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Pensioni non rivalutate, nuovo caso alla Consulta. Allo studio del governo Meloni altri tagli

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Dopo la Toscana anche la Corte dei Conti della Campania esprime dubbi sulla costituzionalità dei mancati adeguamenti all’inflazione
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ROMA — Dopo la Toscana, anche la Corte dei Conti della Campania rinvia alla Corte Costituzionale il taglio all’indicizzazione delle pensioni del governo Meloni per il 2023 e il 2024. Secondo le due ordinanze dei giudici contabili – la numero 33 depositata il 6 settembre e la 101 depositata l’11 settembre – il taglio viola la Costituzione. Perché è reiterato e non giustificato da esigenze straordinarie di finanza pubblica. Una tegola non banale su Palazzo Chigi che si appresta a fare ancora cassa sulle pensioni, per il terzo anno consecutivo.

Un taglio da un miliardo nel 2025

Reiterando quel taglio, forse inasprendolo per gli assegni più alti, come ripete Meloni. Dai primi calcoli del dipartimento previdenza della Cgil, prorogando per il 2025 lo stesso schema…

ROMA — Dopo la Toscana, anche la Corte dei Conti della Campania rinvia alla Corte Costituzionale il taglio all’indicizzazione delle pensioni del governo Meloni per il 2023 e il 2024. Secondo le due ordinanze dei giudici contabili – la numero 33 depositata il 6 settembre e la 101 depositata l’11 settembre – il taglio viola la Costituzione. Perché è reiterato e non giustificato da esigenze straordinarie di finanza pubblica. Una tegola non banale su Palazzo Chigi che si appresta a fare ancora cassa sulle pensioni, per il terzo anno consecutivo.

Un taglio da un miliardo nel 2025

Reiterando quel taglio, forse inasprendolo per gli assegni più alti, come ripete Meloni. Dai primi calcoli del dipartimento previdenza della Cgil, prorogando per il 2025 lo stesso schema di parziale rivalutazione all’inflazione in vigore quest’anno, il governo incasserebbe almeno un miliardo nel solo 2025. Il biennio di tagli ha già assicurato 37 miliardi al netto delle tasse fino al 2032.

Caccia alle coperture

Quel miliardo fa gola al ministero dell’Economia che sta preparando il Psb, il Piano strutturale di bilancio da inviare a Bruxelles, con la correzione della spesa necessaria ad abbassare deficit e debito. E poi per la terza legge di Bilancio da 23-25 miliardi, non coperta per circa la metà. La promessa di intervenire per spingere la natalità e aiutare le famiglie con figli porta in alto il conto e rende più complessa la ricerca delle coperture. Ecco che la spesa previdenziale torna ancora una volta utile.

Il taglio ai medici

L’anno scorso, oltre all’indicizzazione, il governo operò anche una pesante rivisitazione sul calcolo delle pensioni di 732 mila tra medici, infermieri, insegnanti e dipendenti degli enti locali (il famoso articolo 33 che tenne “in ostaggio” la manovra fin quasi a Capodanno). Mettendo in bilancio altri 21 miliardi netti di risparmi entro il 2043, con un taglio tra l’altro retroattivo e molto contestato dai camici bianchi.

La mina della Consulta

Un terzo analogo taglio alla rivalutazione, nei fatti già deciso, dovrebbe essere quantomeno messo in dubbio ora dall’esecutivo. Non solo per l’ostilità di Cgil, Cisl e Uil che chiedono di essere convocati su questo tema come su tutta la manovra. Ma perché le due ordinanze della Corte dei Conti finite sul tavolo della Consulta – altre potrebbero arrivare – potrebbe sconvolgere gli stessi conti dell’esecutivo. Se la Corte Costituzionale dichiarasse illegittima la norma Meloni, potrebbero esserci dei costi da ripianare.

Cosa dicono i giudici

In ogni caso, anche il dispositivo del giudice campano Michele Minichini arriva alle stesse conclusioni della giudice toscana Khelena Nikifarava. E cioè che il taglio viola i principi costituzionali di adeguatezza e proporzionalità, validi sia per le retribuzioni che per le pensioni in quanto retribuzioni differite.

La retribuzione deve essere adeguata alle esigenze di vita e proporzionale alla quantità e qualità del lavoro, in ogni caso sufficiente ad assicurare a sé e alla famiglia un’esistenza libera e dignitosa. E così la pensione, non solo al momento dell’uscita dal lavoro. Ma per tutto l’arco della quiescenza grazie proprio alla rivalutazione “proporzionale”, come dice una legge del 1999, che garantisce il mantenimento del potere d’acquisto nel tempo.

Il legislatore può certo intervenire su come si calcola questa rivalutazione “proporzionale”. Ma non può farlo in modo reiterato nel tempo – i giudici sottolineano che ormai si va avanti con i tagli da 15-20 anni – e soprattutto senza giustificarlo con “esigenze straordinarie di contenimento della spesa pubblica”.

Il ricorso dei presidi

Entrambe le ordinanze raccolgono il ricorso di due presidi di scuola pubblica che si conoscono per via di un gruppo Facebook, “Dirigenti scolastici in pensione”, aperto 5 anni fa: il senese Marco Panti di 71 anni e il salernitano Nicola Annunziata di 68 anni, assistiti da due avvocati siracusani, Giorgio Seminara e Elisabetta Castilletti. La premier è avvertita.

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