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La crisi tedesca rallenta la marcia dell’industria italiana

Alessia Pierdomenico/Bloomberg via Getty Images

 

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La dipendenza è diminuita, ma la Germania resta il primo mercato per l’export delle nostre aziende. Che soffrono gli effetti della recessione della più grande economia europea
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Ogni giorno gli imprenditori vicentini si alzano e guardano a Nord. Per una provincia che vive di export, la terza d’Italia, molto dipende da come va in Germania. Va malissimo: la produzione industriale crollata, simboli come Volkswagen che per la prima volta valutano di chiudere fabbriche, la locomotiva manifatturiera che per decenni ha trascinato l’Europa – e con cui molti distretti italiani sono cresciuti in simbiosi – colpita dallo stop al gas russo, tradita dai consumatori cinesi e piantata in mezzo alla transizione energetica.

«Adesso se ne sono accorti tutti, ma nei nostri portafogli ordini l’abbiamo visto arrivare da tempo», dice Laura Dalla Vecchia, a capo della Polidoro, multinazionale dei bruciatori di gas e leader degli industriali vicentini. «La recessione industriale è qui», ha avvertito lo scorso maggio, stonando nel coro dei politici che celebravano l’“Italia batte Germania”, i decimi di crescita in più.

Ogni giorno gli imprenditori vicentini si alzano e guardano a Nord. Per una provincia che vive di export, la terza d’Italia, molto dipende da come va in Germania. Va malissimo: la produzione industriale crollata, simboli come Volkswagen che per la prima volta valutano di chiudere fabbriche, la locomotiva manifatturiera che per decenni ha trascinato l’Europa – e con cui molti distretti italiani sono cresciuti in simbiosi – colpita dallo stop al gas russo, tradita dai consumatori cinesi e piantata in mezzo alla transizione energetica.

«Adesso se ne sono accorti tutti, ma nei nostri portafogli ordini l’abbiamo visto arrivare da tempo», dice Laura Dalla Vecchia, a capo della Polidoro, multinazionale dei bruciatori di gas e leader degli industriali vicentini. «La recessione industriale è qui», ha avvertito lo scorso maggio, stonando nel coro dei politici che celebravano l’“Italia batte Germania”, i decimi di crescita in più.

«Numeri che fanno sorridere – dice Dalla Vecchia – qui siamo legati a doppio filo alle aziende tedesche nella subfornitura di automotive, elettrodomestici, macchinari, sia in Germania che negli altri Paesi dove hanno aperto i loro stabilimenti, Polonia, Turchia, Cina». Le imprese italiane hanno appreso tecnologie e processi. Sono andate dove le portavano i tedeschi. E ora? «Credo che i nodi verranno al pettine», dice.

Ma se un contagio è scontato, e non ancora tutto visibile, è sulla sua entità che ci si interroga. Al di là delle vanterie politiche, è un fatto che nell’era delle policrisi l’economia italiana abbia tenuto meglio. Anche grazie a un’evoluzione della nostra manifattura che ha allentato la storica relazione con la Germania. Questa “decorrelazione” è stata misurata da un rapporto dell’ufficio studi di Confindustria: se prima del Covid l’andamento della produzione tedesca “prediceva” quello dell’export italiano con un’accuratezza dell’80%, ora il legame si è ridotto al 20%.

Cosa è successo? «L’economia italiana, più diversificata, ha approfittato meglio di settori in crescita come la farmaceutica e di mercati più dinamici come quello americano», spiega Alessandro Fontana, direttore del Centro studi. La Germania resta la prima destinazione del Made in Italy, ma in flessione (-6,3% tra gennaio e maggio), e a fine anno potrebbe esserci uno storico sorpasso degli Stati Uniti, in grande crescita.

La lunga discesa della produzione industriale tedesca

Ancora più in profondità, dopo la grande crisi che ha spazzato via un quarto delle imprese, si è consolidato e allargato nel nostro Paese un fitto tessuto di medie aziende sempre più internazionalizzate, patrimonializzate e produttive, capaci di occupare nicchie forti e adattarsi meglio agli shock rispetto alle corazzate tedesche, a lungo celebrate come un modello di fare industria. «Molte imprese si sono messe nelle condizioni di non dover più essere trainate dalla Germania».

Ma minor dipendenza non significa indipendenza, particolare che sfugge a chi esulta per il “sorpasso”. «La Germania resta il partner più importante per l’Italia», spiega Fontana. E ciò vale in particolare per molti distretti del Nordest, propaggine produttiva della Baviera, per settori come automotive, metallurgia, meccanica e chimica, o per le aziende più piccole e con meno committenti. Nell’auto poi la crisi tedesca scatena la tempesta perfetta, aggiungendosi ai cali di produzione di Stellantis in Italia e alle scadenze degli obiettivi verdi dettati dall’Europa.

La recessione industriale della Germania ha nelle quattro ruote il suo cuore: dopo Volkswagen, che ha disdetto il patto di salvaguardia occupazionale, è stata Bmw a tagliare le stime. Le esportazioni dei subfornitori italiani valgono 5 miliardi l’anno, cui si sommano le vendite ad aziende tedesche negli altri Paesi. «La Germania è stata sempre un cliente affidabile per motivi industriali e culturali, e ha permesso a molte imprese italiane di fare il passo all’estero con una certa tranquillità», dice Alberto Bianchi, Ceo di Ask Industries, multinazionale emiliana dei sistemi audio per le quattro ruote, poco meno di metà del fatturato che parla tedesco.

Oltre al calo di volumi, molti temono che lungo la filiera si scarichino tensioni su prezzi e margini. Bianchi non le vede, ma dice che potrebbero crescere quelle finanziarie: «Nel passato le imprese tedesche hanno contribuito agli investimenti dei fornitori, ma da qualche tempo la tendenza è a trasferire il rischio a monte».

Non passerà in poco tempo. A luglio la produzione industriale tedesca ha fatto segnare un altro -2,4%. L’Ifo ha appena tagliato a zero le stime di crescita per quest’anno. Sempre a luglio in Italia la manifattura ha fatto -0,9%, viaggia ben sotto i livelli pre-Covid. «L’allarme è giustificato, ma non ancora drammatico», dice Bianchi. C’entra forse il fatto che la sua azienda fa componenti che vanno bene anche per auto elettriche e auto cinesi, una rarità nella filiera italiana del motore termico. Ma ha anche l’impressione che «dopo lo shock di non essere più i soli a dettare le regole, i tedeschi stiano investendo e si stiano muovendo».

A Vicenza, Dalla Vecchia la vede più nera: «Parlando con loro percepisco una depressione. Una grossa responsabilità è della spinta europea alla decarbonizzazione: i tedeschi hanno iniziato a investire miliardi per rispettare i tempi e ora gli stabilimenti sono fermi. I nodi verranno al pettine anche qui: le richieste di cassa integrazione aumentano, mi aspetto che nei prossimi mesi si possano vedere dei licenziamenti».

Quello su cui i due sono d’accordo è che la Germania non sarà mai un partner come gli altri. «Le sue aziende continuano a essere il riferimento per tecnologie e prodotti», dice Bianchi. «Dovrei vendere in Cile? Faccio meccanica, non vino», dice Dalla Vecchia. «Per noi i grandi mercati sono Germania, Usa e Cina, e con le aziende tedesche hai bassi costi di trasporto, stesso fuso orario e mentalità simile».

Magari la manifattura italiana non va più al traino della Germania, ma senza di lei sia la nostra industria che il Pil faticheranno a correre. «Ci sarà da soffrire un paio di anni, ma veniamo da un buon periodo, abbiamo risorse e competenze. Poi i tedeschi sapranno reagire. E anche l’Europa pare rendersi conto degli errori che ha fatto».

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