Ritardi e pochi fondi al Sud: i nodi del Pnrr senza guida preoccupano i Fitto boys
di Rosaria Amato , Giuseppe ColomboIl ministro per gli Affari Europei, il Pnrr e il Sud Raffaele Fitto, in procinto di diventare commissario europeo
ROMA — I nomi da cerchiare in rosso sono due. Il primo: Antonio Palmisano. È il coordinatore della Struttura di missione per il Pnrr. Il secondo: Ermenigilda Siniscalchi, capo di gabinetto del ministro per gli Affari europei, il Sud, le politiche di coesione e il Piano nazionale di ripresa e resilienza. A loro, il compito di traghettare al 2026 il Pnrr, “orfano” del ministro che lo ha portato avanti finora, Raffaele Fitto, in partenza per Bruxelles. Un progetto che presuppone che il grosso sia stato fatto, che il piano sia instradato e che, in qualche modo sia in grado di proseguire sotto stretta sorveglianza, certo, ma sostanzialmente da solo. Un’ipotesi che non tiene conto delle tante criticità non risolte dalla revisione messa a punto da Fitto, anzi aggravata in qualche caso proprio da quella revisione, a cominciare dall’obbligo di riservare il 40% delle risorse e dei progetti al Mezzogiorno.
ROMA — I nomi da cerchiare in rosso sono due. Il primo: Antonio Palmisano. È il coordinatore della Struttura di missione per il Pnrr. Il secondo: Ermenigilda Siniscalchi, capo di gabinetto del ministro per gli Affari europei, il Sud, le politiche di coesione e il Piano nazionale di ripresa e resilienza. A loro, il compito di traghettare al 2026 il Pnrr, “orfano” del ministro che lo ha portato avanti finora, Raffaele Fitto, in partenza per Bruxelles. Un progetto che presuppone che il grosso sia stato fatto, che il piano sia instradato e che, in qualche modo sia in grado di proseguire sotto stretta sorveglianza, certo, ma sostanzialmente da solo. Un’ipotesi che non tiene conto delle tante criticità non risolte dalla revisione messa a punto da Fitto, anzi aggravata in qualche caso proprio da quella revisione, a cominciare dall’obbligo di riservare il 40% delle risorse e dei progetti al Mezzogiorno.
Incarichi incrociati, quelli tra Palmisano e Siniscalco. Silenti e stakanovisti. Soprattutto un’affinità operativa totale con Raffaele Fitto, il “condottiero” uscente del Pnrr. Non potrebbe essere altrimenti considerando la collaborazione di lungo corso che risale ai tempi del quarto governo Berlusconi. I due funzionari hanno lavorato anche con altri governi, a Palazzo Chigi e nei ministeri. Fitto si dimetterà da ministro a fine ottobre, a ridosso dell’insediamento della nuova Commissione, dove dovrebbe ottenere le deleghe alla Coesione e al controllo dei Pnrr di tutti i Paesi dell’Ue. A quella data l’Italia avrà presumibilmente incassato la sesta rata del Pnrr, anche se non è detto, perché ci sono ancora diverse difficoltà e colli di bottiglia.
Palmisano resterà al suo posto mentre Siniscalchi potrebbe diventare il capo di gabinetto del sostituto di Fitto se dovesse saltare il piano A di Giorgia Meloni, che prevede l’assegnazione delle deleghe del ministro uscente al sottosegretario alla presidenza del Consiglio Alfredo Mantovano. In ogni caso i due funzionari resteranno centrali, e in continuo contatto con Fitto.
Eppure lo stesso Fitto ha ammesso, recentemente, in un’audizione parlamentare, che il Pnrr non solo ha ancora diverse criticità da risolvere, ma potrebbe addirittura avere bisogno di una nuova revisione per garantire il rispetto della quota del 40% per il Sud. Infatti molti dei progetti usciti dal Pnrr si riferivano proprio al Mezzogiorno, dove le amministrazioni procedono più a rilento, e con maggior difficoltà per via della mancanza di personale. Non ci sono al momento dati aggiornati sul rispetto delle quote: rivederli a fine piano potrebbe essere ormai troppo tardi. E fallire questo obiettivo trasversale sarebbe grave, visto che il superamento delle disparità territoriali e di genere era uno dei capisaldi del Pnrr.
Altra fortissima criticità che i due stretti collaboratori di Fitto si troveranno sicuramente a gestire è quella dei ritardi nei pagamenti e della farraginosità delle procedure della piattaforma ReGiS, dove le amministrazioni centrali e periferiche devono caricare lo stato di avanzamento dei progetti. L’Anci, l’associazione dei Comuni italiani, ha inviato una lettera ai ministri Fitto e Giorgetti per segnalare tutte le difficoltà che derivano dai ritardi nei rimborsi statali. Ci sono Comuni che hanno rischiato persino di finire in predissesto finanziario, e altri che per evitarlo si sono rassegnati a richiedere prestiti ponte alle banche, o alla Cdp.
A preoccupare, soprattutto, è però l’effetto principale della revisione del Pnrr, che ha spostato agli ultimi due anni l’esecuzione dei progetti, concentrando il cuore del Piano e oltre la metà delle misure da qui al 2026. Se la sesta rata ha perso 700 milioni di euro per via della rimodulazione, spaventa in particolare la decima rata da 28,50 miliardi, che prevede la realizzazione di ben 173 obiettivi, un numero enorme, triplo rispetto a tutte le altre scadenze. Il rischio ingolfamento al giugno 2026 è estremamente probabile. E come potrebbe occuparsene un commissario europeo che ha compiti diversi, di supervisione dell’operato dei Paesi Ue? L’accelerazione del piano parte già dalla settima rata (che scade a fine 2024), con 69 obiettivi, quasi il doppio rispetto ai 37 della sesta. Il rischio di non fare in tempo, man mano che i cantieri entrano nel vivo, è stato anche dal governo, in particolare dal ministro Giorgetti: da Roma sono partite richieste di allungare i tempi, per ora tutte respinte, ma le amministrazioni continuano a chiederlo, e non solo quelle locali. È vero che il governo potrebbe esercitare i poteri sostitutivi previsti dall’ultimo decreto Pnrr per accelerare i tempi, ma è un’ipotesi che esige una struttura di coordinamento molto efficiente e con capacità d’intervento immediate.