✕

Sgravi ai più ricchi, pensioni basse. Il Tfr nei fondi non aiuta i giovani

Il sottosegretario al Lavoro Claudio Durigon

 (ansa)

Ascolta l'audio

La Lega ha proposto una quota obbligatoria del 25% da destinare alla previdenza integrativa per dare garanzie ai precari. Ma la misura rischia di favorire chi ha già una carriera strutturata e stipendi alti. Con un costo che può salire a 5 miliardi
2 minuti di lettura

ROMA — L’obbligo per i giovani neoassunti di versare il 25% della quota mensile di Tfr ai fondi previdenziali per rimpolpare la pensione futura fa discutere. Non solo la politica, con Forza Italia che solleva possibili problemi di incostituzionalità per l’obbligo che invece la Lega vorrebbe introdurre. Ma anche gli economisti.

Misura iniqua

Uno studio recente di Maurizio Franzini e Michele Raitano, pubblicato sulla rivista online “eticaeconomia”, conclude che scommettere sui fondi significa non aiutare chi ne ha davvero bisogno: precari, intermittenti, part-time, autonomi. Poveri da lavoratori e poi da pensionati.

Una misura che rischierebbe di essere regressiva, inefficiente e iniqua. Capace di allargare, non ridurre le disuguaglianz…

ROMA — L’obbligo per i giovani neoassunti di versare il 25% della quota mensile di Tfr ai fondi previdenziali per rimpolpare la pensione futura fa discutere. Non solo la politica, con Forza Italia che solleva possibili problemi di incostituzionalità per l’obbligo che invece la Lega vorrebbe introdurre. Ma anche gli economisti.

Misura iniqua

Uno studio recente di Maurizio Franzini e Michele Raitano, pubblicato sulla rivista online “eticaeconomia”, conclude che scommettere sui fondi significa non aiutare chi ne ha davvero bisogno: precari, intermittenti, part-time, autonomi. Poveri da lavoratori e poi da pensionati.

Una misura che rischierebbe di essere regressiva, inefficiente e iniqua. Capace di allargare, non ridurre le disuguaglianze. Di favorire cioè chi non ne ha reale bisogno. Dipendenti con carriere lunghe, continue, ben remunerate che usano gli sgravi fiscali connessi alla previdenza integrativa come una forma alternativa di risparmio. Non certo per alzare la pensione futura.

Carriere intermittenti

Lo studio entra nei dettagli. Spiega intanto che il sistema contributivo che si applica in pieno ai post 1996 di per sé non porta a pensioni povere, anzi. Si tratta di un sistema legato alla carriera, a differenza del precedente retributivo: la pensione non è più parametrata agli ultimi stipendi, ma a quanti contributi hai versato.

Più anni lavori con stipendi adeguati, più la pensione sarà alta. Una carriera piena e lunga con 40 anni di contributi assicura l’80% netto dell’ultimo stipendio: quanto o più del retributivo, anche se si esce a un’età più alta. Il problema si pone per gli “intermittenti”, quanti lavorano stop&go e con i contrattini.

Qui la carriera non aiuta. Gli stipendi in genere sono bassi. Si cambia spesso datore. Si preferisce quindi incassare il Tfr, usato come ammortizzatore tra un impiego e un altro. L’ultimo pensiero è versare alla previdenza complementare.

Le partite Iva poi non hanno neanche un Tfr da destinare. Eppure questi lavoratori — milioni di precarie e precari cronici — sono destinati ad essere anziani assistiti. La loro pensione sarà molto bassa. E l’età della pensione molto alta. Attorno al 2040 usciranno le prime coorti totalmente “contributive” ad un’età non inferiore ai 69 anni o con 44-45 di contributi.

Il piano leghista

Ebbene la proposta leghista — avanzata dai sottosegretari Claudio Durigon e Federico Freni — non sembra guardare a questo bacino. Trasferire un quarto del Tfr ai fondi di categoria o aperti pare un’operazione a costo zero per lo Stato.

Solo se però non si considera lo sgravio fiscale esistente oggi. Legato alla scelta che il lavoratore può fare di aggiungere un altro 1% a quella quota di Tfr e chiedere al datore di lavoro di fare altrettanto. Un 2% che gode di totale deducibilità dall’imponibile fiscale fino a 5.164,57 euro anni.

Deducibilità regressiva che favorisce i lavoratori “abbienti”, dicono Franzini e Raitano. Un esempio chiarisce. Ipotizzando due redditi di 20 mila e 100 euro lordi annui che versano il 5% della retribuzione ai fondi pensione, il primo beneficia di uno sgravio di 230 euro, il secondo di 2.150 euro. Il più “ricco” ha un reddito 5 volte maggiore dell’altro, ma ha un benefit fiscale di 10 volte.

Ci sono poi altre agevolazioni legate ai fondi pensione: i rendimenti sono tassati al 20% (anziché al 26%, come altre attività finanziarie) e la rendita gode di flat tax dal 9 al 15%. Più le cifre salgono, più c’è convenienza. Franzini-Raitano si chiedono se questa misura possa aiutare chi ha buchi in carriera e rischia una vecchiaia di stenti.

Il costo degli sgravi

La risposta è no. Anzi, gli sgravi fiscali costano allo Stato 2,6 miliardi all’anno di mancate entrate e beneficiano appena 5 milioni di lavoratori che sono per il 35% dirigenti, per il 29% di grandi imprese, soprattutto over 50. A regime, considerando anche la flat tax, si arriverà a 5 miliardi all’anno. Quanto costa oggi l’Assegno di inclusione per i poveri. Soldi che gli economisti vedrebbero meglio su altre soluzioni: una pensione di garanzia ai giovani con molti buchi di contribuzione, ad esempio.

Leggi i commenti