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Lorenzoni: “Così la Fed e la Bce hanno sconfitto l’inflazione evitando una grave recessione”

(reuters)

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Per l’economista, unico italiano intervenuto al simposio di Jackson Hole, il nostro Paese “ha tratto i dividendi di essere nell’euro, beneficiando di una banca centrale che ha disinnescato la spirale dei prezzi in maniera meno dolorosa che negli anni 70 e 80”
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L’inflazione si è presa la scena anche al simposio di Jackson Hole di quest’anno. Soltanto che questa volta, al tradizionale raduno dei banchieri centrali nella città del Wyoming, si è respirata un’aria di vittoria: la crescita dei prezzi, che ha tenuto sotto scacco le economie occidentali negli ultimi anni, è finalmente stata domata. Da qui l’annuncio di un imminente taglio dei tassi, arrivato proprio da Jackson Hole, dal governatore della Fed, Jerome Powell. Subito dopo di lui, al simposio americano, si è aperto un confronto su cosa abbia originato l’inflazione dal 2020, discussione alla quale ha partecipato come unico italiano l’economista e docente della University of Chicago, Guido Lorenzoni.

Professor Lorenzoni, qui in Italia c’è stato un lungo dibattito, anche politico, sulla presunta differente inflazione di Stati Uniti ed Eurozona. In Usa si sosteneva scaturisse dalla domanda e da noi dall’offerta. Cosa ne pensa?

«Distinguere tra inflazione da domanda e da offerta è diffici…

L’inflazione si è presa la scena anche al simposio di Jackson Hole di quest’anno. Soltanto che questa volta, al tradizionale raduno dei banchieri centrali nella città del Wyoming, si è respirata un’aria di vittoria: la crescita dei prezzi, che ha tenuto sotto scacco le economie occidentali negli ultimi anni, è finalmente stata domata. Da qui l’annuncio di un imminente taglio dei tassi, arrivato proprio da Jackson Hole, dal governatore della Fed, Jerome Powell. Subito dopo di lui, al simposio americano, si è aperto un confronto su cosa abbia originato l’inflazione dal 2020, discussione alla quale ha partecipato come unico italiano l’economista e docente della University of Chicago, Guido Lorenzoni.

Professor Lorenzoni, qui in Italia c’è stato un lungo dibattito, anche politico, sulla presunta differente inflazione di Stati Uniti ed Eurozona. In Usa si sosteneva scaturisse dalla domanda e da noi dall’offerta. Cosa ne pensa?

«Distinguere tra inflazione da domanda e da offerta è difficile perché l’effetto è sempre combinato. Detto ciò, l’inflazione è stata un fenomeno mondiale, generato da tante spinte tra le quali le strozzature nelle catene di produzione e di fornitura, i costi dei container e le crisi energetica e alimentare, legate al conflitto ucraino. La vera differenza tra Usa e Ue è rappresentata dalla crescita economica, negli Stati Uniti sempre molto elevata da fine pandemia, mentre in Europa dopo il boom delle riaperture c’è stato un rallentamento».

Ora però anche dagli Usa è arrivato qualche dato che indica un’inversione di tendenza dell’economia...

«Dal mercato del lavoro statunitense giungono sempre più segnali di una certa debolezza, anche se il quadro complessivo non suggerisce necessariamente una recessione imminente. In ogni caso, il rischio che il mercato del lavoro sia surriscaldato sembra essere stato definitivamente scongiurato».

Possiamo affermare che la lotta all’inflazione sia stata vinta, al di là e al di qua dell’oceano?

«L’incontro di Jackson Hole quest’anno ha avuto quasi un tono celebrativo. La Fed pensa che la lotta all’inflazione abbia avuto successo e Powell ha giustamente notato che a differenza che negli anni 70 la crescita dei prezzi è stata combattuta senza dovere spingere l’economia Usa in una forte recessione. L’interpretazione prevalente tra gli economisti è che il modello di gestione della politica monetaria emerso negli ultimi 40 anni, basato sull’indipendenza delle banche centrali e su un mandato chiaro di contenimento della crescita dei prezzi, abbia consentito un rientro dell’inflazione indolore, negli Usa ma anche in Europa».

Anche l’area dell’euro può cantare vittoria?

«I segnali recenti, per esempio dal lato dei salari, sembrano coerenti con una situazione simile a quella statunitense, con un’inflazione sostanzialmente sotto controllo e vicina all’obiettivo».

In Italia c’è chi guarda con nostalgia all’era della lira. Secondo lei con la lotta all’inflazione sono stati evidenti i vantaggi dell’ingresso nella moneta unica?

«In questi ultimi quattro anni abbiamo tratto i dividendi per il fatto di essere nell’euro, beneficiando di una banca centrale che ha potuto alzare i tassi ma non troppo, senza provocare una recessione grave. Ricordiamo che, per uscire dall’inflazione degli anni 70, l’Italia con la lira aveva impiegato dieci anni».

Dopo le parole di Powell, tra gli addetti ai lavori, è aumentata la percentuale di chi pensa che la riduzione dei tassi d’interesse statunitensi sarà di 50 punti base già a settembre, anziché di 25. Secondo lei?

«A questo punto attribuirei almeno un 50% di probabilità a un taglio di 50 punti base. Ci sono poi ancora tre incontri prima della fine dell’anno, motivo per cui da qui a dicembre sembra plausibile che assisteremo a tagli ripetuti».

C’è chi accusa la Fed di essere in ritardo. Allo stesso modo, c’è chi ha criticato la Bce, che ha tagliato i tassi a giugno, di essersi mossa con troppo anticipo. Chi ha ragione?

«Sia la Fed sia la Bce seguono i dati economici e, nel caso della congiuntura europea, le indicazioni di debolezza sono arrivate prima, quindi sembra del tutto ragionevole che Francoforte si sia mossa prima. Quanto a Powell, con il discorso di venerdì 23 agosto ha fatto una scelta saggia: non ha anticipato il taglio dei tassi con una riunione straordinaria, cosa che qualcuno aveva domandato a caldo dopo il crollo della Borsa di Tokyo di inizio agosto ma che avrebbe dato un segnale di panico. Allo stesso tempo, il governatore della Fed ha indicato chiaramente ai mercati le sue intenzioni, cosicché gli stessi possano cominciare a svolgere il lavoro della Fed, creando condizioni finanziarie più espansive».

È possibile che le Borse abbiano reagito con troppo ottimismo?

«Sì, anche perché la Fed e la Bce sono fortemente dipendenti dai dati, dai quali spesso arrivano segnali confusi, non univoci. Non aspettiamoci quindi un ciclo di allentamento monetario da manuale, perché fino a qui non c’è stato nulla che potesse essere definito da manuale».

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