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La grande frenata dell’economia verde. Il pressing che allontana l’obiettivo emissioni zero

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Le resistenze di Big Oil, la flessione della finanza ambientale. Le pressioni degli industriali e delle destre, lo spettro della rielezione di Trump. Ecco perché la transizione rallenta
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Di questo passo non ci salviamo, dicono gli scienziati: gli obiettivi di decarbonizzazione fissati da governi ed aziende non sono sufficienti per contenere il riscaldamento globale sotto il grado e mezzo, la soglia di non ritorno. Ma il problema rischia di essere ancora più grave di così. Perché dopo un periodo in cui almeno quegli obiettivi venivano messi verde su bianco, per convinzione, necessità o immagine, in un circolo virtuoso che autorizzava a immaginare un’accelerazione, negli ultimi mesi il circolo pare essersi invertito. La transizione energetica sta rallentando? I campanelli d’allarme si moltiplicano.

Alcune grandi aziende stanno in silenzio o esplicitamente rinviando i propri target di riduzione della CO2. La finanza legata a criteri ambientali si sgonfia. E la crescente insofferenza di categorie danneggiate dalle politiche climatiche spinge la politica a relativizzare gli imperativi climatici, o peggio a contestarli. La formula che salda ripensamenti pubblici e privati d…

Di questo passo non ci salviamo, dicono gli scienziati: gli obiettivi di decarbonizzazione fissati da governi ed aziende non sono sufficienti per contenere il riscaldamento globale sotto il grado e mezzo, la soglia di non ritorno. Ma il problema rischia di essere ancora più grave di così. Perché dopo un periodo in cui almeno quegli obiettivi venivano messi verde su bianco, per convinzione, necessità o immagine, in un circolo virtuoso che autorizzava a immaginare un’accelerazione, negli ultimi mesi il circolo pare essersi invertito. La transizione energetica sta rallentando? I campanelli d’allarme si moltiplicano.

Alcune grandi aziende stanno in silenzio o esplicitamente rinviando i propri target di riduzione della CO2. La finanza legata a criteri ambientali si sgonfia. E la crescente insofferenza di categorie danneggiate dalle politiche climatiche spinge la politica a relativizzare gli imperativi climatici, o peggio a contestarli. La formula che salda ripensamenti pubblici e privati dice che la transizione dev’essere sostenibile anche dal punto di vista economico, sociale e geopolitico. Tesi che nella migliore delle ipotesi potrebbe veicolare un’utile correzione di rotta, nella peggiore renderlo irraggiungibile.

Le emissioni di green bond in calo del 12% dal picco di metà 2023

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Chi sta trascinando i piedi, lo si poteva immaginare, è l’industria di petrolio e gas, responsabile del 15% delle emissioni dell’intero settore energetico. In un rapporto dello scorso novembre l’Agenzia internazionale dell’energia la accusava di proseguire nel “solito business”: continua a investire cifre enormi sugli idrocarburi, solo l’1% per i progetti rinnovabili. Non bastasse, da inizio anno diverse major hanno rivisto al ribasso gli obiettivi: Shell ha eliminato quelli al 2035, pur mantenendo l’obiettivo zero entro il 2050; Bp, che prometteva un taglio della produzione entro il 2030, ha sfumato i termini sottolineando che la priorità sono “i ritorni”; Eni ha presentato un piano in cui prevede di aumentare l’estrazione del 3-4% ogni anno fino al 2027. «Vediamo un passo indietro nei gruppi dell’oil & gas, che fino a poco tempo fa volevano presentarsi con obiettivi di transizione avviati», dice Luca Bergamaschi, fondatore e direttore del think tank dedicato alla transizione energetica Ecco. «Ma tutta un’altra parte di aziende continuano a fare passi avanti». Anche in altri settori però sembra essersi smorzato l’entusiasmo con cui durante la pandemia, in un mondo malato ma sommerso di liquidità, si gettava un annuncio oltre l’ostacolo. A tre anni dalla Conferenza sul clima di Glasgow, quando oltre 10mila imprese avevano aderito al progetto “Corsa allo Zero” (emissioni), diverse decine non hanno ottenuto una validazione indipendente dei target. Tra queste colossi come Microsoft, impegnata insieme a tutta Big Tech nello sviluppo dell’AI. O come Unilever, che ha rimandato a data da destinarsi l’addio alla plastica. Le grandi case automobilistiche intanto rallentano tutte i piani di elettrificazione della flotta, alle prese con una domanda inferiore al previsto.

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Il crollo dei bond sostenibili

Il rischio è concentrarsi troppo sugli annunci, anche ora che sono negativi. Ma in questa sfida secolare la narrativa conta. L’inflazione, i tassi alle stelle, la nuova ossessione geoeconomica per la dipendenza dalla Cina hanno portato in primo piano rischi e costi a breve termine della transizione. Lo si vede anche nei flussi della finanza ambientale, la E (“environment”) di ESG, la scommessa di allineare la logica dei capitali alla necessità di salvare il pianeta. Moody’s calcola che nella prima metà dell’anno l’emissione di bond sostenibili è scesa del 20%. Crollano soprattutto i cosiddetti bond “sustainability-linked”, quelli che legano direttamente i tassi agli obiettivi di transizione. In questo calo può esserci un aspetto positivo, la maggiore attenzione rispetto a pratiche di “greenwashing”. Ma anche una crescente esitazione delle imprese a legare il costo del capitale a target ambientali misurabili. Facili a dirsi, difficili a farsi.

L’impegno dei governi sulla questione energia

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Molte aziende ora invocano “realismo” e “pragmatismo”. E se questo è vero negli Stati Uniti, nonostante i miliardi stanziati da Biden con il suo Inflation reduction act, lo è a maggior ragione in Europa, dove le organizzazioni industriali contestano all’ambizioso Green deal della Commissione Von der Leyen un «approccio ideologico» fatto di regole soffocanti e incentivi inesistenti. Il rischio, dicono, è che l’industria dell’Unione venga surclassata da concorrenti liberi da vincoli ambientali, un allarme “desertificazone” che si aggiunge alle proteste degli agricoltori e ai dubbi dei cittadini di fronte ai costi di un’auto elettrica o di una pompa di calore. Alla vigilia delle recenti elezioni le destre estreme e negazioniste in tema di riscaldamento hanno cercato di cavalcare il malcontento per mettere in discussione l’intero Green deal, ma anche tra i Popolari la richiesta di rivedere l’approccio si è fatta pressante.

Le rassicurazioni di Ursula

Alla fine Von der Leyen ha ottenuto la riconferma con il sostegno della stessa maggioranza “Ursula”, senza la destra e con i Verdi, per quanto ridimensionati. E nel suo programma è riuscita con raro equilibrismo a rassicurare sia gli ambientalisti che i suoi compagni Popolari: gli obiettivi del Green deal restano, ma verranno perseguiti con «neutralità tecnologica» e supportati da un Industrial deal che incentivi gli investimenti.

«Nell’approccio alla transizione ci sono stati errori», riconosce Bergamaschi di Ecco. «C’è una distanza tra obiettivi e risorse, va colmata. Mentre un eccessivo ottimismo tecnologico ha portato a ignorare l’impatto redistributivo. Ma dopo un bagno di realtà ora credo ci sia la possibilità di correggere la rotta, mettendo al centro la protezione dei cittadini, senza dimenticare che investire oggi nelle filiere verdi è il vero modo di difendere la competitività e la sicurezza europee».

Non sarà facile per Von der Leyen tradurre i suoi equilibrismi verbali in pratica. Perché in un’Europa comunque meno verde, nel Parlamento come nei singoli governi, il “realismo” e il “pragmatismo” evocati dalle imprese potrebbero diventare grimaldelli con cui smontare gli obiettivi del Green deal nei fatti, un pezzetto dopo l’altro.

Molto dipenderà dall’esito delle elezioni negli Stati Uniti, che anche sull’ambiente sono polarizzati. Il piano miliardario di Biden ha dato una scossa poderosa all’industria verde, ma nel frattempo molti Stati governati dai Repubblicani, per cui la difesa delle industrie “tradizionali” si mischia a una buona dose di negazionismo, hanno lanciato una crociata contro gli investimenti Esg. In caso di rielezione Trump, negazionista “in chief”, ha promesso che metterebbe fine alla «nuova truffa verde» di Biden. Non è detto che possa, o voglia cancellare stanziamenti e incentivi verdi, ma certo investimenti e attenzioni tornerebbero verso i fossili. E se la superpotenza invertisse la rotta, tutto il resto del mondo si sentirebbe autorizzato, ancor più, a tirare i remi in barca.

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