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La Cina è iniqua, ora anche i cinesi l’hanno scoperto

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La frenata della crescita ha fatto emergere la percezione di diseguaglianze che covavano da tempo, mostra uno studio. Un sentimento che mette in crisi il patto sociale tra il Partito e i cittadini
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C’era una volta la meritocrazia cinese. C’era una volta: perché a quella che molti osservatori hanno sempre considerato una favola, poco compatibile con la realtà di un Paese dalle diseguaglianze vertiginose, ora neanche i cittadini cinesi sembrano credere più. Un disincanto brusco, che ha a che vedere con il rallentamento dell’economia, il cui modello è entrato in una crisi da cui al momento non si vede uscita. E che apre incognite sociali e politiche dalle implicazioni profonde.

A suggerire che qualcosa sia cambiato, nella percezione che i cinesi hanno delle opportunità offerte loro dall’“economia socialista di mercato”, sono stati finora soprattutto indizi indiretti. Per esempio la persistente debolezza dei consumi, mai davvero r…

C’era una volta la meritocrazia cinese. C’era una volta: perché a quella che molti osservatori hanno sempre considerato una favola, poco compatibile con la realtà di un Paese dalle diseguaglianze vertiginose, ora neanche i cittadini cinesi sembrano credere più. Un disincanto brusco, che ha a che vedere con il rallentamento dell’economia, il cui modello è entrato in una crisi da cui al momento non si vede uscita. E che apre incognite sociali e politiche dalle implicazioni profonde.

A suggerire che qualcosa sia cambiato, nella percezione che i cinesi hanno delle opportunità offerte loro dall’“economia socialista di mercato”, sono stati finora soprattutto indizi indiretti. Per esempio la persistente debolezza dei consumi, mai davvero risollevatisi dai lockdown. O le ripetute ondate di sfogo social da parte dei più giovani, dall’invito a lasciar stare e “sdraiarsi” alla sensazione di girare a vuoto in una “involuzione”. Ma una solida conferma viene ora da uno studio di alcuni dei massimi esperti americani di Cina, Scott Rozelle e Martin Whyte, non ancora pubblicato ma anticipato dal think tank Csis. Studio di enorme valore, perché grazie ai loro rapporti accademici gli autori hanno posto ai cittadini della Repubblica Popolare le stesse domande a distanza di anni: perché le persone in Cina sono povere?; perché sono ricche?; è responsabilità loro?

L’evoluzione delle risposte al sondaggio, in particolare nell’ultimo decennio, l’epoca di Xi Jinping e dell’accentramento del potere nelle mani del (suo) Partito, è una rivoluzione. Tra le ragioni della povertà la “mancanza di capacità” e la “mancanza di impegno”, che nel 2014 erano citate al primo e al secondo posto, scendono al quinto e sesto. Mentre la “diseguaglianza di opportunità” e “l’iniquità del sistema economico”, che erano quarta e nona, salgono al primo e al secondo. Tra le ragioni che per i cinesi spiegano la ricchezza il “talento” e il “duro lavoro”, dieci anni fa prima e seconda, scendono al quarto e quinto posto. Ora la prima sono le “relazioni” e la seconda “essere cresciuti in una famiglia ricca”. L’istruzione, che vent’anni fa era al secondo posto ma già dieci anni fa era precipitata al sesto, scende ancora di un gradino. In sintesi: se fino a dieci anni fa ricchezza e povertà erano attribuite soprattutto a una responsabilità personale (46% d’accordo, 31% contro), ora non più (solo 27% d’accordo, 48% contro). Ora l’idea è che le proprie fortune dipendano più dal sistema, percepito in maniera crescente come iniquo.

In realtà, secondo molti indicatori, la Cina è diseguale da tempo. Negli anni Novanta e Zero, dopo le riforme di mercato, il suo indice Gini che misura le disparità economiche è cresciuto in modo esponenziale, superando il livello degli Stati Uniti e avvicinandosi all’estremo dei Paesi latinoamericani. Ma in un contesto di ricchezza crescente, in cui ogni giorno ci si svegliava avendo e potendo fare più cose, questo è passato in secondo piano: il livello dell’acqua si alzava per tutte la barche, bagnarole o panfili. E così la narrazione di opportunità e meritocrazia centrata su un sistema scolastico duro ma – in principio – egualitario, una narrazione molto radicata nell’immaginario, moltissimo propagandata dal regime e con una certa letteratura anche all’estero (vedere Il modello Cina di Daniel Bell), ha a lungo tenuto.

Ora che l’acqua non sale più, tra l’economia che stagna e la bolla immobiliare esplosa, ci si accorge invece che i grandi yacht viaggiano veloci, mentre tutte le altre barchette galleggiano. E la nuova percezione, da un certo punto di vista, conta più della solita realtà. «La diseguaglianza è politicamente irrilevante», scrivono estremizzando, ma non troppo, Ilaria Mazzocco e Scott Kennedy, analisti del think tank Csis, commentando lo studio. «È l’iniquità, cioè il senso di ingiustizia rispetto alle differenze, che ha conseguenze. (...) I cinesi oggi hanno meno fiducia sul fatto che il sistema economico e le istituzioni del Paese garantiscano opportunità eque».

Il loro punto è soprattutto politico. Da tempo gli esperti si interrogano sul perché, a fronte delle crescenti disparità, il “vulcano sociale” cinese non esploda. E una delle risposte più convincenti, ricavata proprio dalle ricerche di Martin Whyte, è la percezione dei cittadini che successo e fallimento siano nelle loro mani. Mutata la percezione, la domanda è quindi se il patto sociale tra il Partito e i cinesi – non interessatevi di politica, noi faremo in modo che vi arricchiate – possa saltare, e il vulcano eruttare.

È una questione decisiva e ardua, limitiamoci qui a una risposta secca: ribollirà sempre più, ma senza esplodere. Concentriamoci invece sull’aspetto economico, dove il ragionamento cambia un po’. Per le prospettive di crescita della Cina infatti diseguaglianza e iniquità, realtà e percezione, contano in uguale misura. La prima perché, come lo stesso Scott Rozelle ha mostrato in un bellissimo saggio (Invisible China) nelle aree rurali della Repubblica popolare, un Paese di serie B, C, o Z, a dispetto della (meritoria) campagna del Partito contro la povertà più nera stanno crescendo centinaia di milioni di giovani che non avranno le competenze adeguate a una moderna economia dei servizi, e senza di loro il Paese non farà il prossimo salto di benessere. La percezione di iniquità del sistema conta invece perché determina il crescente senso di sfiducia e insicurezza delle classi medie urbane, impattando sulle loro scelte (o non scelte) di formazione, consumo e investimento, e facendole risparmiare più di chiunque altro al mondo. Particolarmente preoccupante è la convinzione, che emerge dallo studio, sui ritorni decrescenti dell’istruzione: non averla spiega ancora secondo i cinesi la povertà, ma averla non garantisce la ricchezza.

La risposta, dicono molti, starebbe nell’introduzione anche in Cina di politiche redistributive e in investimenti in istruzione, sanità e una rete di welfare oggi embrionale e diseguale. Xi Jinping sembrava prefigurare una svolta del genere quando ha iniziato a parlare di “prosperità comune”. Finora però la formula non si è tradotta in azione: i disordini del libero mercato sono stati corretti solo nel senso di rimettere il Partito in controllo, mentre ora che si tratta di spingere un’economia in stallo la formula è sempre quella di investimenti e incentivi sul sistema produttivo, la fabbrica del mondo tutta export, anziché sui redditi dei cittadini. Sempre più convinti che il futuro non sia nelle loro mani.

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