✕

Fitto a Bruxelles tra due mesi. E parte la caccia alle sue deleghe

(reuters)

Ascolta l'audio

La premier strappa per lui un via libera con acclamazione: andrà alla Commissione e lascerà vacante il posto di ministro. Per ora i dossier restano a Palazzo Chigi, ma gli alleati vogliono Pnrr e Sud. L’incognita rimpasto per il caso Santanchè
2 minuti di lettura

ROMA - La scelta è “dolorosa”. “Per me”, dice con un pizzico di commozione Giorgia Meloni mentre guarda in faccia i suoi ministri riuniti a Palazzo Chigi. E “credo anche per il governo”, aggiunge nella speranza che l’indicazione di Raffaele Fitto a commissario europeo si trasformi in un trasporto collettivo.

ll melodramma allestito per la partenza del suo fedelissimo non lascia nulla al caso. Sa, la premier, che anche la forma è importante nella partita europea che rischia di relegare l’Italia in serie B, con un portafoglio di secondo livello e senza una vicepresidenza esecutiva.

Per questo, ragiona, Il bollino dell’unanimità è l’impegno minimo che gli alleati di governo devono mettere in campo. Validare, con convinzione, il nome di Fitto significa legittimare la soluzione più europeista possibile a discapito, almeno per un giorno, degli impulsi sovranisti.

ROMA - La scelta è “dolorosa”. “Per me”, dice con un pizzico di commozione Giorgia Meloni mentre guarda in faccia i suoi ministri riuniti a Palazzo Chigi. E “credo anche per il governo”, aggiunge nella speranza che l’indicazione di Raffaele Fitto a commissario europeo si trasformi in un trasporto collettivo.

ll melodramma allestito per la partenza del suo fedelissimo non lascia nulla al caso. Sa, la premier, che anche la forma è importante nella partita europea che rischia di relegare l’Italia in serie B, con un portafoglio di secondo livello e senza una vicepresidenza esecutiva.

Per questo, ragiona, Il bollino dell’unanimità è l’impegno minimo che gli alleati di governo devono mettere in campo. Validare, con convinzione, il nome di Fitto significa legittimare la soluzione più europeista possibile a discapito, almeno per un giorno, degli impulsi sovranisti.

Ecco la forma: la ricerca dell’applauso. E anche di "un in bocca al lupo a Raffaele”, suggerisce ancora. Detto fatto: tutti battono le mani. Ma la traccia dell’abbraccio collettivo dura poco. È di nuovo la premier a mettere le mani avanti, dopo aver sottolineato che la scelta “dolorosa” è “necessaria” perché l’unica possibile.

Il vestito europeo di Fitto va ancora confezionato. "Continuiamo a lavorare sul ruolo che chiediamo venga affidato all’Italia”, incalza Meloni richiamando la partita in salita sulla vicepresidenza. E quindi via all’autocelebrazione della “Nazione fondatrice, seconda manifattura e terza economia europea terzo Stato membro per popolazione, con primati in tantissimi campi”.

Qualche ministro si mostra perplesso. Preoccupato per quel che accadrà tra due mesi, quando Fitto lascerà le deleghe al Pnrr, Coesione, Sud e Affari europei.

La premier prova a spegnere i dubbi: "Il Pnrr - rassicura - è e rimarrà una priorità assoluta dell’intero governo”. Ma quando ricorda che l’attuazione del Piano “non consente soste”, ecco che emergono le difficoltà.

Le deleghe europee al Recovery e alla Coesione permetteranno a Fitto di gestire i dossier italiani anche da Bruxelles. Ma cosa ne sarà delle deleghe casalinghe al Sud e agli Affari europei? È il quesito che rimbalza nei capannelli che formano alcuni ministri al termine del Cdm.

La premier ha un’idea precisa in merito. Ma anche un problema: Daniela Santanchè. Il destino della ministra del Turismo è la variabile che guiderà i giochi per l’assegnazione delle deleghe di Fitto.

Nella maggioranza c’è chi è convinto che la ministra sarà sostituita prima del 9 ottobre, data dell’udienza preliminare in cui si capirà se finirà a processo per truffa aggravata all’Inps quando era a capo della società Visibilia. Ma anche se l’avvicendamento dovesse avvenire dopo, in linea con un esito negativo dell’udienza, il problema per la premier sarebbe lo stesso. E cioè tenere a bada la Lega e Forza Italia che a quel punto, con due caselle vuote, quelle di Santanchè e Fitto, potrebbero spingere per un rimpasto.

Meloni è contraria. Vuole che la partita si giochi interamente in casa Fratelli d’Italia, il suo partito che è anche quello dei due ministri. E non vuole che la questione esploda durante la sessione di bilancio. Per questo ha deciso che le deleghe di Fitto resteranno a Palazzo Chigi almeno fino a fine dicembre, in linea con i tempi della manovra. Saranno affidate al sottosegretario Alfredo Mantovano.

Ma la “mina” Santanchè rischia di scombinare tutto. Ecco allora il piano b. Le opzioni sono due. La prima: un ministro al posto di Fitto, sempre in quota FdI. La seconda: uno spacchettamento delle deleghe. E quindi un ministro per gli Affari europei e due sottosegretari a Palazzo Chigi per gestire Pnrr, Coesione e Sud. Sempre con la casacca di Fratelli d’Italia.

Ma a quel punto gli appetiti di Matteo Salvini si farebbero evidenti. Ieri una raffica di comunicati stampa per il commissario Fitto che si è detto "pronto”. Ma neppure uno firmato dal Carroccio. Ecco il nervo scoperto di Giorgia Meloni. Il “dolore” per la rinuncia al suo ministro più influente potrebbe non essere l’ultimo.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

Leggi i commenti