L’intelligenza artificiale minaccia anche le professioni più avanzate: “A rischio un terzo della forza lavoro Usa"
di Giulia CimpanelliMILANO - In “Terminator”, Skynet è un'intelligenza artificiale che diventa autocosciente e vede l'umanità come una minaccia. Per eliminare completamente gli esseri umani, innesca un olocausto nucleare e utilizza robot e macchine da guerra per cacciare i sopravvissuti. Dimentichiamoci Skynet e le visioni apocalittiche: l'intelligenza artificiale non prenderà il sopravvento sull'umanità. Ma cambierà profondamente il mondo del lavoro, e in modi che forse non ci aspettiamo. È quanto emerge da uno studio innovativo condotto dal gruppo di ricerca Crisp dell’Università Bicocca, che ha analizzato l'impatto dell'AI su quasi mille professioni negli Stati Uniti.“Finora, le valutazioni sull'impatto dell'AI nel mondo del lavoro si basavano su opinioni di esperti, con tutti i limiti del caso - spiega Emilio Colombo, professore di Economia all’Università Cattolica e tra gli autori dello studio -. Noi abbiamo ribaltato la prospettiva, chiedendo direttamente alle intelligenze artificiali generative di…
MILANO - In “Terminator”, Skynet è un'intelligenza artificiale che diventa autocosciente e vede l'umanità come una minaccia. Per eliminare completamente gli esseri umani, innesca un olocausto nucleare e utilizza robot e macchine da guerra per cacciare i sopravvissuti. Dimentichiamoci Skynet e le visioni apocalittiche: l'intelligenza artificiale non prenderà il sopravvento sull'umanità. Ma cambierà profondamente il mondo del lavoro, e in modi che forse non ci aspettiamo. È quanto emerge da uno studio innovativo condotto dal gruppo di ricerca Crisp dell’Università Bicocca, che ha analizzato l'impatto dell'AI su quasi mille professioni negli Stati Uniti.“Finora, le valutazioni sull'impatto dell'AI nel mondo del lavoro si basavano su opinioni di esperti, con tutti i limiti del caso - spiega Emilio Colombo, professore di Economia all’Università Cattolica e tra gli autori dello studio -. Noi abbiamo ribaltato la prospettiva, chiedendo direttamente alle intelligenze artificiali generative di valutare la propria capacità di svolgere specifici compiti lavorativi”.
Lo studio
Il metodo è tanto semplice quanto rivoluzionario. I ricercatori hanno preso in esame 970 occupazioni definite dall'O*Net, il database occupazionale del Dipartimento del lavoro Usa. Per ognuna, hanno identificato le attività specifiche che la compongono - oltre 19.000 in totale. Poi hanno chiesto a tre diversi modelli di AI generativa (Llm) di valutare, su una scala da 1 a 5, la propria capacità di svolgere ciascun compito.I risultati? Sorprendenti e per certi versi controintuitivi. “Circa un terzo della forza lavoro americana è altamente esposta all'impatto dell'AI - rivela Colombo -. E, inaspettatamente, si tratta soprattutto di professioni altamente qualificate”. Questa scoperta sfida la concezione comune che l'automazione colpisca principalmente i lavori meno qualificati.Tra le professioni più esposte ci sono economisti, manager, scienziati e fisici. La ragione? “Queste occupazioni richiedono analisi di dati complessi, elaborazione di informazioni e problem-solving - tutte aree in cui l'AI eccelle”, spiega il professore.
Gli economisti, ad esempio, potrebbero vedere l'AI assumere compiti come l'analisi di trend di mercato o la previsione di indicatori economici. I manager potrebbero utilizzare l'AI per ottimizzare processi decisionali e strategie aziendali. Scienziati e fisici potrebbero vedere l'AI accelerare significativamente la ricerca e l'analisi dei dati sperimentali.D'altra parte, tra le professioni meno esposte troviamo macellai, pescatori e preti.
L’AI alla conquista delle professioni più qualificate
Questi risultati si spiegano con la natura fortemente manuale, contestuale o interpersonale di queste professioni. Il lavoro di un macellaio, ad esempio, richiede abilità manuali raffinate e giudizio sensoriale che le AI attuali faticano a replicare. I pescatori operano in ambienti imprevedibili e richiedono una combinazione di conoscenze pratiche e adattabilità che le macchine non possono facilmente imitare. Quanto ai preti, il loro ruolo fondamentalmente umano di guida spirituale e supporto emotivo rimane al di fuori delle capacità dell'AI.“Questa distribuzione dell'impatto dell'AI rivela una tendenza importante – commenta Colombo -: l'automazione non sta semplicemente sostituendo i lavori ripetitivi o a bassa qualifica, ma sta penetrando in professioni che tradizionalmente richiedevano alti livelli di istruzione e competenze cognitive. Ciò suggerisce che il futuro del lavoro potrebbe valorizzare sempre più le competenze unicamente umane come la creatività, l'empatia e l'adattabilità, indipendentemente dal livello di istruzione formale richiesto”.
Ma attenzione: esposizione non significa necessariamente sostituzione. "La vera sfida - sottolinea Colombo - è far sì che la complementarietà tra uomo e AI, che ci rende più produttivi, sia preponderante rispetto alla sostituzione”.Lo studio offre anche spunti inaspettati. L'impatto dell'AI sembra correlato positivamente con la crescita salariale e dell'occupazione. In altre parole, i settori più esposti all'intelligenza artificiale potrebbero essere quelli con le migliori prospettive di crescita. “L'AI tende a impattare prevalentemente occupazioni altamente qualificate, ma nessuno è completamente risparmiato - conclude Colombo - Il punto è capire come adattarsi e sfruttare le nuove opportunità”.Insomma, non ci aspetta un futuro distopico alla Skynet, ma un mondo del lavoro in profonda trasformazione, dove la sfida sarà imparare a lavorare con l'AI, non contro di essa. E dove, forse, le competenze più preziose saranno proprio quelle più umane.