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L’agenda di Kamala Harris: continuità con Biden e un tocco di Keynes

Kamala Harris - ALEX WONG / GETTY IMAGES NORTH AMERICA / Getty Images via AFP

 

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Con il programma della loro candidata, i Dem compiono un passo decisivo nella lunga marcia dal neoliberismo al “partito del care”
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“Big on love, short on details”, titola Bloomberg. L’operazione-entusiasmo dei Dem prosegue sull’onda dei trionfi di Chicago, ma i dettagli sul programma economico restano scarsi. Sul sito della campagna la sezione “policy” non c’è proprio. I media liberal, che pure a scanso di equivoci confermano il loro appoggio a Kamala Harris, notano con crescente imbarazzo la carenza di precisazioni su questioni cruciali (e ampiamente sfruttate a modo suo da Trump) quali il “fracking” per l’estrazione di shale oil, e persino la politica commerciale con la Cina (dove Harris riconosce di non essere mai stata, a differenza di Walz che ha insegnato a Foshan nel Guangdong).

«Basterebbe valorizzare – scrive Bloomberg – i punti forti della presidenza Biden, a partire dagli investimenti nell’industria manifatturiera e infrastrutturale con il successo di misure quali il Chip Act e l’Inflation Reduction Act». Misure che sono riuscite dove Trump, che di promesse alla working class ne aveva fatte a bizzeff…

“Big on love, short on details”, titola Bloomberg. L’operazione-entusiasmo dei Dem prosegue sull’onda dei trionfi di Chicago, ma i dettagli sul programma economico restano scarsi. Sul sito della campagna la sezione “policy” non c’è proprio. I media liberal, che pure a scanso di equivoci confermano il loro appoggio a Kamala Harris, notano con crescente imbarazzo la carenza di precisazioni su questioni cruciali (e ampiamente sfruttate a modo suo da Trump) quali il “fracking” per l’estrazione di shale oil, e persino la politica commerciale con la Cina (dove Harris riconosce di non essere mai stata, a differenza di Walz che ha insegnato a Foshan nel Guangdong).

«Basterebbe valorizzare – scrive Bloomberg – i punti forti della presidenza Biden, a partire dagli investimenti nell’industria manifatturiera e infrastrutturale con il successo di misure quali il Chip Act e l’Inflation Reduction Act». Misure che sono riuscite dove Trump, che di promesse alla working class ne aveva fatte a bizzeffe, aveva fallito nei quattro anni precedenti.

Non è così facile, però. Si tratta di sovvertire la narrazione prevalente nel Paese, secondo cui malgrado il rafforzamento strutturale dell’economia la politica di Biden ha gonfiato l’inflazione: la benzina costa il 35% in più rispetto al gennaio 2021, l’elettricità il 28%, i generi alimentari il 21% (dati del Census Bureau). Per questo Harris, a parte il problema dei dettagli, spinge sul rafforzamento dei ceti medi, con meno tasse, sussidi, controlli sui prezzi. E un aggravio fiscale sulle aziende e sui più abbienti per finanziare gli interventi.

Una linea di continuità con l’amministrazione attuale, più un ulteriore tocco keynesiano. I liberal più pignoli come Paul Krugman riconoscono che con Kamala si completa la trasformazione dei Dem nel partito del “care”: lo Stato si prende cura dei cittadini, li aiuta finanziariamente e mette a loro disposizione quanti più servizi possibile. Intanto incentiva gli investimenti industriali più produttivi, sempre nell’interesse collettivo, da quelli “verdi” ai semiconduttori.

È la tappa finale di una lunga marcia di trasformazione del partito. Il programma economico di Clinton emerso dalla convention al Madison Square Garden del luglio 1992 conteneva abbondanti scorie del neoliberismo precedente, l’intervento pubblico era limitato e si puntava su globalizzazione e deregolamentazioni. Ancora nel discorso sullo stato dell’Unione del 1996, Clinton proclamò che l’era del governo “invadente” era passata.

Con Obama si è iniziato a cambiare registro: dopo che il predecessore George W.Bush aveva abbandonato al suo destino la Lehman Brothers nel settembre 2008, ebbe l’intuizione (si insediò nel gennaio 2009) di intervenire a favore di banche e aziende in crisi, sempre con rigide clausole di restituzione, quasi tutte rispettate. Gli economisti la chiamano “fase intermedia”.

«Con Biden e ancora di più con Harris, che nasce politicamente alle primarie del 2019 come epigona di Bernie Sanders, si perfeziona il nuovo paradigma politico», spiega Robert Wescott, che ha vissuto tutta la parabola, economista di Clinton all’inizio (inventò con il consulente politico Jim Carville “It’s the economy, stupid”) e oggi capo del think-tank Keybridge. «La sfida per Harris è trovare una sintesi fra le varie anime e incarnare il partito nella sua unitarietà».

Aggiunge Brunello Rosa, economista della London School: «Il programma è basato sul concetto di opportunity economics: garantire uguali opportunità a chi è svantaggiato. Attenzione, opportunità di partenza, non di arrivo: non hanno senso le accuse di socialismo, che ipotizza la società di uguali». Pragmatismo, insomma: come il vice Walz, che da governatore del Minnesota ha introdotto permessi sanitari e familiari, colazioni e pranzi gratis per gli studenti, bonus di 1.750 dollari a figlio nelle famiglie a basso reddito.

Questo mantello di progressismo espone la campagna alle stilettate di Trump: quando Harris ha annunciato il bando federale alle speculazioni sui prezzi (gauging) è stata aggredita dai conservatori. Gli economisti di Brookings che collaborano con i Dem hanno notato che in effetti andava specificato che si tratta di misure temporanee per emergenze quali uragani o pandemie. Peraltro in 37 Stati, compresa la trumpiana Florida, sono già previsti.

Altrettanto sofferto è il calo dei costi di medicine salvavita, dagli antidiabetici ai farmaci oncologici. Si riapre l’eterna questione della sanità pubblica: ogni volta che si tentano misure in tale direzione, riservando le agevolazioni a categorie come gli anziani, scatta la tagliola delle assicurazioni sanitarie che alzano i premi per gli interessati. Serve una revisione in senso europeo del regime assistenziale, ma le lobby bloccano tutto. L’ultimo a provarci è stato Obama, ma quando i Dem hanno perso la maggioranza al Congresso, al midterm 2010, i repubblicani lautamente sponsorizzati hanno smantellato pezzo per pezzo l’Obamacare.

Miglior fortuna potrebbe avere la costruzione di 3 milioni di case in due anni, anche se servono 40 miliardi. A noi evoca il piano Ina-casa di Fanfani negli anni 60, che garantì a milioni di italiani un’abitazione decente ma costò duri sacrifici di finanza pubblica.

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