L’attenzione prevalente si concentra sui dissidi nel governo su come far quadrare i conti nella legge di bilancio. Ma cosa si aspetta invece l’industria italiana? In sintesi, misure che mettano al centro competitività e produttività. Tanto sulla scena internazionale, che nel disegno di misure fiscali. Perché il 2024 ha sin qui tradito le previsioni di un’uscita energica dalla crisi tedesca che spinge verso il basso l’euroarea e l’intera Ue. La recessione tedesca perdurante anche nel secondo trimestre conferma che la Germania continua a non avere idee chiare sugli errori compiuti su energia e Cina. L’indice di fiducia Zew a luglio ha registrato un tracollo. Nel primo semestre 2024 le esportazioni di veicoli e componenti automotive hanno registrato una flessione del 2,4%. Macchine industriali e prodotti chimici hanno perso il 4,4%. L’export tedesco segna -1,6%. La Cina resta il principale fornitore della Germania con di 73,5 miliardi nel primo semestre 2024, il disavanzo commerciale ted…
L’attenzione prevalente si concentra sui dissidi nel governo su come far quadrare i conti nella legge di bilancio. Ma cosa si aspetta invece l’industria italiana? In sintesi, misure che mettano al centro competitività e produttività. Tanto sulla scena internazionale, che nel disegno di misure fiscali. Perché il 2024 ha sin qui tradito le previsioni di un’uscita energica dalla crisi tedesca che spinge verso il basso l’euroarea e l’intera Ue. La recessione tedesca perdurante anche nel secondo trimestre conferma che la Germania continua a non avere idee chiare sugli errori compiuti su energia e Cina. L’indice di fiducia Zew a luglio ha registrato un tracollo. Nel primo semestre 2024 le esportazioni di veicoli e componenti automotive hanno registrato una flessione del 2,4%. Macchine industriali e prodotti chimici hanno perso il 4,4%. L’export tedesco segna -1,6%. La Cina resta il principale fornitore della Germania con di 73,5 miliardi nel primo semestre 2024, il disavanzo commerciale tedesco verso Pechino non s’inverte.
Vista la forte interdipendenza tra molte delle nostre filiere industriali e quelle germaniche, la crisi tedesca esercita un rilevante freno alla ripresa della produzione industriale e dell’export italiano, sin qui in contrazione rispetto al 2023. Un serio segnale d’allarme. Nel 2023 sul totale dell’export italiano di beni il 95% era realizzato dalla manifattura, e di questo il 45% conseguito da Pmi. L’export di beni è l’81,5% del totale delle vendite italiane di beni e servizi all’estero. È da preservare come principale leva di competitività internazionale. Non facile, nel post Covid ormai il più delle misure commerciali e di incentivi a investimenti assunte dai Paesi avanzati porta il segno non del libero commercio ma di sempre più alte barriere, in nome di sicurezza strategica e indipendenza tecnologica.
Le due richieste dell’industria italiana
Di qui due richieste dell’industria italiana. La prima riguarda il cambio di marcia da promuovere nella relazione con gli Usa. L’ultimo grande tentativo di liberalizzazione commerciale tra le due sponde dell’Atlantico risale alla Ttip, la Transatlantic trade and investment partnership, che dopo tre anni di trattative saltò nel 2016 poiché gli Usa tornavano al protezionismo. Cinque anni dopo, nacque il molto più modesto Ttc, Ue-Usa Trade and technology council, impotente rispetto ai tanti ostacoli posti alle imprese europee nelle pingui misure di incentivo industriale varate da Trump e Biden a favore delle imprese Usa. Non è detto che questa prospettiva cambi in caso di elezione di Kamala Harris, ma l’industria di Italia, Germania e Francia spingerà al massimo la nuova Commissione Ue a proporre a Washington che si superi il Ttc per tornare allo spirito della Ttip.
Sempre in materia di liberalizzazioni commerciali, la seconda richiesta in Europa riguarda l’aumento di accordi bilaterali di libero scambio come quelli conclusi con Corea del Sud, Canada, Vietnam, Giappone, Singapore, Nuova Zelanda, espandendoli al Mercosur e a Paesi come India, Messico, Vietnam. L’export manifatturiero italiano grazie agli accordi bilaterali degli ultimi anni è cresciuto del 167% verso la Corea del Sud, del 61% in Canada e del 24.5% in Giappone.
I nodi italiani
Ma difesa e rilancio della competitività e produttività dell’industria italiana non vivono solo di scelte internazionali. Ma dello scioglimento di almeno alcuni dei rilevanti nodi che l’Italia stringe intorno al collo delle imprese. Sin qui, Confindustria ha preferito la via di un ingaggio diretto con il governo a quella della polemica. Ne sono venute convergenze: l’impegno del governo a favore del ritorno al nucleare per contenere costi e dipendenza energetica; la limitazione della nuova tranche di incentivi all’acquisto di auto a chi produce in Europa e utilizza la componentistica europea; la condivisione di un nuovo piano straordinario per edilizia sociale. Nonché un tavolo comune per monitorare, dopo 18 mesi persi, il miglior utilizzo dei 13 miliardi di Industria 5.0 e degli incentivi nella Zes unica del Sud. Ma restano grandi temi irrisolti. L’industria chiede non solo di mettere a terra al meglio in ormai solo 15 mesi tutto ciò che del Pnrr resta da fare, ma di disegnare un quadro di incentivi alla politica industriale che vada dal 2026 al 2030. Le imprese hanno sin qui condiviso il rinnovo degli sgravi contributivi ai lavoratori dipendenti a minor reddito. Ma manca una riforma che sani la grave distorsione che vede oggi l’industria pagare più di ogni altro settore la Cig ormai estesa quasi a tutti, e farsi carico anche del finanziamento dell’Assegno unico alle famiglie. Resta incerto il potenziamento degli incentivi a contratti di lavoro che mettano al centro incrementi di produttività. Non è chiaro quando e se si attuerà la promessa Ires ad aliquota premiale per chi reinveste gli utili, né per superare la beffa dell’Irap di cui si promette l’abrogazione, ma che per le società di capitali resterebbe sotto forma di sovraliquota Ires. Sui crediti per ricerca e sviluppo il governo ha spostato il termine della loro modifica al 31 ottobre, nessuno sa che cosa avverrà dopo. Sono tanti e seri, i punti irrisolti della competitività italiana. Certo, hanno poco appeal elettorale. Ma affrontarli è la differenza tra una politica seria e una da strapaese.