ROMA — «Il sistema previdenziale non rischia il collasso, se non ci sono troppe eccezioni alle regole», dice l’ex ministra del Lavoro Elsa Fornero. «Le pensioni però saranno sempre meno adeguate, se non supportate da sufficienti contributi. Il problema non è solo la demografia, ma un tasso di occupazione ancora troppo basso in Italia e un lavoro in molti casi povero o in nero».
Professoressa, l’apporto degli immigrati può cambiare il quadro?
«Serve un tasso di natalità compatibile con la stabilità della popolazione. E certo, anche gli immigrati possono dare un utile contributo. Doveroso parlare del riconoscimento della cittadinanza che sia Ius soli o Ius scholae».
La sua riforma ancora resiste. La Lega voleva abolirla, adesso si dilania. Il ministro Giorgetti vuole tenere tutti al lavoro. Il segretario Salvini spinge con le quote.
«La sensazione è che Salvini voglia “lo scalpo della Fornero” da esibire ai suoi elettori che però ormai sono disillusi e si sentono ingannati. Una riforma non si cancella con misure che durano un anno e costano un miliardo».
Le deroghe alla sua legge, dice la Ragioneria, sono costate 40 miliardi in cinque anni. Si è mai pentita per alcune scelte, forse troppo rigide, fatte nel 2011 su giovani, donne, esodati?
«Sono stati 15 giorni drammatici, ci ho pensato mille volte. Sugli esodati, la Ragioneria e l’Inps mi fornirono numeri sbagliati. E non lo dico per scaricare responsabilità, ma per trasparenza. Se avessi avuto più tempo e ci fosse stato un rischio minore per il Paese, avrei fatto scelte diverse. Ad esempio sulle donne».
L’età per loro si alzò di 7 anni.
«C’era un’infrazione Ue per allineare nel privato l’età pensionabile di uomini e donne, come accaduto nel pubblico. Ma certo avrebbe dovuto essere più graduale. In quelle ore, quando mandavo le proposte di norma, dal ministero dell’Economia mi ripetevano: “Elsa, non basta”. Dovevamo dare in fretta un segnale di credibilità ai mercati. Gli investitori volevano sapere se facevamo finta di riformare le pensioni o facevamo sul serio. Giornate terribili in cui non si sapeva se c’erano i soldi per pagarle, le pensioni, il giorno dopo».
C’è ancora questo pericolo?
«Con un debito pubblico a 3 mila miliardi questo rischio non si è del tutto allontanato».
Fatto sta che il governo Meloni ha reso ancora più rigide le condizioni di uscita, tra penalità, ricalcoli, finestre. Nessuno poteva immaginarlo, da destra.
«È la differenza che passa tra propaganda e realismo di governo. La Lega fa ancora propaganda. La premier Meloni non è stata mai feroce contro la mia riforma. Forse perché l’ha votata».
Come valuta l’ipotesi di salire da 20 a 25 anni di contributi per la vecchiaia?
«Sbagliata, perché già 20 anni sono tanti. Si rischia di incoraggiare il lavoro nero».
E l’obbligo di destinare il 25% del Tfr ai fondi pensione?
«Inaccettabile e penso anche incostituzionale. Già il 33% della retribuzione versato dai dipendenti all’Inps è un risparmio obbligatorio finalizzato alla pensione. Così si andrebbe verso al 40%. Il Tfr sono soldi dei lavoratori, non prendiamoci in giro. Già oggi possono, se vogliono, destinarli ai fondi».
Com’è possibile che il tema delle pensioni sia vissuto dalla politica sganciato dal tema del lavoro, tra precarietà e basse retribuzioni?
«Perché la politica usa le pensioni per il consenso elettorale. Pensiamo a cosa sarebbe successo se avessimo destinato a lavoro, formazione, investimenti pubblici una parte di quei 40 miliardi spesi per le Quote di Salvini. Più che di Tfr e pensione di garanzia per i giovani, abbiamo bisogno di far lavorare tutti e con salari adeguati. E di garantire, come Stato, i buchi tra un’occupazione e l’altra. Il resto è solo campagna elettorale».