✕

I fondi green rallentano magra raccolta nel 2024

(afp)
Da inizio anno, i prodotti di finanza sostenibile hanno attratto appena 1,4 miliardi di dollari, grazie all’Europa e alle strategie obbligazionarie I risparmiatori e le autorità hanno dubbi circa la trasparenza e le effettive caratteristiche Esg
3 minuti di lettura

La finanza sostenibile non corre più; ora, cammina. I risparmiatori hanno tirato il freno a mano alla fine dell’anno scorso e adesso l’interesse attorno ai principali strumenti sembra essersi ridotto ai minimi termini. Sono i numeri di Morningstar a parlare: tra ottobre e dicembre 2023 la raccolta netta globale dei fondi verdi è finita sottozero per la prima volta nella sua storia, con i gestori che hanno dovuto registrare deflussi per 2,5 miliardi di dollari.

Nel primo trimestre del 2024 la debacle si è ripetuta: altri 3 miliardi di deflussi netti per i vari veicoli di investimento. Da aprile a giugno le cose sono iniziate ad andare un pochino meglio. Gli investitori di tutto il mondo sono tornati a dare risorse ai fondi green, riportando i flussi globali in positivo per 4,3 miliardi di dollari, ma sono lontani i tempi in cui il sistema della finanza sostenibile era in grado di attrarre oltre 50 miliardi di nuovi investimenti al mese.

L’andamento…

La finanza sostenibile non corre più; ora, cammina. I risparmiatori hanno tirato il freno a mano alla fine dell’anno scorso e adesso l’interesse attorno ai principali strumenti sembra essersi ridotto ai minimi termini. Sono i numeri di Morningstar a parlare: tra ottobre e dicembre 2023 la raccolta netta globale dei fondi verdi è finita sottozero per la prima volta nella sua storia, con i gestori che hanno dovuto registrare deflussi per 2,5 miliardi di dollari.

Nel primo trimestre del 2024 la debacle si è ripetuta: altri 3 miliardi di deflussi netti per i vari veicoli di investimento. Da aprile a giugno le cose sono iniziate ad andare un pochino meglio. Gli investitori di tutto il mondo sono tornati a dare risorse ai fondi green, riportando i flussi globali in positivo per 4,3 miliardi di dollari, ma sono lontani i tempi in cui il sistema della finanza sostenibile era in grado di attrarre oltre 50 miliardi di nuovi investimenti al mese.

L’andamento della curva che descrive i risultati dei fondi ha iniziato a puntare verso il basso già dalle primissime settimane del 2022, quando la raccolta dei veicoli verdi era crollata del 60% solo nel primo trimestre. Se alla fine del 2021 gli strumenti finanziari presenti sul mercato avevano attratto 650 miliardi di dollari, al termine del 2022 si erano fermati a 161 miliardi. Il consuntivo 2023 è stato un ulteriore salasso: nei dodici mesi la raccolta netta è terminata a 62 miliardi. Il risultato 2024 da inizio anno? Appena 1,4 miliardi.

I primi ad “abbandonare” la finanza verde sono stati gli Stati Uniti, dove i fondi tematici hanno chiuso il settimo semestre consecutivo in rosso. Non è solo una questione di scarse performance, sul Paese pesa infatti la continua politicizzazione delle pratiche Esg, che continuerà ad affievolire l’appetito degli investitori almeno fino a dopo le presidenziali di novembre. Segno meno anche in Giappone, Canada e Australia-Nuova Zelanda.

Solo l’Europa continua a mostrare qualche segnale di maggiore resilienza ed è grazie ai suoi 11,8 miliardi di maggiori investimenti nel secondo trimestre se la giostra sostenibile globale rimane in piedi. Tutto merito delle strategie passive esposte al mercato obbligazionario, che nel Vecchio Continente hanno raccolto 14,2 miliardi di euro di nuovi flussi (erano stati più di 20 nel primo trimestre) e che negli ultimi dodici mesi hanno fatto incassare ai risparmiatori fino all’11% di profitti lordi. Come ricorda Hortense Bioy, responsabile della ricerca sugli investimenti sostenibili di Morningstar, «il rallentamento della disinflazione e la forza dell’attività economica hanno reso meno aggressivo il ritmo del taglio dei tassi di interesse e ciò implica che esistono ancora opportunità di rendimento per gli investitori obbligazionari».

Allo stesso tempo, la controparte azionaria europea ha messo in scena sia luci che ombre. Nel suo complesso il sistema dell’equity sostenibile (con flussi positivi per 3,4 miliardi tra aprile e giugno e risultati da inizio anno dei principali Etf anche del 16%) sembra essere uscito dalle secche del 2022, quando i risultati di molti prodotti finanziari erano stati fortemente negativi, in conseguenza di panieri poco esposti alle aziende energetiche tradizionali (che avevano beneficiato dei prezzi elevati per la guerra in Ucraina) e sovrappesati verso l’industria delle rinnovabili, i cui elevati debiti erano invece gravati da maggiori costi di finanziamento. Bene, quindi, anche se il confronto col mercato convenzionale è impari: tra aprile e giugno quest’ultimo ha incassato afflussi quasi nove volte superiori.

Ad aver smesso di invadere il sistema con prodotti più o meno green sono stati tra l’altro gli stessi gestori patrimoniali, che nei primi sei mesi dell’anno hanno immesso sul mercato globale 170 nuovi fondi sostenibili, rispetto ai 325 dello stesso periodo dell’anno precedente. «Il raffreddamento – chiarisce Bioy – riflette una normalizzazione dell’attività di sviluppo di prodotti legati a questi temi dopo tre anni di crescita elevata», durante i quali quasi tutte le società di gestione si sono affrettate a costruire fondi per soddisfare la domanda. Ma non è l’unica ragione.

Al di là dei risultati, dei tassi di interesse, dell’inflazione e delle strategie di investimento, ciò che più di tutto ha acceso l’allarme della prudenza globale è la mancanza di trasparenza attorno a ciò che davvero è la finanza Esg. Ai dubbi dei risparmiatori si sono aggiunti ben presto quelli delle autorità di vigilanza e degli organi di governo comunitari, che dal 2021 hanno varato una normativa specifica per la finanza verde (l’Sfdr), arginando così gli eccessi dei gestori, che in questi anni avevano inondato il mercato di strumenti in certi casi risultati sostenibili solo in apparenza, limitandosi a escludere tabacco e armi dai propri portafogli.

A maggio di quest’anno l’Esma è intervenuta nuovamente al fianco dei risparmiatori per proteggerli dal rischio di greenwashing. L’authority europea guidata da Verena Ross ha imposto altre regole alle case di gestione per l’utilizzo dei termini Esg e, stando alle stime di Morningstar, ciò comporterà un cambio di nome o una riallocazione degli investimenti per almeno 1.600 fondi domiciliati in Europa, mettendo a rischio quasi 40 miliardi di euro di investimenti azionari. Dopo mesi difficili, la finanza verde sembra averne di altrettanto complessi davanti a sé.

Leggi i commenti