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Lotta tra petrolieri e benzinai e la rete non diventa green

Un distributore di benzina a Roma, 11 gennaio 2023. ANSA/ETTORE FERRARI. (ansa)

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Il braccio di ferro sui contratti di gestione blocca la riforma che vuole trasformare gli impianti in stazioni di ricarica
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TORINO — La battaglia dei benzinai. La scelta del governo di far slittare il via libera alla riforma della rete degli impianti di distribuzione dei carburanti ha evitato che la situazione potesse degenerare con una serrata delle pompe. Si tratta, però, di una tregua fragile. Anche perché lo sconto vero non è nemmeno tra i benzinai e l’esecutivo Meloni, ma tra i gestori e le società petrolifere. Un braccio di ferro che va avanti da tempo tra le compagnie - i marchi che hanno ancora una rete sono Eni, Ip, Tamoil e Q8 - e coloro che si occupano delle stazioni di servizio.

Un braccio di ferro che rischia di paralizzare un comparto che va però ristrutturato. Non è solo una questione di troppi punti vendita. Sono oltre 22 mila gli impianti in Italia con una media…

TORINO — La battaglia dei benzinai. La scelta del governo di far slittare il via libera alla riforma della rete degli impianti di distribuzione dei carburanti ha evitato che la situazione potesse degenerare con una serrata delle pompe. Si tratta, però, di una tregua fragile. Anche perché lo sconto vero non è nemmeno tra i benzinai e l’esecutivo Meloni, ma tra i gestori e le società petrolifere. Un braccio di ferro che va avanti da tempo tra le compagnie - i marchi che hanno ancora una rete sono Eni, Ip, Tamoil e Q8 - e coloro che si occupano delle stazioni di servizio.

Un braccio di ferro che rischia di paralizzare un comparto che va però ristrutturato. Non è solo una questione di troppi punti vendita. Sono oltre 22 mila gli impianti in Italia con una media di 1.812 vetture servite per stazione, mentre in Germania sono 14 mila e le vetture per punto sono 3.764. Il nodo è la trasformazione della rete considerando la transizione verso l’elettrico e la scadenza del 2035, anno in cui la Ue impone lo stop alla vendita di veicoli nuovi con motori tradizionali. Poi c’è il tema dei bio-fuel, su cui il governo spinge. Tanto che la riforma di Urso prevede un contributo per la rottamazione degli impianti, 60 mila euro, per trasformarli in stazioni di ricarica per le auto elettriche. E prevede che le nuove pompe debbano avere distributori di carburanti alternativi e colonnine per i mezzi con la spina.

Misure che sono bollate come «carenti» dai vertici Fegica-Cisl, uno dei sindacati dei gestori, che chiede però «una razionalizzazione perché il mercato è saturo» e un giro di vite per «combattere la criminalità organizzata». I benzinai, però, non vogliono diventare semplici appaltatori con contratti che possono durare al massimo 5 anni, perdendo tutele che hanno ottenuto grazie a trattative chiuse dalle associazioni di categoria negli ultimi decenni. Gli stessi sindacati che ora protestano e che, con le nuove norme, non avrebbero più la possibilità di discutere i nuovi accordi. Il vero nocciolo della questione. «In questo modo però aumenta solo la precarietà e lo sfruttamento», sottolinea Bruno Bearzi, presidente di Figisc Confcommercio. E aggiunge: «Sarebbe sufficiente garantire la possibilità di poter discutere tra le parti questi accordi, cosi come è sempre stato, avendo contratti tipicizzati». Da qui l’accusa ad Urso di aver ascoltato troppo le compagnie petrolifere. Giuseppe Sperduto, numero uno della Faib Confesercenti, sostiene che «non si può scaricare tutto sull’ultimo anello della catena, siamo noi la parte più debole rispetto alle compagnie. Abbiamo apprezzato la scelta del governo di fermare la riforma in attesa di ulteriori approfondimenti. Disponibili a riaprire il confronto, ma con misure condivise, senza veti e forzature».

Le società petrolifere considerano la riforma un passo importante «per razionalizzare una rete antieconomica», dice il presidente di Unem Gianni Murano. «Un provvedimento che tende a regolamentare aspetti - aggiunge - che al momento creano illegalità». Cita le autorizzazioni per le quali il disegno di legge prevede «requisiti soggettivi in materia di regolarità contributiva e ambientale. Per noi la legalità è la questione principale, su questo non cediamo». Il nodo contratti di appalto? «Già oggi vengono utilizzati su 13.000 impianti che in larga parte fanno capo ai retisti», risponde. Per Unem le nuove regole non premiano le compagnie: «La realizzazione di stazioni di ricarica - sottolinea Murano - non è certo un regalo ai petrolieri». Ora si va ai tempi supplementari, ma dal ministero rimarcano che è da più di un anno che si discute. Bene la disponibilità al confronto espressa da parte di tutti, ma si deve arrivare al dunque.

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