Siamo cresciuti in un’epoca in cui quasi tutti i partiti sembravano d’accordo su un punto: la globalizzazione avrebbe migliorato la vita di tutti. Oggi le cose sono cambiate. Nonostante quegli anni non siano così lontani, il protezionismo sta tornando di moda, soprattutto nei Paesi più ricchi, Stati Uniti ed Europa. I dazi commerciali stanno aumentando e sempre più persone credono che sia il momento di adottare politiche migratorie restrittive. Anche la sinistra ha cominciato a cedere a questa idea: aumentare i dazi per recuperare i posti di lavoro nel settore manifatturiero e rinvigorire le classi lavoratrici, o almeno rallentarne il declino. È tuttavia poco probabile che funzioni.
Non c’è dubbio che la globalizzazione – in particolare la concorrenza della Cina – abbia contribuito al declino del settore manifatturiero nei Paesi occidentali. Ma non è stata l’unica causa. Anche il progresso tecnologico ha avuto un peso enorme. Oggi i processi produttivi sono molto più automatizzati r…
Siamo cresciuti in un’epoca in cui quasi tutti i partiti sembravano d’accordo su un punto: la globalizzazione avrebbe migliorato la vita di tutti. Oggi le cose sono cambiate. Nonostante quegli anni non siano così lontani, il protezionismo sta tornando di moda, soprattutto nei Paesi più ricchi, Stati Uniti ed Europa. I dazi commerciali stanno aumentando e sempre più persone credono che sia il momento di adottare politiche migratorie restrittive. Anche la sinistra ha cominciato a cedere a questa idea: aumentare i dazi per recuperare i posti di lavoro nel settore manifatturiero e rinvigorire le classi lavoratrici, o almeno rallentarne il declino. È tuttavia poco probabile che funzioni.
Non c’è dubbio che la globalizzazione – in particolare la concorrenza della Cina – abbia contribuito al declino del settore manifatturiero nei Paesi occidentali. Ma non è stata l’unica causa. Anche il progresso tecnologico ha avuto un peso enorme. Oggi i processi produttivi sono molto più automatizzati rispetto al passato, il che significa che si ha bisogno di meno manodopera. Ecco perché, anche se ci proteggessimo dalla concorrenza cinese, non vedremmo un ritorno massiccio di posti di lavoro nel manifatturiero. Almeno, non senza un enorme dispendio di sussidi pubblici agli investimenti. E anche se l’obiettivo fosse quello di contrastare il potere della Cina a livello globale, alzare i dazi non sarebbe la soluzione migliore: le aziende cinesi stanno già guardando sempre più ai mercati dei Paesi emergenti. Inoltre, come si inizia a osservare dai limiti delle politiche di rilancio industriale negli Stati Uniti, nonostante gli ingenti investimenti diventa sempre più difficile eguagliare le economie di scala cinesi (con i suoi eccessi di sovraccapacità produttiva, dalle auto elettriche ai pannelli solari).
Quanto alla questione dell’immigrazione, l’argomento a favore del suo contenimento si basa sull’idea che ridurre il numero di lavoratori porterebbe a un aumento dei salari, soprattutto nelle occupazioni a basso reddito. Ma la realtà è più complessa. Gli studi economici mostrano che l’immigrazione ha anche effetti positivi sull’economia: gli immigrati non solo lavorano, ma consumano beni e servizi, contribuendo così a stimolare la domanda. Inoltre, spesso non competono direttamente con i lavoratori locali, ma ricoprono ruoli complementari a quelli dei nativi, aumentando la produttività complessiva (per esempio, permettendo ai lavoratori locali di concentrarsi su compiti più specializzati).
Alla luce di un evidente calo demografico, piuttosto che contrastare il fenomeno migratorio bisognerebbe puntare su serie politiche di integrazione, così da riequilibrare il rapporto tra popolazione attiva e quella in pensione, fondamentale per mantenere in equilibrio il sistema pensionistico e previdenziale.
Aprirsi al commercio e all’immigrazione crea opportunità, ma anche sfide. Gli economisti lo sanno bene: ci saranno sempre vincitori e vinti. Aumentare i dazi e chiudere le frontiere significa rinunciare ai benefici di un’economia più forte e dinamica, con il rischio di dirottare le risorse verso settori dove non si ha più un vantaggio comparativo. Eppure, sembra che la sinistra stia progressivamente allontanandosi dai suoi principi storici, abbracciando una visione più protezionista nella speranza che i mercati interni possano, da soli, garantire una redistribuzione più equa.
Quali sono le specificità italiane? Un debito pubblico che ha ormai raggiunto tremila miliardi e debolezze strutturali che hanno contributo a una produttività stagnante. Adottare politiche protezionistiche non farebbe che diminuire le opportunità di crescita. I necessari interventi per affrontare la pandemia, poi alcune politiche di sostegno scriteriate (vedi superbonus, che ha provocato una grande bolla, alimentando tra l’altro un indiscriminato aumento dei prezzi in una serie di comparti collegati all’edilizia, uno dei settori a livello mondiale con più bassa crescita della produttività) hanno aggravato molto il quadro economico e finanziario italiano.
Attualmente la situazione regge poiché siamo ancora in coda a queste politiche di sostegno, ma le ricadute positive verranno meno. Con tutta probabilità ciò avverrà in concomitanza con l’esaurirsi della spinta data dal Pnrr, cioè entro 2-3 anni. Si rischia un punto critico di rottura con conseguente fibrillazione del quadro politico nazionale e messa in discussione della collocazione dell’Italia nell’Unione Europea.
Se vogliamo davvero migliorare i salari più bassi e sostenere le classi lavoratrici, dobbiamo pensare ad altre alternative. Innanzitutto, dovremmo concentrarci di più sul settore dei servizi. L’assistenza agli anziani, il commercio al dettaglio, ristorazione e turismo rappresentano gran parte dei lavori a basso salario, e la tecnologia può essere usata per renderli più produttivi e quindi aumentare i salari. Ad esempio, gli operatori nell’ambito dell’assistenza agli anziani potrebbero utilizzare l’intelligenza artificiale per fornire diagnosi sanitarie precoci e gli operatori del turismo potrebbero utilizzarla per migliorare i propri servizi personalizzando istantaneamente itinerari e offerte.
Dovremmo anche pensare alla redistribuzione del reddito non solo attraverso il mercato (per esempio con l’introduzione di piani di azionariato diffuso), ma anche tramite meccanismi istituzionali come una riformata rappresentanza sindacale, rafforzandola nei lavori a bassa retribuzione e facendo in modo che gli immigrati ne siano coinvolti. È un percorso difficile ed incerto, ma è la strada da intraprendere in particolare per una sinistra che voglia rimanere fedele ai suoi valori globalisti e universalisti.
* Docente di Economia e sviluppo internazionale, McGill University
**Docente di Economia politica europea ed internazionale, London School of Economics and Political Science