Elezioni Usa, Candi Wolff (Citi): “Trump-Harris: fronti opposti su fisco e crescita”
di Flavio BiniDivisi da tasse, regole, dazi e immigrazione. Ma attenzione che tra il dire della campagna presidenziale e il fare dell’attività di governo ci possono essere enormi cambiamenti. È la visione di Candi Wolff, Executive Vice President e Global Government Affairs di Citi, che invita a non guardare soltanto alle dichiarazioni fatte da Donald Trump e Kamala Harris in questi mesi, ma anche alla effettiva capacità di metterla in pratica. «Farà molta differenza chi sceglieranno di nominare al proprio fianco nella propria squadra di governo». Sicuramente è presto per arrivare a conclusioni sugli effetti complessivi sull’economia americana: «Quello che le prime analisi sembrano suggerire è che il programma di Trump potrebbe portare a un’inflazione più alta, mentre quello di Harris a un’inflazione più bassa ma anche a una crescita minore».
Quali sono ad oggi le principali differenze in termini di politica economica tra i programmi dei due candidati?
«Se consideriamo l’aspetto fiscale dobbiamo d…
Divisi da tasse, regole, dazi e immigrazione. Ma attenzione che tra il dire della campagna presidenziale e il fare dell’attività di governo ci possono essere enormi cambiamenti. È la visione di Candi Wolff, Executive Vice President e Global Government Affairs di Citi, che invita a non guardare soltanto alle dichiarazioni fatte da Donald Trump e Kamala Harris in questi mesi, ma anche alla effettiva capacità di metterla in pratica. «Farà molta differenza chi sceglieranno di nominare al proprio fianco nella propria squadra di governo». Sicuramente è presto per arrivare a conclusioni sugli effetti complessivi sull’economia americana: «Quello che le prime analisi sembrano suggerire è che il programma di Trump potrebbe portare a un’inflazione più alta, mentre quello di Harris a un’inflazione più bassa ma anche a una crescita minore».
Quali sono ad oggi le principali differenze in termini di politica economica tra i programmi dei due candidati?
«Se consideriamo l’aspetto fiscale dobbiamo dire che chiunque vinca deve affrontare il tema dei tagli delle tasse approvati da Trump e che scadono a fine 2025. Trump ha proposto di estendere questi tagli per almeno altri dieci anni. Inoltre, ed è il secondo punto principale, Trump ha un approccio molto netto in termine di deregulation e per quello che si può intendere vorrà mantenere questa impostazione».
E poi?
«Il terzo punto riguarda l’immigrazione. È anche questo un tema economico perché impatterà in maniera significativa sulla forza lavoro e Trump ha proposto di bloccare in ogni modo il flusso di immigrazione irregolare nel Paese con anche vari piani di rimpatrio di chi entra illegalmente. Il quarto punto riguarda le tariffe: Trump ha detto in maniera chiara due cose. Vuole tariffe al 60% su beni cinesi esportati negli Usa, cioè il triplo dei dazi attuali e un tariffa universale del 10% su tutti i beni che entrano, da qualunque parte arrivino. I dazi sono lo strumento principale di Trump per influenzare le relazioni internazionali».
Qual è la visione di Harris su queste stesse quattro materie?
«Partirei da un punto fondamentale. Nel migliore dei casi Harris dovrà avere a che fare con un Congresso diviso e questo renderà per lei più difficile fare le cose. Detto questo, se consideriamo ad esempio l’aspetto fiscale Harris come detto deve affrontare lo stesso problema di Trump: la scadenza dei tagli di tasse. Quello che aveva proposto Biden e che Harris ha recepito è l’aumento delle tasse per alcune categorie di cittadini, prevedendo di abbassarle per alcune categorie, penso ad esempio alle famiglie che guadagnano fino a 400 mila dollari l’anno. Ha proposto anche l’aumento delle tasse per le aziende. Sull’immigrazione verrà proseguita la stessa linea di Biden e possiamo dire che l’approccio sarà sicuramente meno restrittivo».
E su regole e dazi qual è la sua posizione?
«Rispetto alla regolamentazione bisogna ricordare che da questo punto di vista l’amministrazione Biden ha avuto un approccio molto severo. Mi aspetto quindi un approccio molto più stretto dal punto di vista regolatorio rispetto a quello promesso da Trump. E per quanto riguarda le tariffe penso che continuerà il pressing nei confronti della Cina e che anche Harris userà le tariffe come possibile strumento di sicurezza nazionale, ma al momento niente che somigli alla proposta di Trump».
Restiamo sulla Cina, al di là della stretta commerciale, crede che in ogni caso Trump manterrà una linea più dura nei confronti di Pechino rispetto a Harris?
«Credo che se c’è un punto veramente bipartisan a Washington sia la necessità di un atteggiamento più “da falco” nei confronti della Cina. Non è una questione di Repubblicani e Democratici, è un tema di sicurezza nazionale. E almeno dalla presidenza Obama in poi questo tema è strettamente connesso alle politiche economiche. Non penso quindi che da questo punto di vista ci siano significative differenze tra i due candidati».
E rispetto al rapporto con l’Europa?
«Sicuramente l’Europa resterà un attore fondamentale. Penso in generale che molto dipenderà, per questa ed altre questioni, dalle persone che i candidati sceglieranno di avere nella propria squadra, dal segretario di Stato ai consiglieri di politica estera fino al consigliere per la sicurezza nazionale. Farà una differenza enorme perché a seconda di quali voci saranno ascoltate potranno anche cambiare di molto le politiche adottate».
Uno dei nodi principali per l’economia americana nei prossimi mesi riguarda la politica monetaria. Il candidato repubblicano alla vicepresidenza Vance ha detto nelle scorse settimane che la Casa Bianca dovrebbe avere più voce in capitolo. Dobbiamo aspettarci maggiori interferenze in caso di vittoria di Trump?
«L’unica cosa certa che possiamo dire oggi è che il mandato del presidente della Fed scade nel 2026. Quindi in ogni caso ci sarà un ricambio. Detto questo ci sono state parecchie discussioni anche all’interno del Congresso sulla possibilità di cambiare il mandato della Fed. Credo che sia molto difficile da realizzare per diverse ragioni, tantopiù in un Congresso così diviso. Penso che il focus principale sarà più sulla retorica e il tipo di messaggio che arriveranno dalla Casa Bianca».
Il rapporto con big tech potrebbe rivelarsi una delle sfide più delicate per il prossimo presidente. Dobbiamo attenderci un atteggiamento opposto da parte dei due candidati?
«Molto dipenderà da chi deciderà di nominare a capo della Ftc (la Federal Trade Commission) e del Dipartimento di Giustizia, ma c’è credo un’idea generale che Trump possa avere un approccio meno rigido in tema di Antitrust mentre l’amministrazione Biden è stata sicuramente molto severa da questo punto di vista. Per quanto riguarda Kamala Harris abbiamo visto alcuni avanti e indietro. Alcuni sostenitori della Silicon Valley vorrebbero che rimuovesse la presidente della Ftc e altri sostenitori democratici invece hanno manifestato la propria contrarietà di fronte a questa ipotesi».
In tema di politiche green e clima mentre l’impostazione di Trump sembra abbastanza chiara quella di Harris non è stata un po’ timida?
«Fino ad ora è stata in effetti molto prudente su questo tema, penso che in parte voglia mantenere questa impostazione. Ad esempio si è detta a favore del fracking, una posizione molto importante in vista del voto in Pennsylvania, visto che questa industria ha un ruolo importantissimo nello stato. E la Pennsylvania è uno stato importantissimo, fondamentale, per chi vuole vincere le elezioni».