John Paulson l’ha appena presentato. L’applauso che segue è assordante, 700 persone in piedi. Sembra che Wall Street al completo sia pronta ad approvare il programma economico repubblicano e a ringraziare Donald Trump, che una decina di giorni fa lo proponeva all’Economic Club di New York. L’evento lascia intravvedere un’immagine compatta e determinata da parte di Wall Street, ma la realtà è molto più complessa di quel che può apparire.
In questa corsa per la Casa Bianca, Wall Street, come il resto del paese, è divisa in due. Non solo sul voto, anche tra buonsenso e avidità. Il buonsenso, la necessità di difendere il diritto e di guardare lontano nel tempo, si scontra con l’avidità di accumulare danaro chiedendo sempre meno tasse e assecondando il vento del protezionismo.
John Paulson l’ha appena presentato. L’applauso che segue è assordante, 700 persone in piedi. Sembra che Wall Street al completo sia pronta ad approvare il programma economico repubblicano e a ringraziare Donald Trump, che una decina di giorni fa lo proponeva all’Economic Club di New York. L’evento lascia intravvedere un’immagine compatta e determinata da parte di Wall Street, ma la realtà è molto più complessa di quel che può apparire.
In questa corsa per la Casa Bianca, Wall Street, come il resto del paese, è divisa in due. Non solo sul voto, anche tra buonsenso e avidità. Il buonsenso, la necessità di difendere il diritto e di guardare lontano nel tempo, si scontra con l’avidità di accumulare danaro chiedendo sempre meno tasse e assecondando il vento del protezionismo.
John Paulson non è d’accordo con questa distinzione morale, anzi, spiega perché Wall Street in questa fase storica accetta il protezionismo. Lui è il miliardario che ha fatto fortuna scommettendo contro i subprime, in lizza come possibile prossimo segretario al Tesoro se vincerà Trump. È anche ragionevole e preparato e spiega: «Il mondo degli affari e Wall Street in particolare sanno bene dov’è l’interesse degli Stati Uniti». Poi dice che solo a luglio si è avuto un disavanzo commerciale di quasi 80 miliardi di dollari.
La proiezione per l’intero 2024 è superiore ai mille miliardi. Nel 2023 si è già superato il livello di quasi 800 miliardi. «Una tariffa media del 20% è accettata da Wall Street perché serve a riequilibrare posizioni che hanno portato l’America a essere il Paese che fa da traino commerciale al mondo intero, con il disavanzo di gran lunga più elevato. E ciò quando altri Paesi hanno in molti casi tariffe pari al 100%. Stiamo soltanto mandando un messaggio chiaro: riequilibriamo le tariffe perché la festa è finita».
È vero, i dati sono nell’insieme corretti, gli Usa si accollano un disavanzo strabiliante. E Paulson spiega che questa situazione porta alla chiusura del manifatturiero in America, al declino di mille cittadine nei quattro angoli del Paese e al degrado sociale, alla diffusione di droga fra giovani senza futuro. Il problema, insomma, non è solo economico o finanziario, anche sociale e morale.
Ma proprio sulla tariffa del 20% la candidata democratica Kamala Harris ha segnato un punto importante nel dibattito con Donald Trump, bollando la proposta come un’ulteriore tassa sui consumatori già tartassati da inflazione e prezzi alimentari fuori controllo. Anche l’affermazione sulla compattezza di Wall Street, che riflette l’applauso dei 700, non è corretta. È vero, Bill Ackman, fondatore del Pershing Fund, una fortuna personale di 9 miliardi, ha deciso una decina di giorni fa di appoggiare Trump nella sua corsa per la Casa Bianca, come Paulson, ma anche come Stephen Schwarzman, fondatore di Blackstone, Ken Griffin di Citadel o Ken Langone, ex protagonista nel consiglio del Nyse, e altri finanzieri di alto lignaggio o di profilo più basso.
Per loro è chiaro che le cose importanti non riguardano soltanto la protezione di un tessuto sociale che un tempo poteva vantare un manifatturiero produttivo e orgoglioso. C’è anche, forse soprattutto, la protezione del proprio portafoglio. I tagli alle tasse promessi da Trump li riguardano direttamente. Come la promessa di allentare le regole che in molti casi rendono oggettivamente la vita impossibile. O di abbassare il tiro sulla concorrenza nel momento in cui il dipartimento per la Giustizia ha vinto un primo giudizio contro l’onnipotenza di Google.
E se quel segmento è lo stesso che è fuggito da New York per rifugiarsi a Palm Beach o in Florida per pagare meno tasse, c’è n’è un altro, più istituzionale, diremmo anche più illuminato, convinto che un taglio fiscale o un aumento dei dazi si riveleranno presto pura demagogia e che lo sguardo di chi li propone non si spinga oltre il breve periodo: «Nel lungo termine questo atteggiamento protezionistico, da sempre condannato dal Partito repubblicano tradizionale, fa male all’America sia sul piano economico che su quello della leadership globale. Ci sono altre vie per riequilibrare un disavanzo commerciale e non c’è bisogno di usare la clava come ama fare Trump», dice un importante finanziere che oggi, come autorevoli esponenti della politica repubblicana, Dick o Liz Cheney, Mitt Romney o la famiglia Bush, ha deciso di votare per Kamala Harris e contro l’esponente di un partito che giudica cambiato in peggio.
Fra i più importanti e impegnati anche in modo pubblico spiccano fra i personaggi della finanza i nomi di Larry Fink di BlackRock, di George Soros, ammaccato ma ancora in grado di fare politica, o di Warren Buffett, il grande saggio della finanza americana il cui titolo Berkshire Hathaway ha da poco superato i 1.000 miliardi di capitalizzazione, prima azienda non hi-tech a raggiungere un record che solo vent’anni anni fa sembrava un miraggio. Per Buffett il problema di Trump è il cattivo esempio: «Da sempre, fin dall’inizio, ha gonfiato i valori dei suoi immobili per ottenere prestiti più elevati. Il risultato era quello di una forte discrepanza fra ammonatre dell’indebitamento e proprietà sottostanti», ha detto di recente Buffett.
Al balcone, anche per questioni istituzionali, ci sono Jamie Dimon di Jp Morgan o piu’ in generale le grandi banche d’affari come Goldman Sachs o Morgan Stanley, e lo stesso Larry Fink è stato meno esplicito nei suoi commenti, perché esporsi può significare la perdita di affari importanti. La novità di questi ultimi anni è la strumentalizzazione di istituzioni e fondi pensioni che hanno rifiutato di fare business con istituzioni di colore diverso dall’amministrazione locale. Situazione complessa dunque, per il rischio di subire penalizzazioni da ambo le parti.
Di sicuro schierati coi democratici sono invece Peter Orszag, ex capo dell’ufficio di bilancio di Obama, nuovo Ceo di Lazard, o Roger Altman di Evercore. Per non parlare del mondo degli affari nel senso più lato del termine. Se da una parte simboli americani come Elon Musk o Peter Thiel stanno con Trump, ben 88 executive americani hanno firmato una lettera di appoggio a Kamala Harris. Anche per loro il lungo termine è più importante del breve.