusione bancaria”, raccogliendo il parere di diversi analisti finanziari. Ma quando si scende nello specifico i rumour spesso si volatilizzano in breve tempo.
L’attenzione in questo momento è sempre più concentrata sul destino finale del Monte dei Paschi di Siena, banca tornata a macinare utili (1,2 miliardi nel semestre) dopo il salvataggio del Tesoro del 2017 e la discesa dello stesso nel capitale dal 64% al 26% odierno. Quale sarà la prossima mossa, si chiedono tutti, tenendo presente che c’è un impegno verbale con l’Europa che risale ai tempi del governo Draghi, ad uscire entro la fine del 2024?
E qui la partita si ingarbuglia perché il Mef e il governo Meloni, in qualità di azionisti della banca senese, vorrebbero, con la cessione dell’ultimo 26%, accasare definitivamente la banca in un gruppo che possa giocare da secondo o terzo nel paese. Ma questa prospettiva si sta scontrando con il fatto che il pretendente che sta emergendo dalla mischia, e cioé l’Unipol guidata da Carlo Cimbri, che possiede già il 24,6% della Bper e il 19,7% della Popolare di Sondrio, è un candidato non gradito né al ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti né a palazzo Chigi. Negli ambienti della destra di governo è infatti ancora vivo il ricordo delle battaglie bancarie del 2005, la famosa estate dei “furbetti del quartierino” (copyright Stefano Ricucci), in cui entrò anche l’Unipol allora guidata da Giovanni Consorte lanciando un’Opa sulla Bnl. E soprattutto non si dimentica la famosa telefonata dell’allora segretario dei Ds, Piero Fassino, che parlando con Consorte disse «ma allora abbiamo una banca».
Da quel lontano 2005 Unipol ha fatto tanta strada, ha comprato Fonsai sfilandola alla famiglia Ligresti in accordo con Mediobanca. Ha preso una partecipazione del 20% in Bper (che può salire al 24,6%) che poi ha acquisito anche Carige. Si è poi rivolta a Nord per far suo il 19,7%% della Popolare di Sondrio in accordo con il management e i principali azionisti. Ha sventato un attacco da parte dell’Unicredit di Andrea Orcel e ora si sta candidando a grande aggregatore del terzo (o anche secondo) polo bancario-assicurativo italiano che può includere il Montepaschi risanato da Luigi Lovaglio. Cimbri si è mostrato sin qui, insieme a Carlo Messina di Intesa Sanpaolo e Alberto Nagel di Mediobanca, un banchiere prudente ma dalla vista lunga, che avanza un passo alla volta ma come un caterpillar. Tuttavia agli occhi della destra ha un difetto d’origine: Unipol è controllata al 60% dalla Cooperative rosse. E il Monte, che da sempre è stato una banca vicina alla sinistra, ora per la prima volta naviga in acque diverse: alla presidenza da un anno c’è Nicola Maione, indicato dalla Lega ma molto vicino anche a Fratelli d’Italia. Mentre alla guida operativa c’è un banchiere senza bandiere politiche come Lovaglio.
Perché, si domandano a palazzo Chigi e al Mef, dovremmo riconsegnare il Monte nelle mani della sinistra? Si sta dunque cercando una soluzione alternativa all’Unipol, tenendo presente che già nel 2021 Orcel negoziò con il Tesoro un’eventuale acquisizione da parte di Unicredit, naufragata sotto la richiesta di 7 miliardi di dote (oggi Mps vale 6 miliardi in Borsa). E che le voci dei mesi passati di un possibile matrimonio con il Banco Bpm, osteggiato dai principali azionisti della banca milanese, oggi sono sempre più flebili, visto il valore raggiunto dal Monte.
L’idea della Banca d’Italia, secondo alcune fonti, sarebbe quella di fondere Mps con Mediobanca, ma non si quanto questa idea sia gradita al governo e in Piazzetta Cuccia. La novità delle ultime ore, emersa dopo una serie di riunioni portate avanti da Giorgetti proprio in questi giorni, vede il Monte presentare a settembre un nuovo piano industriale “stand alone”, cioè si va avanti da soli. Una strada che è stata caldeggiata a palazzo Chigi e al Mef da Edoardo Ravà, managing director della Goldman Sachs, in passato già candidato alla guida della Cdp.
Per il Mef l’ipotesi stand alone non sarebbe così difficile da portare avanti. A Bruxelles il commissario alla Concorrenza sta per cambiare e così anche il vertice della struttura. Essendo sceso nel capitale del Monte dal 64% al 26% attraverso due successivi collocamenti, se Giorgetti ora chiedesse più tempo per uscire definitivamente non si troverebbe la strada sbarrata. Anche per valutare le prossime mosse di Orcel, il quale aspetta che il titolo Unicredit si rivaluti rispetto ai concorrenti prima di sferrare qualsiasi attacco.