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Raitano: “Contro i buchi contributivi serve una pensione di garanzia pubblica per i giovani”

Michele Raitano, ordinario di Politica economica alla Sapienza

 

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L’economista della Sapienza: “Dirottare il Tfr ai fondi privati serve a poco. La causa delle pensioni da fame sono i salari bassi”
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ROMA — «Il governo pensa di risolvere il problema del lavoro povero dirottando il Tfr, che è pur sempre salario differito dei lavoratori, alla previdenza complementare. Ma così non si risolve né il rischio di pensioni da fame né la sua causa: i salari troppo bassi». Michele Raitano, ordinario di Politica economica alla Sapienza di Roma, guarda con scetticismo alla proposta della Lega.

Professore, il problema esiste. Perché la proposta non funziona?

«Il Tfr ha molte possibili destinazioni, non solo previdenziale. Viene usato dai lavoratori, specie quelli più precari, come cuscinetto tra un contratto e un altro, a complemento della cassa integrazione o del sussidio di disoccupazione. Vogliamo togliere questo “ammortizzatore” proprio ai più fragili? Non tutti poi hanno il Tfr, non certo gli autonomi. Eppure le partite Iva sono le più esposte ad un futuro previdenziale difficile».

Nel suo studio parla anche di iniquità e regressività. Può spiegare?

«Se hai salari bassi, versare alla p…

ROMA — «Il governo pensa di risolvere il problema del lavoro povero dirottando il Tfr, che è pur sempre salario differito dei lavoratori, alla previdenza complementare. Ma così non si risolve né il rischio di pensioni da fame né la sua causa: i salari troppo bassi». Michele Raitano, ordinario di Politica economica alla Sapienza di Roma, guarda con scetticismo alla proposta della Lega.

Professore, il problema esiste. Perché la proposta non funziona?

«Il Tfr ha molte possibili destinazioni, non solo previdenziale. Viene usato dai lavoratori, specie quelli più precari, come cuscinetto tra un contratto e un altro, a complemento della cassa integrazione o del sussidio di disoccupazione. Vogliamo togliere questo “ammortizzatore” proprio ai più fragili? Non tutti poi hanno il Tfr, non certo gli autonomi. Eppure le partite Iva sono le più esposte ad un futuro previdenziale difficile».

Nel suo studio parla anche di iniquità e regressività. Può spiegare?

«Se hai salari bassi, versare alla previdenza integrativa migliora la situazione previdenziale solo se metti più del 33% che già destini a Inps. Spostare il Tfr, già tuo, non è aggiungere risorse. Lo è invece versare l’1% in più facoltativo, come oggi, a cui si aggiunge l’1% del datore di lavoro. Su questo extra lo Stato offre un bonus fiscale che premia in misura maggiore i redditi alti. Proprio quelli che non hanno bisogno di integrare la pensione e che spostano somme nei fondi solo per gli sgravi, come investimento».

A quali condizioni potrebbe funzionare?

«Se si tornasse alla flessibilità della riforma Dini, poi cancellata dalle altre riforme. La possibilità cioè di anticipare la pensione ad esempio in un range tra 63 e 70 anni, a patto che sia un certo multiplo dell’assegno sociale, ad esempio 1,2 volte. Con il sistema contributivo la penalizzazione è implicita: prima esci e meno prendi. Ma si potrebbe integrare con i fondi privati».

Questa flessibilità però non esiste. E quindi?

«Bisogna concentrarsi su quei lavoratori che hanno iniziato a lavorare dopo il 1996 e che vivono una carriera intermittente e poco remunerata, rischiando seriamente una vecchiaia difficile. La soluzione per questi non può essere il Tfr nei fondi. Ma una pensione di garanzia pubblica per colmare i buchi contributivi».

Una soluzione costosa.

«Se pensiamo che lo sgravio fiscale, la deducibilità fino a 5.164 euro all’anno dei contributi ai fondi, costa 2,6 miliardi all’anno per appena 5 milioni di dipendenti, con una finalità di investimento più che di integrazione previdenziale, si capisce che le risorse non sono distribuite né in maniera equa né efficiente. Vanno a dirigenti, over 50, lavoratori di grandi aziende. Fuori gli svantaggiati: precari, autonomi, part-time. Poi certo, la migliore ricetta resta sempre una sola: alzare i salari».

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