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Cantiere Italia/2 – Il Lavoro instabile: come si è passati dalla flessibilità alla precarietà

Un operaio edile si disseta bevendo acqua al lavoro sotto il sole in un cantiere 

 (ansa)

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L’occupazione a tempo indeterminato è aumentata solo tra gli over 50 da 3 a 6 milioni di persone, scende in tutte le altre fasce d’età. Torna il fenomeno delle “finte” partite Iva. Il record di occupati a 24 milioni non nasconde tutti gli altri ritardi. Siamo primi in Ue per inattivi, part time involontario, basse retribuzioni, donne e giovani in cerca di un posto
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Ventiquattro milioni di occupati in Italia: record storico. C’è da rallegrarsi, non fosse per quella distanza siderale dall’Europa e dai Paesi a noi vicini, come Francia, Germania e Spagna.


Cantiere Italia » Il dossier

Il governo Meloni è il più a destra della Storia repubblicana. Per chi non si riconosce e vuole un’Italia prospera e sicura nasce il Cantiere di Repubblica: un laboratorio di idee e opinioni su temi cruciali come sanità, giovani, diritti, istruzione


Non solo il nostro tasso di occupazione, al 62%, è di otto punti sotto la media europea. Ma vantiamo altri primati poco lusinghieri. Primi per inattivi, primi per donne e giovani senza lavoro, primi per part-time involontario, primi per retribuzioni basse, primi per scarsa produttività, primi per lavoro povero, primi per sommerso. E anche primi per lavoro autonomo, da vent’anni sacca fantasma di precarietà. «Il mondo deve sapere», gridava Michela Murgia dal suo blog nel 2006, poi libro e film fortunati. Raccontava la sua e…

Ventiquattro milioni di occupati in Italia: record storico. C’è da rallegrarsi, non fosse per quella distanza siderale dall’Europa e dai Paesi a noi vicini, come Francia, Germania e Spagna.


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Il governo Meloni è il più a destra della Storia repubblicana. Per chi non si riconosce e vuole un’Italia prospera e sicura nasce il Cantiere di Repubblica: un laboratorio di idee e opinioni su temi cruciali come sanità, giovani, diritti, istruzione


Non solo il nostro tasso di occupazione, al 62%, è di otto punti sotto la media europea. Ma vantiamo altri primati poco lusinghieri. Primi per inattivi, primi per donne e giovani senza lavoro, primi per part-time involontario, primi per retribuzioni basse, primi per scarsa produttività, primi per lavoro povero, primi per sommerso. E anche primi per lavoro autonomo, da vent’anni sacca fantasma di precarietà. «Il mondo deve sapere», gridava Michela Murgia dal suo blog nel 2006, poi libro e film fortunati. Raccontava la sua esperienza di «telefonista a progetto» in un seminterrato della provincia di Oristano, pagata 230 euro lordi al mese e 6 euro lordi in aggiunta per ogni appuntamento fissato con «ignare casalinghe» a cui vendere «l’aspirapolvere avveniristico». Non è cambiato molto. Anzi. Il mondo del lavoro italiano è peggiorato. Sacrificato sull’altare della flexsecurity, modello rivelatosi più flessibile che sicuro.

Giunchi al vento

Sono state le riforme degli anni Novanta e dei primi Duemila ad accompagnare l’Italia verso traguardi impensati per il mercato del lavoro, oggi esaltati dal governo Meloni. Riforme volute per portarci fuori dal modello degli anni Sessanta, figlio del boom e del bisogno di stabilità e protezione sociale. E per traghettarci verso l’Europa. «Dovevamo chiamarla flessibilità, non precarietà», scriveva Murgia nel 2016, dieci anni dopo l’esperienza nel call center. «Parola ambigua che a noi richiamava l’immagine di cose leggere e forti, il legno dell’arco e le chiome piegate dei giunchi al vento, ma non riuscivamo proprio a declinarla sulle nostre schiene e i nostri progetti di vita, che avremmo voluto assai meno oscillanti delle foglie dei giunchi».

Quel modello si prende però il Paese. E lo droga, anche nei numeri. «Le nuove generazioni avevano finalmente l’opportunità di vivere per anni motivate dalla prospettiva di non sapere se tre mesi dopo il loro contratto sarebbe stato rinnovato. Nessuno credette alla favola dell’aumento delle retribuzioni in cambio della perdita dei diritti», prosegue Murgia. Quella generazione, figlia dei tutelati del Dopoguerra, oggi ha quaranta e cinquanta anni. Uomini e donne «che la cattiva coscienza della classe politica italiana ama definire “generazione perduta” per potersene meglio dimenticare».

Le false partite Iva

Caterina Giannottu, classe 1982, è una di loro. Antropologa romana, lascia la ricerca accademica dopo il dottorato per diventare una freelance in comunicazione digitale. «Quasi mai la partita Iva è una scelta consapevole», racconta. «Quando ti dicono “o la apri o non ti pago” le alternative non esistono. Poi però scopri tante cose. La pensione, i diritti, le tutele che non hai. La rincorsa dei clienti per farti pagare, un tabù che salta. La sensazione che mi accompagna anche oggi di vivere sul baratro. Quella paura che il Covid ha fatto esplodere, di non sapere come mangiare. In quell’anno sono tornata a casa dai miei, non potevo vivere coi 600 euro una tantum mentre gli amici mi dicevano: “Hai scelto tu di fare la partita Iva”». E invece in Italia l’autonomia non si sceglie quasi mai. «La subisci, poi può andare bene o anche molto bene. Oppure male. Almeno la metà dei freelance che conosco sono tali perché licenziati. O donne diventate madri che pensano di conciliare con l’autonomia. Ma non è così. Anche perché noi autonome non siamo prese sul serio. Nonnismo, battute. Fatturiamo il 30% in meno degli uomini, a parità di incarichi. E poi non nascondiamoci: noi anni ‘70 e anni ‘80 siamo una generazione delle false partite Iva, costretti a fare i dipendenti senza malattie, ferie, maternità, disoccupazione».

Cosa dicono i numeri

Negli ultimi vent’anni l’occupazione italiana è cresciuta. In valore assoluto, da 22 a 24 milioni di occupati. Come tasso, dal 57 al 62%, da sempre uno dei più bassi in Europa: nello stesso arco temporale il tasso tedesco è salito di 13 punti. L’occupazione stabile, a tempo indeterminato, dice l’Istat nel suo Rapporto annuale, è «aumentata solo tra gli over 50», da 3 a 6 milioni di occupati, mentre scende in tutte le altre fasce d’età, anche per un fattore demografico: l’Italia invecchia, fa meno figli e le coorti degli anni ‘50-60-70 si spostano, trattenute al lavoro anche da riforme pensionistiche. Sale invece il lavoro a tempo determinato, da 1 milione e ottocentomila occupati del 2004 ai 2 milioni e ottocentomila di oggi, +53% contro il +13% dei permanenti. Il picco di 3 milioni a termine - toccato nel 2018-2019 e nel 2021-2022 - si è un po’ sgonfiato per «le trasformazioni e la ripresa del lavoro autonomo». La domanda insoddisfatta delle imprese che cercano e non trovano lavoratori ha favorito nel post pandemia le stabilizzazioni. Ma il ritorno delle partite Iva non fa ben sperare.

Era già successo quando il Jobs Act aveva abolito nel 2015 il contratto a progetto, contabilizzato all’epoca come lavoro autonomo. Di lì a poco gli occupati a tempo non hanno smesso di crescere. Le forme di precarietà in Italia sono vasi comunicanti. Quando una sparisce o viene penalizzata (come l’imposizione della causale, poi fatta saltare dal governo Meloni, al contratto a tempo), riprende l’altra. È stato così con i voucher, con la somministrazione, il lavoro a chiamata, le collaborazioni occasionali. Tutte forme inventate dalla fine degli anni Novanta, legge Dini, alla riforma Biagi. Una flessibilità pensata come buona, per agevolare l’ingresso nel lavoro. Alla fine, scrive Istat, si è rivelato «un processo distorto e perverso e la sua deriva è stata la precarizzazione».

Gli autonomi erano 6 milioni vent’anni fa. Oggi stiamo tornando verso i 5 milioni. «Ma se escludiamo gli amministratori di società e quelli che lo fanno come secondo lavoro, siamo sui 900 mila con un reddito medio da 25 mila euro lordi all’anno e senza tutele», dice Giulio Stumpo, presidente di Acta, l’associazione che mette in rete i freelance. «I dati Inps sui parasubordinati non coprono neanche tutta la galassia di questo mondo di lavoratori, considerato davvero di serie B e C. Basta guardare il reddito medio dei dottorandi, 13 mila euro annui e quello dei collaboratori della Pa, 9.276 euro l’anno, per farsi delle domande».

Il part-time involontario

La quota di occupati a tempo in Italia, va detto, è in linea col resto d’Europa: 16%. Anche il part-time al 18% è più o meno nella media Ue. Dove eccelliamo è nel part-time involontario, quello che nessuno vuole e che tutti subiscono, anche una parte di chi ha contratti stabili. In Italia il 53% degli occupati a tempo parziale è imposta. Era poco più di un terzo vent’anni fa. La Germania, che ha il 28% di occupati part-time, dieci punti più di noi, può vantare la quota forse più bassa in Europa di involontarietà, appena il 6%. I tedeschi che lavorano poche ore scelgono, quasi tutti, di farlo. Nell’anomalia italiana si incista quella che Istat chiama “doppia vulnerabilità”: contratti di collaborazione o a tempo determinato e anche a part-time. Questa parte dei lavoratori italiani è quella con i più bassi salari, sia orari che annuali, dal 30 al 60% in meno degli altri. È la sacca del lavoro povero, quella che sarebbe in parte beneficiata dal salario minimo. Senza uscire dal rischio - doppio, dice l’Istat - di piombare in povertà.

Il lavoro povero

Un bacino difficile da quantificare. «Saranno almeno 3 milioni di lavoratori in difficoltà», dice Maurizio Del Conte, giuslavorista, ex presidente di Anpal, l’Agenzia per le politiche attive del lavoro. «L’Italia purtroppo è rimasta ancorata al modello azzoppato di flexsecurity che abbiamo certo di copiare dall’Europa senza mai davvero realizzato. Ci troviamo la flessibilità, diventata precarietà cronica, senza sicurezza. Non abbiamo pensato abbastanza di dare più valore al lavoro. Siamo scivolati nella competizione globale col dumping salariale, diventando fornitori di lavoro a basso costo. Senza mai fare un salto. Ci sono eccellenze che però non fanno massa critica. Ci siamo accontentati di avere tanto lavoro purchessia. Difficile stupirsi se abbiamo molta occupazione e poco Pil. Se il lavoro costa poco, dà poco, distribuisce poco. Fa crescere poco il Paese. La legge Biagi funzionava dal punto di vista teorico. Ma è stata perdente perché inseguiva le esigenze delle imprese. Avere decine di contratti non ha aiutato l’Italia. Anzi ha segmentato il mercato del lavoro tra chi sta bene e chi meno. Il Jobs Act poi non ha avuto la forza di fare quello per cui era nato: graduare le tutele al crescere dell’anzianità».

Perché i salari non salgono

Lavoro povero, bassi salari. Un «circolo vizioso», lo chiama Istat. Il problema però è più generale, non legato solo alla precarietà. Ma alla bassa produttività, piatta da decenni. Se la produttività non cresce, non si alzano neanche le retribuzioni. La maggiore flessibilità nei contratti era stata pensata proprio per consentire alle imprese di essere più efficienti, di calibrare meglio le esigenze di personale, recuperare spazi per investire, diventare più produttive e crescere. Non è successo. In compenso oggi il numero di occupati stabili, a tempo indeterminato, non è mai stato così alto nel nostro Paese.

Il punto è che il rapporto tra lavoro e produttività non è tanto diretto – come nella visione ottocentesca, o da Paese in via di sviluppo, per cui l’operaio deve montare il doppio dei bulloni nello stesso tempo – quanto indiretto: mediato appunto dalla capacità, la possibilità o la volontà delle imprese di investire in tecnologia, di immaginare prodotti ad alto valore aggiunto e alto valore percepito, di costruirsi posizioni di forza sui mercati. «Certo che il cuneo fiscale e contributivo è un problema in Italia, ma io sono convinto che non si può pensare di spingere la produttività agendo solo sul costo del lavoro, né tantomeno avvitando più bulloni all’ora», dice Enrico Carraro, presidente della multinazionale dei sistemi di trasmissione meccanica e di Confindustria Veneto. «La produttività si cambia agendo sui processi, implementando nuove tecnologie e nuovi prodotti. Ma proprio da questo punto di vista trovare le persone con le competenze giuste è davvero difficile».

È cambiato il mondo

Perché dalla pandemia in avanti sul mercato del lavoro italiano il paradigma è cambiato radicalmente. A lungo l’Italia ha avuto livelli di disoccupazione - e disoccupazione giovanile - elevatissimi che permettevano agli imprenditori di contare su quello che Marx definiva “un esercito di lavoratori di riserva”. «Un’anomalia che ha consentito ad aziende poco competitive e non in grado di investire di sopravvivere grazie al taglio dei costi, senza cambiare modello di business», dice Francesco Seghezzi, presidente di Adapt, associazione di ricerca sul diritto del lavoro. In quegli anni il problema su cui ci si è giustamente concentrati era soprattutto quello dei posti di lavoro creati ed offerti, sul lavoro povero e i lavoretti, mentre ora, secondo Seghezzi, «la vera crisi, un’anomalia opposta, è sull’offerta, perché si comincia a sentire l’effetto demografico e il bacino di potenziali lavoratori si sta svuotando».

Le imprese denunciano che per quasi metà dei posti offerti i profili adeguati risultano difficili da reperire, il cosiddetto “skill missmatch”, il disallineamento tra competenze richieste e offerte, non è mai stato così elevato. Come si spiega allora il livello record di assunzioni a tempo indeterminato? «C’è il rischio che le imprese stiano assumendo profili non perfettamente in linea con quelli che cercano», risponde Seghezzi. Questo potrebbe anche spiegare i dati negativi sulla produttività, e il paradosso per cui nel nostro Paese i salari continuino a salire poco. «Da un lato i costi che le imprese affrontano per formare quei lavoratori una volta assunti sono maggiori», dice Seghezzi. «Dall’altro, in un Paese che ha ancora una quantità importante di lavoratori a termine, prima di alzare i salari le aziende hanno ancora la carta dell’assunzione stabile». Il posto fisso come benefit. «Quando anche questa sarà giocata il tema dei salari potrebbe emergere in modo importante».

Il baratto

«Noi assumiamo una persona al giorno». Satispay, con la sua piattaforma di pagamento sempre più utilizzata da negozianti e clienti, è l’emblema delle aziende che servirebbero di più all’Italia per fare un salto di qualità. Uno dei pochi unicorni tricolori, cioè le startup in grado di superare il miliardo di valutazione. Ma soprattutto una delle poche imprese “hyper growth”, che raccolgono capitali per inseguire una crescita esponenziale, creando un’enormità di nuovi posti di lavoro qualificati e, almeno rispetto alla media nazionale, ben retribuiti. «Siamo arrivati a 650 persone, solo a settembre ne sono entrate quaranta», racconta Alberto Dalmasso, che l’ha fondata e la dirige. Assumere è difficile, spiega, il vero collo di bottiglia sono «le figure senior, che abbiano esperienza di come va gestito il percorso di crescita in aziende diventate enormi, che in Italia e in Europa sono pochissime. Senza di loro non ha senso assumere chi sta sotto».

Un paio di norme italiane l’hanno aiutato, per esempio i generosi incentivi fiscali per i cervelli di ritorno, ma anche quelli per le startup che pagano i dipendenti in stock option (e magari, se le cose vanno bene, li rendono ricchi). «D’altra parte i costi da affrontare per raddoppiare la tua struttura sono doppi rispetto a quelli che affronteresti negli Stati Uniti – spiega – considerando la complessità degli oneri burocratici e fiscali, che in Italia e in Europa sono in capo all’azienda, ma anche i costi che affronteresti se per esempio ti trovassi a dover ridurre la forza lavoro». È un paradosso solo apparente che si finisca a parlare (anche) di licenziamenti con un’azienda che assume ai ritmi di Satispay. Proprio questo era uno dei grandi argomenti nel dibattito sull’articolo 18: il costo del potenziale licenziamento è in realtà un costo di assunzione. «Avere una persona sbagliata in un team può compromettere la crescita, ed è un bel lusso poter affrontare questo rischio con l’idea che – se si sbaglia – si paga qualche mensilità e si cerca altro. Noi ce lo possiamo permettere perché abbiamo raccolto molti capitali, che sono la vera chiave, ma per tanti altri non è così».

Dalmasso ha 40 anni, è un Millennial come Caterina. Parte di quella generazione “mille euro” che in Italia si è affacciata al mondo del lavoro all’epoca del precariato galoppante e degli stage non retribuiti, con la retorica del lavoro come vocazione – da inseguire sacrificandosi, non essendo troppo “choosy” – ma con pochissime possibilità di realizzarla. «Io non vorrei vivere in Paesi dove si può licenziare da un giorno all’altro e non esiste una rete di welfare. Nella nostra azienda c’è una cultura che guarda alle esigenze dei lavoratori. Ma se penso a me stesso quando ho iniziato a lavorare o a tanti giovani che vanno a cercare fortuna all’estero, quello che li attira non sono sistemi più garantisti, bensì la possibilità di guadagnare bene, avere responsabilità, crescere. Questo mi fa dire che c’è una parte di popolazione a cui il nostro sistema del lavoro non risponde, che si potrebbe cercare una via di mezzo». Abbiamo barattato la stabilità con salari più bassi? «Penso che sia evidente, anche al di là dei rapporti di lavoro. Se non hai un contratto a tempo indeterminato le banche non ti danno un mutuo. Tutto ruota attorno a quello, a livello di sistema e di norme, perché questo è un Paese di anziani e viviamo nell’infrastruttura creata da quella generazione».

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