Alan Greenspan, storico governatore della Federal Reserve, amava dire che non basta leggere le dozzine di statistiche che arrivano sul tavolo del Federal Open Market Committee (il consiglio della Fed che discute di politica monetaria), occorre anche “sentirle”, queste statistiche, con l’approccio di un alchimista. E nell’ampolla del presidente della Fed, Jarome Powell, si intravedono alcuni aspetti epocali che dovrà tenere più presenti di altri, sul piano macroeconomico, su quello del mercato e su quello politico, con elezioni ad alta tensione in dirittura d’arrivo.
Sul piano macroeconomico, abbiamo qualche segnale di incrinatura del tasso di crescita, con preoccupazioni per l’occupazione e con un giudizio sospeso sull’andamento dell’inflazione. Più in generale, rispetto a un tasso di crescita medio del 2,4% stimato per il 2024, il 2025 dovrebbe mostrare una flessione su tassi di crescita medi all’1,1%. Questi pronostici mettono in evidenza come l’obiettivo di Powel di combattere l’…
Alan Greenspan, storico governatore della Federal Reserve, amava dire che non basta leggere le dozzine di statistiche che arrivano sul tavolo del Federal Open Market Committee (il consiglio della Fed che discute di politica monetaria), occorre anche “sentirle”, queste statistiche, con l’approccio di un alchimista. E nell’ampolla del presidente della Fed, Jarome Powell, si intravedono alcuni aspetti epocali che dovrà tenere più presenti di altri, sul piano macroeconomico, su quello del mercato e su quello politico, con elezioni ad alta tensione in dirittura d’arrivo.
Sul piano macroeconomico, abbiamo qualche segnale di incrinatura del tasso di crescita, con preoccupazioni per l’occupazione e con un giudizio sospeso sull’andamento dell’inflazione. Più in generale, rispetto a un tasso di crescita medio del 2,4% stimato per il 2024, il 2025 dovrebbe mostrare una flessione su tassi di crescita medi all’1,1%. Questi pronostici mettono in evidenza come l’obiettivo di Powel di combattere l’inflazione prevalga su tutto, con un caveat: resta imperativo orchestrare un atterraggio morbido dell’economia, evitando la recessione.
Atterraggio morbido
Ha stretto troppo a lungo, ci si chiede? L’atterraggio morbido non è infatti assicurato al 100%, anche a fronte di analisi che anticipano, come abbiamo visto, una flessione dell’economia Usa nel 2025. Aggiungiamo che i pacchetti di stimolo fiscale post Covid per trilioni di dollari stanno giungendo al termine e Powell voleva calibrare il taglio dei tassi in funzione di stimolo sostitutivo della Fed.
È in questo contesto di incertezza macroeconomica che i mercati mostrano nervosismo. E qui torniamo alla Borsa. Intanto ci si chiede di quanto sarà il taglio previsto per il 17-18 settembre, di 25 o 50 punti? Una scelta non da poco per Powell: tagliare di 50 punti base potrebbe aiutare la tenuta dei valori di Borsa, componente importante per la crescita, ma potrebbe anche generare tensioni: se la Fed agisce con maggiore decisione vuol dire che è preoccupata per la tenuta dell’economia, ma anche dei mercati azionari.
In effetti, per la Borsa, ci sono tre indicatori che puntano il barometro al brutto stazionario. Il primo è il Cape, il rapporto prezzi/profitti dei titoli in Borsa, corretto ciclicamente su base decennale, i futures sullo stesso rapporto, e il “Modello Fed”, che stabilisce una correlazione diretta tra rendimenti dei titoli in Borsa e rendimenti nominali dei buoni del Tesoro. Ebbene, ciascuno di questi indicatori oggi anticipa che le quotazioni dei titoli in Borsa sono troppo elevate. «I prezzi dei titoli più importanti sono troppo cari – ha scritto il Wall Street Journal – non solo se li confrontiamo con gli andamenti passati, ma con titoli più piccoli, titoli stranieri, obbligazioni societarie e persino buoni del Tesoro».
Vendite sulle good news
Come dire: meglio essere prudenti e uscire dai titoli più importanti. Prendiamo Nvidia, i risultati erano i più attesi della settimana scorsa e sono stati meglio del previsto, eppure il titolo perdeva circa il 6% in dirittura del fine settimana del Labor Day perché non vi è certezza sulla continuità di questi risultati per il 2025. E forse perché molti usano il vecchio metodo di vendere sulla buona notizia.
Sempre la settimana scorsa si è registrato uno dei quei momenti svolta che vanno segnalati: il titolo Berkshire Hathaway di Warren Buffett ha superato per la prima volta la soglia di capitalizzazione di mille miliardi di dollari. Attenzione: si tratta del primo titolo non hi-tech a superare la quota stratosferica di valutazione.
Notizia in teoria positiva, ma Buffett ha costruito posizioni di liquidità apprezzate dal mercato per svariate centinaia di miliardi di dollari, vendendo alcuni titoli “importanti” di cui si parlava poco sopra, in particolare una forte posizione su Apple e un’altra minore, ma altrettanto importante, su Bank of America. Come dire, Buffett è stato il primo ad applicare la regola che segue gli andamenti delle tre variabili di cui sopra, e ha avuto per ora ragione.
E arriviamo al terzo elemento che Powell e il suo consiglio dovranno tenere bene presente, l’impatto politico del taglio. Trump aveva già giocato d’anticipo, attaccando Powell su una possibile riduzione dei tassi in prossimità delle elezioni, che avrebbe aiutato Kamala Harris. Ricordiamolo, Powell fu nominato dallo stesso Trump. È un economista brillante e affidabile, ma super partes, al punto che Biden lo ha confermato in scadenza del primo mandato.
Oggi Powell si confronta con due incognite che dovrà soppesare: Trump ha fatto capire che chiederà le sue dimissioni immediate in caso di vittoria elettorale. Il candidato repubblicano non ha il diritto di farlo, visto che il mandato del Presidente della Fed non scade, come molte altre cariche “alte” con la fine del mandato presidenziale. Questo perché è importante attribuire al presidente della Fed proprio quell’autonomia che Trump vorrebbe togliere non solo a Powell, ma all’intera banca centrale americana: ha già anticipato che correggerà «questa contraddizione» della Fed, imponendo una modifica dello statuto che sottomerrà la Fed al potere esecutivo.
Qui Trump viola un altro principio fondamentale, quello dell’indipendenza della Fed. Il valore di questa indipendenza è stato inestimabile per la credibilità degli Stati Uniti d’America come potenza economica, visto che il mandato chiaro per la Fed è quello di difendere l’occupazione da una parte ma combattere l’inflazione dall’altra, quel “dual mandate” che oggi, ad esempio, non ha la Banca centrale europea, solo focalizzata sull’inflazione.
Le previsioni sui tagli
Ecco dunque che Jerome Powell è tirato per la giacca da più parti e non deve sbagliare, per questo molti analisti ritengono che alla fine il primo taglio, quello di settembre, sarà di 25 punti base, come sarà di 25 punti base quello di novembre, proprio a cavallo delle elezioni. A elezioni terminate, alle riunioni del 17-18 dicembre – e se i dati sull’inflazione continueranno ad essere confortanti – Powell potrà anche tagliare di 50 punti base, rispettando i pronostici che stimano una riduzione di 100 punti base entro la fine dell’anno con una discesa del tassi sui fondi federali tra il 4 e il 4,25%. Livelli ancora alti se confrontati con i tassi addirittura vicini a zero negli anni della crisi, ma pur sempre una prima apertura con molte promesse per tagli aggiuntivi nel corso del 2025.