Roma — Torna la guerra del gas. E tornano prezzi che non si vedevano dal novembre scorso. Tra i danni collaterali dell’offensiva ucraina in territorio russo va messo in conto anche questo: le quotazioni sono tornate sopra i 40 euro al megawattora, con un rialzo del 10% in due giorni.
La spiegazione si trova non lontano dalla città di Sudzha, dove passa l’unica infrastruttura che porta il gas dai giacimenti siberiani fino al cuore dell’Europa centrale. Per ironia della Storia, a suo tempo, è stato battezzato il gasdotto della Fratellanza, per ricordare come gli accordi commerciali avvicinano più dei trattati politici.
Non in questo caso. Il prezzo del gas ha avuto una fiammata alla notizia dell’avanzata ucraina, con la quale le truppe di Kiev hanno preso possesso dell’impia…
Roma — Torna la guerra del gas. E tornano prezzi che non si vedevano dal novembre scorso. Tra i danni collaterali dell’offensiva ucraina in territorio russo va messo in conto anche questo: le quotazioni sono tornate sopra i 40 euro al megawattora, con un rialzo del 10% in due giorni.
La spiegazione si trova non lontano dalla città di Sudzha, dove passa l’unica infrastruttura che porta il gas dai giacimenti siberiani fino al cuore dell’Europa centrale. Per ironia della Storia, a suo tempo, è stato battezzato il gasdotto della Fratellanza, per ricordare come gli accordi commerciali avvicinano più dei trattati politici.
Non in questo caso. Il prezzo del gas ha avuto una fiammata alla notizia dell’avanzata ucraina, con la quale le truppe di Kiev hanno preso possesso dell’impianto di compressione del gas a Sudhza - a pochi chilometri dal confine - punto di transito cruciale per le forniture all’Europa. Sottraendola ai tecnici di Gazprom, il colosso dei fossili controllato dal Cremlino.
Gli investitori temono la ritorsione russa - per ora solo minacciata - della chiusura dei rubinetti ora che hanno perso la gestione dell’impianto. Il che potrebbe, in effetti, diventare un problema in vista della stagione fredda: non tanto per soddisfare il fabbisogno dei gas nei prossimi mesi in Europa, ma per le possibili turbolenze sui mercati finanziari. Le quali andrebbero poi a ripercuotersi sulle bollette di cittadini e imprese.
In altre parole, il prezzo potrebbe salire, nonostante gli stoccaggi - i depositi dove si immagazzina il gas - in questo momento siano pieni in media nella Ue all’87%, a un passo dall’obiettivo del 90% fissato da Bruxelles entro la fine di ottobre. Questo perché, se venisse meno il gas russo, si dovrebbe usare quello degli stoccaggi che andrebbe poi rimpiazzato. E per farlo si dovrebbe ricorrere a nuove forniture di Gnl, il gas naturale liquefatto trasportato via nave. Per almeno due buone ragioni.
La prima, momentanea: nelle prossime settimane saranno fermi per manutenzione gli impianti di estrazione nei giacimenti norvegesi nel Mare del Nord, diventati la prima fonte di approvvigionamento della Ue.
La seconda, strutturale: il gasdotto della Fratellenza è l’unico rimasto aperto tra Russia ed Europa, dopo l’attentato che ha fermato nel settembre del 2022 il Nord Stream (che arriva in Germania attraverso il Baltico) mentre lo Jamal (punto di ingresso in Polonia) è fermo ufficialmente per manutenzione da due anni.
Tutto questo spiega quanto accaduto sui mercati. Ma non dice tutto: quando si parla di combustibili fossili, la realtà è più complessa e si intreccia con la geopolitica. Intanto, va detto che anche dopo l’occupazione dell’impianto di Gazprom, il gas è continuato ad arrivare regolarmente.
E, del resto, gli ucraini non sembrano aver intenzione di fermare i flussi verso gli alleati europei, anche se il gas russo soddisfa solo il 15% del fabbisogno della Ue (era più del 40% prima della guerra). Ma per le casse del Cremlino vale pur sempre 4,5 miliardi di dollari all’anno.
Tanto che più di un osservatore ha avanzato l’ipotesi che l’obiettivo di questa guerra dell’energia non sia il gasdotto russo, ma la non lontana centrale nucleare di Kursk.
Gli ucraini sanno che l’Unione europea ha bisogno di passare l’inverno senza una nuova emergenza gas. Perché non tutti i Paesi che dipendevano maggiormente dalle forniture russe hanno trovato sufficienti forniture alternative. Ci sono riusciti Germania e Italia, dotandosi di impianti di rigassificazione per lavorare il Gnl in arrivo, qualche problema in più lo hanno Austria, Croazia e Ungheria.
La Russia potrebbe offrire il gas attraverso il gasdotto Turk Stream che passa sotto il Mar Nero approdando in Bulgaria, ma ha una portata limitata. Mentre bisognerà aspettare anche più di un anno prima che l’Azerbaijan aumenti la portata del tubo che partendo dal Caucaso arriva in Grecia prima e poi in Salento.
E pensare che fino a due settimane fa era in corso una trattativa con Mosca per consentire il passaggio del gas azero proprio nel gasdotto della Fratellanza per aumentare le forniture alla Ue. Poi è iniziata l’offensiva di Kiev.