TORINO — Ad agosto gli automobilisti sono stati testimoni di una dinamica strana: per la prima volta da molto tempo il prezzo di benzina e gasolio non ha subito un’impennata nei giorni caldi delle ferie. Una concomitanza assodata, su cui ormai si poteva scommettere. E invece le cifre non hanno iniziato a correre in salita alle pompe. “Stiamo vivendo una dinamica ribassista”, racconta il presidente dell’Unem, che rappresenta le aziende petrolifere, Gianni Murano. E aggiunge: “In alcuni impianti di Roma la benzina è a 1,699, mentre il Diesel è a 1,599. Si è scesi rispettivamente sotto l’1,6 e l’1,7 al litro”.
Ribasso che si può leggere anche come spia della crisi globale visto l’andamento del prezzo del greggio sui mercati internazionali. Il Brent è sceso sotto i 70 dollari al barile. Prezzi in linea con quelli del 2021, subito dopo l’anno nero del Covid, quando si è toccato il fondo, 10 dollari al barile, e la media dell’anno oscillava sui 42 dollari. In queste ore c’è l’uragano Francine a minacciare la produzione degli Usa, tanto che il greggio è risalito di poco sopra i 70.
I consumi di carburante per la mobilità continuano a crescere in Italia secondo i dati dell’Unem. E pure a livello globale. “Semmai il nodo - spiega Murano - è che ci si aspettava una salita dei consumi più sostenuta a livello internazionale rispetto a quella in essere”. Per cui la disponibilità in abbondanza di greggio nei Paesi non Opec+ sta facendo scendere i costi. “La Nuova Guinea ha raddoppiato la produzione, gli Stati Uniti, uragano permettendo, stanno mantenendo un livello alto e poi il greggio russo comunque finisce a prezzi scontati o con premi in alcuni canali e Paesi”. La discesa sotto i 70 euro è un indicatore delle difficoltà internazionali e della crisi anche dell’industria? “La risposta è sì nella misura in cui ci si aspettava una crescita più sostenuta negli Stati Uniti e in Cina, crescita che non raggiungerà le previsioni”, rimarca Murano. Attenzione però, non è l’unico fattore. “Per me inizia a sentirsi anche la transizione verso l’elettrico, soprattutto in Cina, dove l’auto a batteria ha preso piede, e poi in una parte d’Europa. In Italia è una dinamica che non esiste, ma a livello globale sì”, riflette il numero uno dell’Unem. Che però aggiunge: “Il 2024 si chiuderà comunque in crescita, 1 milione di barili in più nel mondo e ci aspettiamo che il petrolio sia ancora la prima risorsa energetica, davanti al gas”.
Che l’Italia “continui a essere dominata ancora dai fossili” è certificato pure dall’ultimo rapporto sullo Stato dell’Unione dell’Energia 2024: l’80% del mix è di origine fossile contro la media Ue del 69%. C’è, però, qualche aspetto positivo legato alle fonti alternative. Il Paese è leader nella produzione di tecnologie pulite: più di un quinto dei pannelli fotovoltaici degli edifici europei è “Made in Italy”.